lunedì 29 maggio 2017

Nel ricordo di Jeff Buckley


Il 29 maggio del 1997, a Memphis, perdeva la vita, a soli 31 anni, Jeff Buckley, figlio del già famoso Tim, e musicista da un probabile futuro luminoso.
Lo ricordo ripresentando un post di un po’ di tempo fa.

Volendo parlare di una famiglia di musicisti sarebbe corretto iniziare dal capostipite, dal più vecchio, da chi ha aperto la strada.
Non posso farlo, in questo caso, perché attraverso la musica del figlio ho scoperto quella del padre.
Mi riferisco ai Buckley, Jeff il figlio e Tim il padre.
Sono arrivato a Jeff leggendo un’intervista al chitarrista Steve Vai, che diceva, più o meno:
L’ultima volta che mi sono emozionato per un disco è stato quando ho ascoltato ”Grace”, di Jeff Buckley".
Incuriosito ho cercato “Grace” e… ne sono rimasto incantato.
Da Jeff a Tim, il passo a ritroso è stato il frutto della curiosità alimentata da un libro che narra la vita di un padre e di un figlio che non si conosceranno mai.
Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco," Grace", destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.
Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966, a Orange County, da Mary Guibert e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre.
Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles.
Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Amp; Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento.
Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Village e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”).
Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club.
" Live at Sin-E'", contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".
Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa.
Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo "Grace", pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo - pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison.
Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre.
"Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.
Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track.
Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (metà dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.
Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di "Sketches" .
La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito.
Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque.
La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati.
Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area.
Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago.
Nel 2001, esce invece "Live à l'Olimpya", ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.

Grace




domenica 28 maggio 2017

Arthur Brown in concerto al FIM 2017


La Fiera Internazionale delle Musica, da un paio di anni realizzata al LARIO FIERE di Erba, regala una chicca agli appassionati di musica rock, una presenza che, a differenza di quanto accade a molti altri artisti coevi, non si può certo definire inflazionata. L’artista in questione è il mitico Arthur Brown, musicista unico nel panorama mondiale musicale, per storia, tipologia di proposta e capacità di diventare l’archetipo di un certo genere che, da quanto visto il 26 maggio, riesce ancora a colpire.

Lo avevo perso di vista e non ho mai approfondito la sua storia, prima con i The Crazy World e successivamente con Kingdome Come, con un ritorno alle origini, quei Crazy World che sono tutt’oggi la sua band, seppur estremamente ringiovanita.
Di sicuro non ho mai dimenticato il suo “tormentone” e cavallo di battaglia, “Fire”, coverizzato negli anni ’70 anche in Italia.

E’ il 1967 l’anno in cui l’inglese Brown, assieme a colleghi illustri come Vincent Crane e Carl Palmer forma i Crazy World, e tutti i successivi passaggi  saranno caratterizzati da un elemento comune, una decisa tendenza alla trasgressione e una propensione alla provocazione, elementi che gli hanno sempre procurato guai con la legge, soprattutto in tempi in cui la censura e il falso moralismo imperversavano.
E’ considerato che l’inventore del “trucco cadaverico” in bianco e nero (corpse paint), fonte di ispirazione per artisti come Alice Cooper e i Kiss.

Dalle nostre parti si erano un po’ perse le tracce, ma il suo nome è qualcosa che aleggia nell’aria ogni volta che ci si rifà alla storia del rock.

Ed proprio Arthur Brown il primo musicista che incontro appena arrivato al FIM: si allontana per la cena con il codazzo dei curiosi, altissimo, magrissimo, allampanato, super colorato, un personaggio che non ha perso il fascino nonostante i suoi 75 anni.
Mi raccontano della sua disponibilità e gentilezza, del suo assecondare un nugolo di scolaretti “toccati” da tale presenza, insomma, un bell’esempio di umiltà, fatto non certo scontato in questi casi.
Nasce la curiosità di vederlo sul palco, e lui arriva puntuale alle 23, a chiudere la prima serata del Lario Prog, sezione organizzata dalla Black Widow: il suo set supererà l’ora, non moltissimo ma è ciò che passa il convento, nel rispetto delle regole che tengono conto delle performance dei gruppi precedenti.

Come accennato la sua band è molto giovane e coloratissima: basso, batteria, tastiere, chitarra e una danzatrice. Lui, Arthur, è il vocalist, il leader, il capo attore, il comico e istrione, quello che, of course, conduce il gioco.

Due sono le cose che mi hanno colpito… l’energia innaturale che lo porta a saltellare come un giovincello, e la sua voce, che pare intatta rispetto ai fasti del passato, pulita, con capacità di estensione e di colore formidabile.
Non conoscevo il repertorio e quindi ho potuto godere di un sound inaspettato, dove l’impatto sonoro non può prescindere dagli aspetti scenici (memorabile la scenetta creata col tastierista, in parte inserita nel video a seguire), una sorta di rock con venature blues che ha entusiasmato i presenti.
A pochi metri da me la storia, l’uomo dalle mille esperienze, musicista unico nel suo genere.
E quando arriva il momento che tutti aspettano - la proposizione di “Fire” -, si sblocca ogni tipo di freno e i presenti si accalcano davanti al palco, partecipando attivamente alla riuscita del brano.
Il medley a seguire è un sunto di quanto accaduto, sufficiente per farsi un’opinione dell’attuale Arthur Brown.

Non so se ci saranno altre occasioni per vederlo in Italia, ma se così fosse consiglio di non perdere i suoi concerti, concentrato di musica e spettacolo.

mercoledì 24 maggio 2017

Glanstonbury Festival - 1971



Somerset, 20-24 giugno 1971

Qualcuno pensava che gli anni ’60 fossero finiti? Programmato in coincidenza con il solstizio d’estate, il secondo Glanstonbury Festival attirò 12.000 appassionati che sciamarono verso l’Inghilterra occidentale in cerca di nudismo, sesso, droga e spiritualità, al suono di Arthur Browne’s Kingdom Come, David Bowie, Quintessence, Hawkwind, Traffic, Melanie e Fairport Convention.
Fu sicuramente la più idilliaca fra le prime edizioni dell’evento. Al momento di ritirarsi nelle proprie tende, piantate nei boschi vicini, a nessuno dei presenti veniva in mente che, dopo Altamont e dopo Manson, le cose potessero essere cambiate. Almeno nella valle di Avalon, gli anni ’70 continuavano a tenere vivi i sogni dell’era Hippie.
Non c’era un vero addetto al palco e seguire la scaletta era un casino. Era poco professionale, ma nel 1971 funzionava così. Ecco perché David Bowie suonò alle quattro e mezza del mattino anziché la sera precedente, prima dei Traffic. Per fortuna il sole stava sorgendo proprio in quel momento: era l’alba del solstizio. Fu un momento davvero speciale.”
John Coleman, organizzatore.

“Si trattò del primo festival a indirizzo totalmente spirituale e in cartellone c’erano anche i Gong, all’epoca gruppo di sconosciuti arrivati dalla Francia. Per quanto fossi stato espulso dall’Inghilterra, riuscimmo a fare la traversata da Dieppe, una mattina presto, con un furgone francese senza libretto di circolazione e un ‘immagine del Buddha sulla mia foto del passaporto. “Il posto consisteva in una gigantesca distesa di campi punteggiata da qualche fattoria. C’era un’enorme piramide in costruzione ( il palco…) e in lontananza si percepiva la presenza solenne e minacciosa del Picco di Glastonbury.


Nel 1970 venne approvata la “Legge dell’Isola di Wight” per proibire tutti i festival… fino al 2002.

Glanstonbury Festival

Gilli (Smith, la cantante dei Gong) e io trascorremmo la prima notte in un posto umido e soffocante con una copertura di plastica che grondava acqua di condensa. Dormii a fatica, in uno stato di umida semincoscienza, fino a che non percepii distintamente una voce che intonava la più bella canzone che avessi mai ascoltato. Un’esperienza da togliere il fiato. Mi lasciai trasportare da tanta meraviglia e in me si produsse un senso di estasi simile a un lento ma inesorabile orgasmo spirituale. Poi tutto finì e mi ritrovai sveglio e seduto in una tenda fradicia sul sacro suolo di Avalon. Scoprii poi che all’alba aveva cantato e suonato un certo David Bowie a me sconosciuto. Tempo dopo mi procurai un nastro con la sua serenata al sorgere del sole, ma non c’era nulla di simile a quanto avevo sentito. Che fosse proveniente dall’interno del mio corpo? Un mistero…
“I Gong avrebbero dovuto suonare a metà pomeriggio, ma il destino giocò in nostro favore. Salimmo sul palco con un paio d’ore di ritardo e poca gente ad ascoltarci. Dopo una decina di minuti, mentre ci stavamo producendo in un robusto crescendo ritmico, l’amplificazione si guastò. Quando ricominciammo era l’ora magica del tramonto ed eravamo avvolti dalle luci soffuse del palco. Un attimo dopo, alzando gli occhi, vidi un migliaio di persone che dalla collina scendevano in fila verso di noi, come se seguissero un pifferaio magico. Tutti ballavano e saltavano sulle note di quello strano gruppo francese chiamato “Gong”. Dallo spazio luminescente del palco a piramide fu una visione emozionantissima. Finimmo il nostro concerto sotto gli ultimi raggi di sole salutati da un applauso caldo e prolungato, tipico di quando entra in gioco un reciproco e stimolante riconoscimento spirituale. Ero tornato nella Terra delle mie Madri… “
Daevid Allen, Gong

Mark Paytress-“Io c’ero”

La storia (italiano)
Official Site (english)




giovedì 18 maggio 2017

The Samurai Of Prog-“On We Sail”


The Samurai Of Prog-“On We Sail”

A distanza di un anno dal rilascio di quel gioiello che è “Lost & Found”, i prolifici The Samurai Of Prog ritornano con un altro lavoro di grande spessore: On We Sail”.
Il mio commento accompagna il pensiero del gruppo, sintetizzato nell’intervista a seguire, ma penso basterebbe la visione/ascolto del video allegato per avere un’idea precisa di cosa contenga l’album, così come l’artwork di Ed Unitsky riesce ad aprire le porte a tutti i contenuti.
Parto proprio da Unitsky per dire che credo sia attualmente il più talentuoso ed efficace artista grafico applicato alla musica, un perfetto traduttore dei pensieri altrui, immagini che diventano storie di vita, come è verificabile nel filmato a cui accennavo.
Il contenitore TSOP è per me perfetto se parliamo di musica progressiva, e racchiude tutto ciò che rappresenta un’epoca irripetibile, con un giusto profumo di antico e una modernità dettata dal ruolo classico assunto dal genere.
Se volessimo trovare un difetto al progetto… beh, è facile, l’impossibilità di vedere la band dal vivo, per difficoltà legate alla lontananza dei tre componenti (Marco Bernard, Kimmo PörstiSteve Unruh) e per il fatto che i collaboratori sono sempre molti, e sparsi per il mondo: complicato riunirli per condividere il palco.

Anche “On We Sail” non sfugge a questa regola, e a fine articolo è fruibile la lista intera degli “ospiti”.
Ma i guest, contrariamente a quanto accade normalmente, hanno in questo caso anche uno spazio creativo e compaiono come autori, una sorta di collettivo aperto dove si può contribuire in modo totale, basta avere idee e qualità.
E le idee e la qualità abbondano in questo nuovo lavoro, sessantacinque minuti di musica suddivisi su nove fantastiche tracce.

Come si evince dallo scambio di battute con Steve e Kimmo, l’album si può considerare un concept, anche se nulla è stato pianificato in tal senso, ma è il feeling conclusivo che suggerisce una certa affinità tra gli episodi, il tutto disegnando un percorso che è quello della vita, fatto di enormi difficoltà attraverso le quali ci si fortifica e si prosegue, avendo ben chiaro quali sono i limiti umani e la posizione da mantenere rispetto al momento finale.
Questo concetto permette di partire dall’ultimo atto, il lungo brano “Tiger”, scritto totalmente dal “vecchio” collaboratore Stefan Renström, la cui prematura dipartita non ha impedito che anche lui fosse presente nel disco: “Non importa dove inizia il tuo viaggio, il grembo materno sarà la tua tomba finale…”. Toccante, di effetto… oltre all’autore (alle tastiere) e ai tre TSOP, troviamo Brett Kull alla chitarra elettrica, Daniel Fäldt alla voce e Roberto Vitelli (e non è l’unico italiano!) al Moog Taurus.
Apre l’album la title track, un viaggio a ritroso nel tempo, che vede in evidenza Kerry Shacklett - tastierista degli americani Presto Ballet - e il chitarrista serbo Srdjan Brankovic. Un inizio dalle atmosfere marcatamente seventies, con la voce di Steve Unruh molto vicina al colore vocale di Lanzetti dell’era “Acqua Fragile”.
Segue “Elements of Life”, liriche di Unruh e musica del tastierista argentino  Octavio Stampalía - Jinetes Negros -, un brano dove si evidenzia la commistione tra classico e rock e dove l’elettrica du Ruben Alvarez si intreccia con gli elementi più acustici, dando vita a quasi otto minuti di altro gradimento.

Con “Theodora” entra in campo un altro volto conosciuto ai progger italiani, il tastierista Luca Scherani (Coscienza di Zeno, Höstsonaten…), che realizza le musiche del brano (in cui suona) che permettono alla vocalist Michelle Young (Glass Hammer) di caratterizzare in modo indelebile l’atmosfera musicale proposta.

Ascension” è scritto e suonato dal tastierista David Myers; cinque minuti in cui il funky disegnato dal drummer Kimmo Pörsti e dal bassita Marco Bernard diventano la base per le ouverture di flauto e violino di Unruh e per i viaggi chitarristi genesisiani del chitarrista Jacques Friedmann.
La lunga “Ghost Written” - quasi dieci minuti - vede la presenza degli australiani  Sean Timms - tastiere, creatore delle musiche - e del vocalist Mark Trueack, che ricordiamo negli Unitopia.
Una melodia mediterranea applicata agli stilemi del prog permette di realizzare una sorta di quadro rock didattico, dove la parte solistica del già citato Alvarez trova ausilio nell’altro chitarrista, Jacob Holm Lupo.
Ancora un brano “lungo”, “The Perfect Black”, introduce un altro tastierista seminale italiano, che compone e propone la traccia: Oliviero Lacagnina (Latte & Miele). Segnalo anche il chitarrista classico Flavio Cucchi che va a completare la band in questo spicchio di rara bellezza, in cui l’anima classicheggiante di Lacagnina emerge prepotente e riporta ai primi ELP, a cui flauto e violino conferiscono maggior originalità.
Con “Growing Up” ritorna Kerry Shacklett, autore di musica e liriche, e la stanza si impregna di odore di tulliana memoria… cinque minuti e mezzo di folk inglese misto a rock tradizionale.
Ad anticipare l'altamente simbolica “Tiger” un pezzo di bravura di David Myers, un "solo" al pianoforte di quattro minuti, emozionante e coinvolgente che va a calmierare la forte tensione emotiva creatasi nel corso dell’ascolto dell’album, dall’inizio alla fine, come dovrebbe essere.

Che altro aggiungere… un album che non mi stancherei mai di ascoltare e che consiglio caldamente a tutti gli amanti del genere!


L’INTERVISTA

Partiamo dai contenuti: che cosa avete inserito nel nuovo album, “On We Sail”? Esiste un messaggio che volete condividere con il mondo?

Steve: “On We Sail” contiene composizioni originali, totalmente nuove. Questa volta le collaborazioni sono diverse, con più di uno “scrittore”. Il messaggio si focalizza sul concetto del perseverare il nostro cammino attraverso le difficoltà e celebrare la vita di fronte alla mortalità.
Pensiamo che l’artwork di Ed Unitsky sia riuscito a trasmettere molto bene questo pensiero, e forse la sola visione della copertina riesce a mettere in evidenza questi temi e a fornire gli elementi per un primo giudizio.

Possiamo parlare di concept album?

Steve: In realtà l’album non era stato progettato in questo modo, ma esiste una somiglianza tematica, una coesione tra molti brani, per cui alla fine il feeling è quello del lavoro le cui tracce sono legate concettualmente. Ma soprattutto è destinato ad essere un disco di canzoni ambiziose, suonate e registrate con passione, che si percepiscono entusiasmanti ed emozionanti quando si ascoltano in sequenza, dall’inizio alla fine.

Possiamo considerare “On We Sail” un’evoluzione dell’album precedentemente pubblicato?

Kimmo: Penso di sì. E’ diverso dai nostri precedenti album, e questo credo sia una buona cosa! Direi che siamo riusciti a evidenziare maggiormente il nostro lato strumentale anche se, ovviamente, non manca la voce di Steve. Soprattutto, ci pare che le composizioni siano “forti”, e che quindi sia difficile sbagliare con un materiale di tale qualità. Anche se le canzoni provengono da diversi compositori sicuramente suonerà come un album dal brand TSOP, poiché in tutti gli episodi abbiamo attaccato il nostro "marchio" e "samurizzato" i brani!

Ancora una volta avete coinvolto molti musicisti: con quel criterio sono stati scelti gli “ospiti”?

Kimmo: Non è stato adottato un particolare criterio nella scelta dei guest… è accaduto e basta! Magari siamo stati impressionati da musicisti/cantanti che abbiamo ascoltato e li abbiamo invitati ad unirsi a noi per l’occasione! Occorre dire che Marco ha un’enorme conoscenza di artisti dediti al prog, e ha un grande talento nel trovare e proporre i candidati a me e Steve.
Ma a volte accade il contrario, e veniamo contattati da qualcuno che vorrebbe registrare con noi, e se tutto va bene…

Leggendo le note ufficiali ho visto che alcuni di loro sono anche coinvolti come autori, e quindi sembrano qualcosa di più che semplici ospiti!

Kimmo: Sì, siamo stati fortunati ad avere tutti questi artisti estremamente talentuosi, sia come musicisti che come compositori. Avevamo già lavorato molte volte con Octavio Stampalia e David Myers, e quindi eravamo consci dell'alta qualità del loro lavoro. David ha composto e suonato un brano di pianoforte acustico in tutti i nostri album, ma questa volta ha anche contribuito ad un pezzo completo, “Ascension”. Avevamo anche suonato con Oliviero Lacagnina, coinvolto nell'album “Decameron III”, e quindi siamo stati molto contenti di ricevere la sua eccitante “Perfect Black”, per questo album di TSOP.
E’ invece stata la prima volta che abbiamo coinvolto Sean Timms (Unitopia, Southern Empire), Luca Scherani (La Coscienza di Zeno, Hostsonaten) e Kerry Shacklett (Presto Ballet), che ha fornito due tracce.
Per ultimo, ma non meno importante, devo ricordare un nuovo apporto di Stefan Renström, il cui contributo in “Lost and Found” è stato enorme. La canzone di Stefan, "Tigers", chiude l'album, e spero che tu capirai il perché, quando lo sentirai... Siamo riusciti ad avere i file originali di Stefan e quindi abbiamo avuto modo di suonare con lui anche questa volta, l’ultima.

Riprovo con una domanda già fatta in passato, ma… i tempi cambiano! TSOP è un progetto tipicamente “studio”, per ovvie ragioni, ma… esiste una possibilità di vedere una vostra performance live, magari in Italia?

Kimmo: Sia io che Steve facciamo concerti con le nostre band. Sarebbe molto divertente farlo anche con i TSOP, ma non è molto semplice, tenuto conto delle distanze che ci dividono. Chissà, potrebbe accadere un giorno… vedremo!

“0n We Sail”  sarà rilasciato tra poco: sono previste presentazioni ufficiali?

Kimmo: Temo di no, poiché Steve è impegnato con i suoi progetti con Mark Trueack e Sean Timms e io e Marco stiamo già lavorando a un nuovo album.

Steve: Ma sicuramente promuoveremo l’album, perché siamo molto soddisfatti del risultato finale, anzi, pensiamo che potrebbe essere il miglior realizzato dai TSOP sino ad oggi, e la band sembra abbia davanti un buon futuro!


Tracklist
1. On We Sail (6:21)
2. Elements of Life (7:54)
3. Theodora (5:55)
4. Ascension (5:19)
5. Ghost Written (9:40)
6. The Perfect Black (9:30)
7. 
Growing Up (5:42) 
8. Over Again (4:06)
9. Tigers (10:34)

Total Time 65:01

The band
Marco Bernard / Rickenbacker bass
Kimmo Pörsti / drums and percussion
Steve Unruh / vocals, violin, flute, guitar

Guest musicians
Octavio Stampalía / keyboards
Rubén Álvarez / electric & acoustic guitars
Kerry Shacklett / keyboards, vocals, acoustic guitar
Srdjan Brankovic / electric guitars
David Myers / keyboards, grand piano
Jacques Friedmann / electric guitars
Luca Scherani / keyboards
Michelle Young / vocals
Sean Timms / keyboards
Mark Trueack / vocals
Jacob Holm Lupo / electric guitars
Oliviero Lacagnina / keyboards
Flavio Cucchi / classical guitar
Brett Kull / electric guitar
Daniel Fält / vocals
Roberto Vitelli / Moog Taurus pedals
Stefan Renström / keyboards, vocoder


PER ACQUISTO




mercoledì 17 maggio 2017

"Bill Bruford, autobiografia alla batteria"


Oggi è il compleanno di Bill Bruford, un po’ di tempo fa lo ricordavo così, raccontando qualcosa del suo fantastico book, che consiglio a tutti gli appassionati di musica…
                                                              -----------------------
Questo libro non avrà raggiunto il suo scopo se non sarà stato capace di attirare l’attenzione sul lavoro, a tratti brillante, del variegato gruppo di personaggi del quale racconta”.
Queste le parole conclusive del libro “Bill Bruford, autobiografia alla batteria” (Aereostella).
Ne ho sentito parlare la prima volta a Roma, a inizio novembre scorso, quando dal palco della “Prog Exibition” veniva pubblicizzato.
Un libro come tanti, una biografia comune, dove si ripercorre una vita di musica, con vicissitudini familiari, soddisfazioni e incidenti di percorso? Niente di tutto questo.
Eppure ogni autobiografia che si rispetti, da Clapton a Emerson, ha caratteristiche ben precise e nessuno si aspetta qualcosa di diverso!
E poi, cosa potrebbe mai dire un batterista?
Nell’immaginario comune il drummer ha un ruolo secondario perché lo si idealizza sempre come un ottimo esecutore, magari stratosferico, ma che "non ha dovuto studiare perché aveva il ritmo nel sangue", e Keith Moon è solo un esempio. Non è pensabile che chi picchia sui tamburi sappia comporre, o possa essere un leader, o ancora sia in grado di essere immediatamente accostato al nome della sua band.
Phil Collins e Franz Di Cioccio sono eccezioni, come capita in ogni rappresentazione del quotidiano, ma non ci sono molti altri esempi.
Questa che potrebbe essere una mia valutazione personale, e quindi criticabile, è avvalorata dal racconto di Bruford, che rende noto che le barzellette sui batteristi non passano mai di moda: “Com’è che chiami un tizio che va in giro con i musicisti?”.
Il book in questione mi è stato regalato a fine anno (ho forzato la mano scrivendo direttamente a Babbo Natale), ma l’ho terminato da poco. In questi mesi di andamento lento non ho perso occasione per pubblicizzarlo, con tutti e in ogni occasione, per la mia solita voglia di condivisione.
Credo sia in assoluto il miglior libro che abbia mai letto, rimanendo in ambito musicale.
Dopo quarant’anni di onorato servizio Bill Bruford appende le bacchette al chiodo e sente l’esigenza di fare un bilancio, come accade sempre quando si ritiene che sia arrivato il momento di mettere un punto e voltare pagina. Vedremo come.
Nelle mie considerazioni di uomo maturo ho costruito un assioma che può essere accostato alla parola “soddisfazione”, stato d’animo che si realizza e diventa duraturo nel tempo se si riesce a far coincidere lavoro e passione. I miei "amori" sono due, uno di tipo sportivo e l'altro “musicale”, ma nei miei lunghi sogni ad occhi aperti ho sempre scelto il palco, perché on stage ci si può “vivere” per molto più tempo, obliando i limiti fisici che molto presto arriveranno se si decide (e si ha occasione) di vivere facendo attività sportiva. Dopo aver afferrato la crudezza di pensiero di Bruford sul cosa significhi fare il musicista, i miei convincimenti sono crollati.
Una piccola immagine di Bill Bruford.
Esistono otto gruppi britannici, universalmente riconosciuti (a torto o a ragione) come i massimi esponenti della rivoluzione prog di inizio anni ’70 (in ordine sparso): ELP, Gentle Giant, Van der Graaf, Pink Floyd, Jethro Tull, Genesis, YES, King Crimson. Bruford è l’unico ad aver fatto parte di tre di loro, YES, Crimson e Genesis (anche se è stata una breve apparizione), seguito da Greg Lake (Crimson e ELP). E poi Gong, UK e Eartworks.
Eartworks significa jazz, il vero amore di Bruford, il gruppo da lui costituito dopo vent’anni di rock e a cui ha dedicato altri vent’anni, nonostante sia musica da “fare la fame”.
Improponibile il paragone tra due mondi, rock e jazz, tra due stili di vita, tra due tipi di compensi, tra differenti attenzioni da parte di pubblico e ambiente, tra opposti luoghi di esibizione, tra tipologie di tournée.
Tutto questo è ben sviscerato in un libro dal tratto colto e a sprazzi difficile da interpretare.
Un plauso va alla traduttrice, Barbara Bonadeo, che ho cercato invano sul web, sentendo l'obbligo di complimentarmi con lei. Da rimarcare la consulenza per il lessico musicale da parte di Riccardo Storti.
Ma perché mai un uomo “retto” come Bill Bruford decide di smettere?
Relativamente giovane, in buona salute, mai vittima di eccessi, con una famiglia regolare, con la stessa moglie di un tempo lontano, con buone amicizie… perché decidere di dedicarsi solo al riordino degli immensi archivi personali, fatti di migliaia di registrazioni sparse e accantonate nei cassetti più disparati?
Ecco una traccia interessante.

Un’altra città si risveglia. Vancouver? Taipei? Chicago? Persino prima di colazione ho troppo tempo per ruminare su questo rapporto che si sta guastando. Ultimamente litighiamo io e la mia batteria. Lei è troppo esigente. Credevo fosse inerte, se non ci suonavo sopra. Credevo fossi io a insufflarci dentro la vita e poi a tirargliela fuori, mentre lei se ne stava li immutabile, riconoscente. Lei che è il mio riflesso, e che era stata giovane, vivace, bella, e soprattutto sicura di sé, ora sembra un’ombra di ciò che è stata. Oh, certo, quando usciamo insieme, in mezzo alla gente, tutto sembra andare per il meglio. Siamo la coppia perfetta, io e la mia elegante Starclassic Bubinga. Lei è così affascinate nel suo nero totale con intarsi dorati, tutta in ghingheri. Danziamo per le telecamere con grazia infinita, sotto sguardi ammirati. Ava Gardner e il suo Frank Sinatra. Io suono, e la mia batteria canta dolcemente. Ma sotto le apparenze il nostro rapporto è corrotto fino al midollo. I millecinquecento montrealiani non sospettano niente, insieme abbiamo appena regalato loro uno spettacolo fantastico: rimarrebbero sconvolti nel sapere che, in realtà, la nostra storia d’amore mi sta indebolendo, che non reggo più le sue continue richieste. Qualcuno dovrà cedere”.

Milioni di chilometri percorsi, migliaia di performance di ogni genere, infinite interviste, enormi discussioni, compromessi ad ogni angolo, obblighi superiori ai piaceri, indigestioni di jet lag e tanto altro che nella vita di un comune mortale significano semplicemente stanchezza e voglia di serenità, fattori meno importanti in molti dei periodi della nostra vita, ma determinanti nel momento della saggezza.
Ma il book è molto più completo (e nemmeno troppo sentimentale) di come lo potrei descrivere io.
La struttura è davvero inusuale e Bruford suddivide i vari capitoli partendo da domande che pone a se stesso, del tipo… “Com’è lavorare con Robert Fripp?”, “Perché hai lasciato gli YES?”, “Vedi ancora gli altri”, “Dove prendi il tuo fantastico sound”.
Bruford risponde a delle semplici, disarmanti, domande (con risposte tutt’altro che semplici), evitate con cura per tutta la vita, forse per mancanza di adeguate risposte.
Alla domanda casuale: “Ma tu che lavoro fai?”, e alla ovvia risposta “sono un musicista”, di solito segue: “Sì, ma di giorno cosa fai?
Dice Bill:” Il music businnes sembra conoscere solo due stereotipi, e cioè il Dio del rock e quello che -una- volta: per un sacco di eccellenti musicisti il limbo è assicurato. Io ho trovato una via di mezzo. Ho lavorato duro in prima linea nell’Industria Dell’Umana Felicità per quarantuno lunghi e più che altro piacevoli anni, e vi assicuro che gran parte del lavoro l’ho fatto di giorno”.
Quattrocento pagine per raccontare la storia della musica secondo un uomo che l’ha vissuta in modo completo, contribuendo a innovarla, soprattutto nella sua principale specialità, quella delle percussioni.
Un musicista rock e jazz, di estrazione borghese, che non ha avuto bisogno di una fase di autodistruzione per trovare un ruolo all’interno del circo della musica, con una vita tutto sommato semplice, ma piena di significati e soddisfazioni. Sarebbe un vero peccato non divulgare al massimo il verbo di Bill Bruford!
Io l’ho fatto, lo sto facendo e lo farò, consigliando il libro a molti musicisti e appassionati di musica, ma anche a genitori “in possesso” di figli aspiranti musicisti.
Il mio collega Alberto, papà di Nicolas, un bravo batterista prossimo alla maturità scientifica, mi ha confidato che, vista la crisi in ogni tipo di settore lavorativo, non disdegnerebbe una carriera musicale per il proprio pargolo. Mentalità molto aperta.
In linea di principio mi sembra una buona cosa quella di perseguire (e lasciar perseguire) un sogno, anche se difficile (ma non impossibile) da realizzare. Però… gli ho consigliato vivamente: ”Bill Bruford, autobiografia alla batteria”, e so che è andato alla sua ricerca nella biblioteca più vicina a casa.
La lettura potrebbe sortire due effetti, uno opposto all’altro, ma penso valga sempre la pensa avere le idee chiare, e poi magari decidere di rischiare. Non sarà certo un libro scritto da un “antico” musicista inglese, che tutto ha visto e tutto ha avuto, ma lontano mille miglia dalla "normalità", a influenzare il giovane Nicolas, ma qualche riflessione sui differenti aspetti della vita del musicista la porterà sicuramente, e in questo senso il book di Bruford ha davvero una marcia in più, quella dell'insegnamento, da accompagnare alla altrettanto importante oggettività degli avvenimenti raccontati.
Alcuni amici romani, hanno intervistato telefonicamente Burford e mi hanno concesso l’utilizzo di uno stralcio della chiacchierata, quello relativo al libro autobiografico.

Intervista per il terzo degli speciali sulla carriera di Bill Bruford andati in onda nel programma radiofonico "Il Sabato di Punto d'Incontro" di TRS Radio.
Giampiero Frattali pone a Bruford domande di Glauco Cartocci e Donald McHeyre.


Ascoltiamo

lunedì 15 maggio 2017

Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965-Beatles



Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965

"Now, ladies and gentlemen, honoured by their country, decorated by their Queen, loved here in America, here are The Beatles!"


Fu l’apice della Beatlemania: 55000 fan urlanti che agitavano striscioni e bandiere mentre a stento intravedevano i Fab Four al di là del recinto di protezione.

A qualche centinaio di metri di distanza, su un palco costruito alla buona nel mezzo di un enorme campo di baseball, i quattro musicisti cercavano di farsi ascoltare sparando musica da amplificatori da 100 watt commissionati per l’occasione, un impianto di diffusione sonora più adatto ad annunciare il risultato delle partite.

E’ stato il più grande concerto mai visto”, dichiarò entusiasta John Lennon qualche tempo dopo. “E anche il più esaltante. Una cosa fantastica”.

Un attimo prima di attraversare di corsa il prato con indosso le celebri giacche beige, i Beatles sembravano un gruppo di eroi per sbaglio, stanchi al solo pensiero di affrontare una nuova tournèe americana (una dozzina di date in grandi spazi all’aperto) dopo luinghe peregrinazioni europee. Persino arrivare allo Shea Stadium era stata un’impresa ardua.

Da Wall Street avevano viaggiato in elicottero sino al tetto della World Fait, dove un veicolo li attendeva per portarli a destinazione.

Ma bastò la prima delle dodici canzoni in scaletta, a malapena udibile in mezzo alle urla isteriche del pubblico, perché la professionalità dei Beatles tornasse a galla.

John Lennon si produsse perfino in una spettacolosa imitazione di Jerry Lee Lewis accompagnando al piano un trascinante "I'm Down".

In realtà sia lui sia i compagni sapevano che quei guizzi estemporanei non erano più semplici  artifici scenici . “Avevo sbiellato” ammise Lennon diversi anni più tardi.
(Note di Mark Paytress)


Set list

Twist And Shout
She's A Woman
I Feel Fine
Dizzy Miss Lizzy
Ticket To Ride
Everybody's Trying To Be My Baby
Can't Buy Me Love
Baby's In Black
I Wanna BeYour Man
A Hard Day's Night
Help!
I'm Down

domenica 14 maggio 2017

Finisterre e Ancient Veil in concerto a Genova il 12 maggio: il commento


Il venerdì sera è solitamente un buon momento per dedicarsi alla musica dal vivo che più si ama, ma certe situazioni vanno evidenziate, anche, per il loro valore simbolico, attimi che superano l’evento contingente rispolverando storie, momenti di vita, immagini che riprendono colore dopo aver patito il fisiologico sbiadimento temporale.
Il 12 maggio il Teatro La Claque, nel cuore antico di Genova, è diventato il luogo di ritrovo di musicisti di vecchia data, legati da amicizia consolidata, e aventi in comune l’amore per la musica progressiva, ma non solo quella: Finsterre e Ancient Veil.

I Finisterre nascono nel lontano 1993, e di quella formazione presentano ancora parte degli elementi originali: il pluridecorato Fabio Zuffanti (basso e voce), Stefano Marelli (chitarra e voce) e Boris Valle (piano e tastiere). Dell’attuale line up fanno parte il batterista Andrea Orlando (entrato a metà anni ’90)  e il tastierista Agostino Macor (annesso nel ’98).
Molte le apparizioni live in giro per il mondo, ma la band - la cui storia ha avuto interruzioni e riprese nel tempo - mancava da Genova dal 2004, e quindi l’episodio di due giorni fa appare davvero carico di significati.

Gli Ancient Veil hanno un punto di origine antico, quell’anno 1985 in cui prende corpo il progetto Eris Pluvia, fondato da Alessandro Serri (voce e chitarre) e Edmondo Romano (sax soprano, clarinetti e flauti), musicisti che a inizio anni ’90 creano una nuova situazione musicale esordendo con l’album omonimo, “Ancient Veil”, a cui seguirà una pausa lunghissima, venti anni, tempo durante il quale le strade musicali di Romano e Serri si separeranno. E’ quindi nel 2017 che, a sorpresa, rifiorisce l’ensamble, e nasce l’album “I’m changing”, presentato ufficialmente a La Claque. A completamento della band il bassista Massimo Palermo e il batterista Marco Fuliano.

Se è vero che la “latitanza live genovese” dei Finisterre è lunghissima, quella degli Ancient Veil è… totale, essendo stata la loro attività passata esclusivamente “studio”.
La nota positiva iniziale è legata all’affluenza, dato sempre incerto quando si tratta di eventi così particolari: locale è gremito ed è un piacere per tutti, non solo per gli artisti sul palco.

Iniziano i Finisterre, l’unico progetto di cui fa parte Zuffanti che non avevo mai avuto occasione di ascoltare dal vivo.
E’ l’occasione giusta per ripercorrere un po’ di storia, come dimostrato dalla tracking list che dirà molto ai fan della band:


Che dire… un tiro pazzesco! Non credo ci sia stato il tempo per lunghe sessioni di prove e non esiste una folta storia da palco ravvicinata, ma ciò che riescono a creare, probabile frutto di un amalgama antico, investe l’audience, magari non preparata ad un “avvolgimento sonoro” di tale portata.
Il viaggio a ritroso permette di afferrare le varie sfaccettature e inclinazioni di genere di artisti di grande qualità, con una sezione ritmica potentissima (Orlando e Zuffanti), un tappeto tastieristico in perfetto amalgama (Valle e Macor), e i percorsi solistici ed effettistici di Marelli, che divide la parte vocale con Zuffanti.
Sono un po’ in difficoltà nel delineare a parole i contorni della loro musica a vantaggio di chi ancora non la conoscesse, ma, rimanendo nel campo della totale libertà regalata dalla musica progressiva, l’immagine che mi viene naturale è l’aspettativa che prende al termine di un brano, in attesa di quello successivo: “… e adesso cosa accadrà?”.
Momento toccante quello che presento nel video a seguire, relativo al brano “Macinaacqua, Macinaluna”, dall'album di esordio, il cui “proprietario originale”, in qualità di vocalist, era Davide Laricchia, che lasciò subito il gruppo; ed è proprio Laricchia, presente per la reunion, a riprendersi il posto da titolare dopo ventitré anni.
E’ questa la parte che mi pare rappresentativa dell’ecletticità della proposta Finisterre: rock e poesia, istanze sociali e atmosfere sonore originali e variabili.
E chiudere una performance super convincente, rilasciando profumo di King Crimson e Genesis, stabilisce chiaramente un luogo di partenza che, a distanza di lustri, resta ancora il fondamento di un credo incancellabile.

Grande concerto, che scema nella speranza che i tanti progetti di Zuffanti and friends possano lasciare spazio al proseguimento di nuovi lavori targati Finisterre, con l'aggiunta di live che, da quanto visto, sanno rappresentare un modello unico, fuggendo dalla copia dei tanti “fratelli maggiori”.


E arriva il momento di Ancient Viel, di cui conosco perfettamente il nuovo album.
Primo live ed emozione palese: l’intento è anche quello di produrre materiale per un futuro disco dal vivo, il che presuppone settaggi tecnici in corsa, tra un episodio musicale e un altro.
Parto dalla fine, da un giudizio un pò critico di Edmondo Romano che mette in evidenza alcune imprecisioni legate alla "ruggine da palco" di una band priva di storia live, e ad alcuni inconvenienti tecnici. Il musicista, come ogni professionista, in qualsiasi campo lavorativo, tende al suo modello di perfezione, che nel caso del concerto, però, non trova quasi mai coincidenza con le aspettative del pubblico che, in quelle occasioni, non va mai a caccia della perizia tecnica; esemplifico: uno degli eventi più esaltanti a cui ho partecipato nel nuovo millennio è stato funestato da mille guai atmosferici e dalla perdita quasi totale della voce del frontman!
In questo caso non ci sono catastrofi da descrivere, ma piuttosto una performance che ha piano piano preso consistenza, passando dal rodaggio alla scioltezza totale, e posso dire di aver trovato piena soddisfazione personale - e il resto del pubblico ha manifestato lo stesso palese sentimento - nell’ascoltare le atmosfere comprese tra il rock e il folk di una band che potrebbe dare grosse soddisfazioni agli amanti del genere.
Vista l’occasione, così come accaduto con i Finisterre, c’è spazio anche per le parole e per il racconto di uno spicchio di storia, che trova evidenza quando l’ospite, Valeria Caucino, presta la sua voce nel brano “Chime of the time“, presente originariamente nel primo demotape degli Eris Pluvia risalente al 1990. O quando, proponendo Pushing togheter“, la bacchetta del driver passa nelle nani di Fabio Serri, all’epoca della creazione del brano... un bambino.
Una bella storia anche quella che vede sul palco una miscela dei due gruppi, in occasione di  In the rising mist“, quando le chitarre di Zuffanti e Marelli si uniscono a quelle di Alessandro Serri e di Marco Fuliano (che cambia ruolo nell’occasione), e ai fiati e alle tastiere di Romano e Fabio Serri.



L’ultima parte di spettacolo ha previsto quindi la presentazione di parte di “I’m changing”, quello che spero sia un nuovo punto di partenza, perché apprezzo particolarmente la mistura tra classico, rock e una sorta di folk anglosassone, genere composto in cui gli Ancient Veil dimostrano di essere particolarmente ferrati. e convincenti.
La scaletta...


Mi sono divertito e ho realmente apprezzato ciò che ho visto sul palco, e credo che il video seguente, che sintetizza un paio di tracce del nuovo disco, permetta di farsi un’idea precisa di quanto accaduto… un live riuscito, da tutti i punti di vista!