lunedì 31 ottobre 2016

Sam & The Band-"On My Way Home"


Samuele Puppo è giovanissimo, ma ha una fortuna che manca alla maggior parte dei suoi coetanei: ha le idee chiare sul come vorrebbe si colorasse il suo futuro prossimo, perché la passione è così forte che diventa naturale il percorso da seguire.
Sto parlando di musica, ovviamente, e l’artista di cui ancora una volta scrivo ha aggiunto un tratto al suo nome e cognome, quel “Sam” che riporta inevitabilmente al mondo che da sempre lo affascina, fatto di blues e di folk, di ballad e di motivi accattivanti, con uno sfondo unico per chi ama il rock, quell’America che è fonte di continua ispirazione.
Le idee chiare sono solo una parte del gioco, una buona base di partenza, ma la strada è davvero dura, a maggior ragione per chi evita il facile ammiccamento e prosegue il percorso indicato dal cuore e dalla ragione… la sua ragione: a diciotto anni appare un dovere coltivare il talento e alimentare i sogni!

Sam arriva ad un nuovo EP - l’esordio risale a 2 anni fa con Road to Mountains - e propone questo “On My Way Home” con una band - il disco è appunto attribuito a Sam & The Band -, e questo è sintomo di intelligenza musicale e oltre, perché frutto della ricerca del lavoro di squadra e della comprensione dell’importanza delle relazioni umane, fatto che, a quell’età, potrebbe non essere ancora stato focalizzato (e c’è chi non ci arriverà mai!).

"On My Way Home" contiene 5 brani originali scritti da Sam - in lingua inglese, of course -,  con l’aiuto tecnico di Alessandro Mazzitelli e della sua MazziFactory e, appunto, la sua band: Davide Medicina al basso e Nicola Arecco alla batteria, che si uniscono alla chitarra/voce/piano di Sam.
Nell’EP sono ospiti Stefano Bergamaschi alla tromba, Marco Di Giuseppe al sax e Giovanni Pastorino alle tastiere.

Le cinque tracce sono varie e permettono di dare una buona esposizione della visione musicale di Samuele Puppo, del suo gusto e delle sue skills specifiche.
On My Way è la canzone di maggior presa, a cui è abbinato il video che propongo a seguire e che era stato anticipatore del disco, motivo che, una volta entrato in testa, non ti abbandona più, potenziale hit… se fossimo in un altro Paese!
Con Soul ci avviciniamo sempre più a sonorità - e ad una vocalità - che riportano ad un mondo che da Nashville raggiunge la costa ovest, con tutte le varianti possibili, come quelle proposte da Dear Grace e You & I, dove James Taylor e Jim Croce si incontrano e illuminano il giovane Sam. E con San Francisco si raggiunge la meta, termine del viaggio perfetto sintetizzato in “On My Way Home”.

Sarà questa la prossima casa di Sam Puppo? Sarà questo il punto di arrivo?
Il luogo è lontano ma la musica aiuta ad accorciare ogni tipo di spazio, e forse Sam & The Band, senza dover prendere neanche un aereo, riusciranno a creare l’America - quel mondo contraddittorio che affascina quasi tutti - in terre più vicine, unendo suoni, immagini e cultura. 

Un altro passo formativo, un altro momento di evoluzione, e alla fine gli sforzi saranno ripagati!

Voto alto per “On My Way Home”


Lo scambio di battute…

Quando ti intervistai un paio di anni fa chiudesti su una risposta legata al futuro: “Nel mondo dei sogni mi piacerebbe avere successo ed essere apprezzato per le mie canzoni”. A che punto siamo nel percorso reale?

Sono felice di poter dire che la musica, pian piano, mi stia portando delle soddisfazioni ed  è ciò che speravo. E’ un percorso difficile, specie nel nostro Paese, se si decide di non cantare in italiano, ma il piacere di suonare e di portare avanti la mia musica è più forte della paura di non riuscire.

E’ da poco uscito il tuo EP “On my way home”: hai individuato in modo chiaro la strada che porta alla tua “casa musicale”?

Dal primo EP “casalingo” sono cambiate molte cose, a partire dalle canzoni. Penso che la mia “casa musicale” sia ancora in costruzione e questo è dovuto al fatto che aggiungo di continuo nuovi pezzi, esplorando diversi territori, anche se attraverso il mio gusto e la mia sensibilità. Può sembrare paradossale, ma più del suonare amo ascoltare. E ogni volta che ascolto, che cerco, che scopro, che capisco, mi rendo conto di avere ancora una lunga strada davanti e di avere ancora tanti pezzi da trovare ed incontrare prima di sentirmi veramente a casa.

Che cosa propone il disco? Come ti sei evoluto rispetto ai tuoi primi passi?

On My Way Home è un biglietto da visita. Rappresenta ciò che sono oggi. Dai miei primi passi come autore e musicista ho cambiato idee, generi, ascolti. Pertanto ho voluto racchiudere il mio mondo in questi cinque brani, alcuni vecchi ma totalmente riarrangiati, altri nuovi. “Sam & the Band” è un progetto nato dall’esigenza di sperimentare qualcosa di nuovo, qualcosa che mi aiutasse a crescere, e Nicola e Davide sono stati e sono i compagni perfetti per questo viaggio!

Sei soddisfatto dei riscontri di pubblico e critica ottenuti sino ad oggi?

Devo dire di sì.Da quando abbiamo pubblicato “Come Around” (il primo singolo) ad inizio estate, e successivamente l’intero EP,presentato ad ottobre alla Raindogs House di Savona, ho avuto il piacere di ricevere riscontri positivi sia via web, sia di persona e ne sono davvero felice! “Come Around” è stato anche selezionato dal Non-Talent“Non Sparate sull’Artista” di Radio2 Social Club, ed è stata una grande soddisfazione ascoltarlo in radio, così come la messa in onda del video al TG di Rai Regione nella rubrica “Talenti Nostri”.

Mi racconti qualcosa della squadra che ti ha aiutato nella realizzazione dell’EP, Mazzitelli compreso?

Mazzitelli è stato un santo e per il suo impegno bisognerebbe dedicargli un monumento. Riguardo alla registrazione vera e propria ha fatto tutto lui, dalle riprese al montaggio, al mixaggio, al master. Ci ha aiutati (supportati e sopportati) per tutta la realizzazione dell’EP e gliene siamo davvero grati. La grafica l’ha realizzata Beatrice Minuto (in arte Arbanella, anche lei di Celle) un’artista sensibile e di grande talento che ha saputo cogliere alla perfezione “l’atmosfera” giusta. Il resto lo abbiamo fatto noi, tra qualche caffè,un bel po’ di sonno arretrato e tante risate! Il montaggio del video – e di tutti i miei video fino a qui – l’ho fatto io che mi diverto con queste cose, ma in modo assolutamente sperimentale. Il giorno in cui potrò permettermi di pagare un videomaker professionista sarò davvero felice!

Se non sbaglio sei all’ultimo anno di liceo: cosa c’è dietro l’angolo? Musica, scuole o entrambe le cose?

Bella domanda! Sono ancora in cerca di una risposta, anche se qualche idea ce l’ho. L’unica cosa che posso dire è che ovunque io decida di andare a vivere e a studiare la musica non resta a casa… lei viene con me.


I brani..
-Come Around
-Soul
-Dear Grace
-You  & I
-San Francisco

 Sam & The Band sono:
-Samuele “Sam”Puppo: chitarra, voce e piano
-Davide Medicina: basso e contrabbasso
-Nicola Arecco: batteria e percussioni

Ospiti:
-Stefano Bergamaschi: tromba
Marco Di Giuseppe: sassofono

 Contatti:







   

domenica 30 ottobre 2016

The Shaggs: band inascoltabile, band immortale...


La peggiore band di tutti i tempi: l'incubo sonoro delle sorelle Wiggin da quasi mezzo secolo continua ad incantarci, ispirarci, stupirci e stuprarci come la prima volta. Definitivo sberleffo proto-avant-rock, sublime quanto involontario, profetico quanto goffo unico e irripetibile, a suo modo immortale”.
Francesco Pullè

The Shaggs sono state un gruppo musicale femminile statunitense formatosi a Fremont, New Hampshire, nel 1968. La band era composta dalle sorelle Dorothy "Dot" Wiggin (voce, chitarra), Betty Wiggin (voce, chitarra ritmica) e Helen Wiggin (batteria).
Il gruppo fu formato nel 1968 su insistenza del padre, Austin Wiggin, che credeva che sua madre avesse previsto l'ascesa della band verso il successo. L'unico album della band, Philosophy of the World, fu pubblicato nel 1969. L'album passò inosservato, ciò nonostante il gruppo continuò ad esistere come band locale di concerti dal vivo. Le Shaggs si sciolsero nel 1975, dopo la morte di Austin.
La band è nota ancora oggi per la sua inettitudine a suonare la musica rock in modo convenzionale, che ha portato alcuni critici a considerarle antesignane del lo-fi.
Le Shaggs sono attualmente classificate come una cult band di outsider music e hanno ricevuto elogi da artisti come Frank Zappa e Kurt Cobain.


L'idea primordiale della band The Shaggs venne alla madre di Austin Wiggin. Quando Austin era giovane, la madre gli predisse nel corso di una chiromanzia che avrebbe sposato una donna bionda, che avrebbe avuto tre figlie dopo che lei fosse morta, e che le sue figlie avrebbero formato una band. Le prime due predizioni si avverarono, così Austin decise di far avverare anche la terza. Ritirò le sue tre figlie da scuola, acquistò loro gli strumenti e fece seguire loro alcune lezioni di musica. Austin chiamò la band "The Shaggs" ("Le arruffate") a causa della capigliatura arruffata che andava di moda allora. Nel 1968, Austin fissò per le ragazze un concerto regolare il sabato sera nel municipio di Fremont, New Hampshire.
A proposito dell'album delle Shaggs Philosophy of the World Cub Koda ha scritto: "C'è innocenza in queste canzoni e le loro performance sono al tempo stesso affascinanti e inquietanti. Colpi di batteria spezzati, accordi senza direzione, canzoni che non sembrano avere una metrica ben precisa, suonate fuori tono, chitarre di qualità dozzinale... tutto questo contribuisce a creare dissonanza e bellezza, caos e quiete, portando ogni ascoltatore a riorganizzare le proprie precedenti nozioni sui rapporti fra talento, originalità e bravura. Non esiste un album in vostro possesso che suoni anche lontanamente simile a questo". Si dice che, durante le sessioni di registrazione, le Shaggs a volte smettessero di suonare sostenendo che una di loro aveva commesso un errore e che avevano bisogno di ricominciare, lasciando i tecnici del suono a chiedersi su cosa si basassero le ragazze per dire che c'era stato un errore.
L'uomo che aveva promesso di stampare 1000 copie di Philosophy of the World si dice che sia fuggito con 900 dischi e con i soldi del pagamento. Il resto delle copie furono distribuite a stazioni radio del New England, ma ottennero poca attenzione e i sogni di celebrità di Austin per le sue ragazze andarono delusi.
Ad un esame più attento, le Shaggs sembrano avere un coerente (ma altamente idiosincratico) approccio a melodia, armonia e ritmo. Nei testi delle loro canzoni usano strutture di versi altamente irregolari, enfatizzate da strutture melodiche che tipicamente assegnano una nota per sillaba.
Nel 1975, Austin Wiggin organizzò una seconda sessione di registrazione per le sue figlie, durante la quale il gruppo registrò diverse canzoni. Tuttavia, quando le sessioni si interruppero per un infarto di Austin, le Shaggs abbandonarono il progetto di registrazione e il gruppo si sciolse.

Riscoperta

Nel 1980, Terry Adams e Tom Ardolino, della band NRBQ, che possedevano una copia originale dell'album ed erano fans della band, convinsero la Rounder Records a pubblicare di nuovo Philosophy of the World. Dopo la pubblicazione dell'LP, la rivista di musica Rolling Stone rese onore alle Shaggs definendole "Il ritorno dell'anno". Adams e Ardolino pubblicarono le canzoni non presenti nell'album del 1969 nell'LP del 1982 Shaggs' Own Thing. Nel 1988 Dorothy Wiggin riscoprì l'album Philosophy of the World nel suo scantinato e fece in modo che nel 1999 fosse ristampato in CD.
Il 20 e 21 novembre 1999, gli NRBQ celebrarono il trentesimo anniversario delle Shaggs con due concerti a New York City, ai quali parteciparono anche le Shaggs. Helen, che in quegli anni soffriva di depressione, rifiutò di esibirsi, così Ardolino suonò la batteria al suo posto.


Nel 2001 la Animal World Records pubblicò una compilation chiamata Better Than Beatles, una compilation di artisti vari che suonano le canzoni delle Shaggs.
Helen Wiggin morì nel 2006. La vedova di Austin Wiggin, Annie Wiggin, morì nel 2005.

Membri

·         Dorothy "Dot" Wiggin - voce, chitarra (1968 - 1975, 1999)
·         Betty Wiggin - chitarra, voce (1968 - 1975, 1999)
·         Helen Wiggin - batteria (1968 - 1975)
·         Rachel Wiggin - basso elettrico (1969 - 1975)
·         Tom Ardolino - batteria (1999)

A proposito della band…

"Queste ragazze non avevano alcun tipo di riferimento, non sapevano cosa stavano facendo, e dunque avevano dovuto riscrivere da zero la musica pop: le progressioni di accordi erano del tutto inaudite, la chitarra seguiva la stralunata e improbabile melodia della voce, mentre la batteria raramente suonava un colpo a tempo - quasi programmaticamente, si sarebbe detto. Si trattava di un accumulo di note mai sentito, privo di sovrastrutture, infantile e libero da qualsiasi regola. La musica di chi era stato costretto a inventarsi una sua musica".


"... la vera sorpresa era che un album del genere potesse esistere: molti musicisti rimasero sinceramente affascinati dalla musica delle sorelle Wiggin, perchè si trattava dell'espressione senza filtri di ciò che era nelle loro teste mentre venivano forzate a suonare. Niente ammiccamenti a un possibile pubblico, niente fronzoli, nessun utilizzo di modalità stilistiche già conosciute, tantomeno virtuosisimi. Pura musica, e basta".

A proposito dell'album...


"Se volete cimentarvi nell'ascolto del disco (sono solo 32 minuti della vostra vita, vale la pena tentare), innanzitutto allontanatevi da personaggi indiscreti che potrebbero non comprendere, e interrompere sgarbatamente il flusso del vostro trip; ricordate di lasciare dietro di voi ogni idea di canzone tradizionale, preparatevi a cadere in una sorta di trance musicale catatonica dopo il primo paio di pezzi... e con il tipo giusto di orecchi (e di cuore) potrete apprezzare l'incredibile opportunità di entrare nella mente di tre ragazze rinchiuse in un mondo alienante, che suonavano per assecondare le ossessioni di loro padre, e che nella musica hanno creato qualcosa di completamente inedito”.




giovedì 27 ottobre 2016

Al Kooper


Parlando di rock blues… Al Kooper

Personaggio polivalente, come produttore e come musicista (tastiere, chitarre e voce), ha registrato con Clapton, George Harrison, Tom Petty, B.B. King, Santana, Who e Rolling Stones; ha suonato l’organo in Like a Rolling Stone e in Blonde on Blonde di Bob Dylan e in Electric Ladyland di Hendrix; ha concepito il primo disco di jam rok, Super Session; ha contribuito alla nascita dei Blues Project e dei Blood Sweat & Tears e ha scoperto e prodotto i Lynyrd Skynyrd, alfiere del southern rock. Un curriculum di tutto rispetto!
Nato a Brooklyn nel 1944, debutta discograficamente all’età di 13 anni con i Royal Teens, ma il suo nome comincia a essere di dominio pubblico quando casualmente, alle sessions di Like a Rolling Stones, incide una traccia di Hammond sul pezzo già registrato da Dylan. Partecipa poi alla controversa apparizione della svolta elettrica di Dylan al Festival di Newport del 1965 e lavora in diversi dischi dell’artista di Duluth.
Dopo aver dato i natali a una delle prime band del blues revival newyorchese, i Blues Project, aiuta i Blood Sweat & Tears nella registrazione di Child Is Father To The Man, quindi è artefice della jam di Super Session con Bloomfield e Stills, album seminale e leggendario della storia del rock. Un altro suo lavoro all’insegna del blues è Kooper Session, jam in compagnia del quindicenne chitarrista Shuggie Otis,figlio del veterano del R&B Johnny Otis.

(Tratto da “Rock Blues”, di Mauro Zambellini)

domenica 23 ottobre 2016

CAP e Alvaro Fella + Höstsonaten al teatro Govi di Genova


Un’altra serata di estrema qualità quella proposta dal Teatro Govi di Genova il 22 ottobre, con l’intervento organizzativo della Black Widows Records.
Di scena un bel po’ di storia, con un abbinamento dai discreti contrasti, ma con elementi comuni molto forti, essendo la musica progressiva il leitmotive.
Ad aprire il concerto il Consorzio Acqua Potabile, che ha messo in mostra la felice collaborazione con Alvaro Fella, elemento rappresentativo dei Jumbo (tra pochi giorni protagonisti di una reunion live, a Magenta, con tutti i membri originali).
I CAP nascono nei primi anni ’70, ed è quindi corretto considerarli artisti seminali quando si parla di prog italiano. Di quella antica line up è presente solo Maurizio Venegoni (tastiere e voce), ma tanto basta per poter dare nuova luce ad un progetto costituito dalla sua esperienza e dalla nuova linfa portata in dote da tanti giovani musicisti che contribuiscono oggi alla realizzazione del nuovo lavoro (uscito su CD e vinile per BWR), “Coraggio e Mistero”, lavoro di cui Fella è parte integrante.
Avevo già visto i CAP dal vivo, nel maggio 2014, al FIM genovese, e anche in quella occasione la partecipazione di Fella era stata significativa, nonostante seri problemi fisici, ma anche in quell’occasione era emersa la grinta e la particolare personalità di un musicista che, occorre ricordarlo, ha legami inattaccabili con la città di Genova, avendo avuto la possibilità di anticipare la performance dei Genesis (assieme agli Osanna), nel 1972, al Teatro Alcione.
Palco gremito (nove gli elementi in gioco), con l’aggiunta in un brano dell’ospite a sorpresa, un altro “Jumbo”, Sergio Conte.
Repertorio mischiato, tra passato e presente, ma ciò che contava maggiormente era la misura del sound, affiancata alla soddisfazione del proporre un nuovo disco.
L’importanza delle liriche ha trovato la fermatura del cerchio attraverso trame molto varie, virtuosismi personali e tutti gli stilemi del prog doc.
Coraggio e Mistero…  ci vuole coraggio per continuare a proporre una musica da sogno, che appare a volte come moto di moderni carbonari; ci vuole coraggio per continuare ad usare la propria voce per urlare ciò che siamo stati in tempi che vorremmo tornassero, e non solo per l'aspetto gioventù.
E il mistero sta nei tanti miracoli che si sono moltiplicati, legati alla Musica, validi solo per chi li vive, forse, ma sempre più naturali con il passare del tempo.
Tutto questo mi è parso chiaro, nel corso del concerto, e ci sono stati attimi in cui le caselle della memoria, quelle indicate da Fella in una canzone proposta, mi si sono aperte, e sono entrato ancor più in sintonia con la musica che mi si parava davanti e con gli attori che erano lì per regalarmela.
Il video a seguire, oltre a fornire i nomi della band, permette di riassumere il pensiero appena espresso.


Coraggio e Mistero. Ecco il legame ancora più forte con chi ha il compito di proseguire la serata.
E’ il momento di Höstsonaten, ovvero di uno dei tanti progetti di Fabio Zuffanti.
Zuffanti conosce solo l’azione, il lavoro, il mettere in pratica le idee musicali che sforna a getto continuo. Ma le batoste ogni tanto arrivano e qui subentra il suo… coraggio quello della reazione “pulita”, fatta di moltiplicazione dell’impegno e del coinvolgimento.
Avevo già visto Höstsonaten dal vivo, in altro concerto genovese, ma è stata questa l’occasione per ascoltare in toto il nuovo album Symphony #1: Cupid & Psyche.
Performance strumentale che, oltre alla presenza del geniale Luca Scherani - principale collaboratore di Zuffanti  nel progetto - e del fido drummer Paolo “Paolo” Tixi,  ha visto un gran numero di musicisti “classici” on stage - nove in totale - e la presenza del corpo di danza della Compagnia Teatrale Gli Amici di Jachy, con le coreografie di Paola Grazzi.
Il mistero. Il mistero che si nasconde dietro a idee chiare e spontanee cesellate dal “manipolatore musicale” Scherani, che produce una lievitazione sonora che porta alla assoluta complementarietà di intenti, tra i musicisti ma… non basta: chi ballava davanti a noi non era elemento a sé stante, ma integrato perfettamente, facendo a volte dimenticare che esiste nella realtà netta separazione tra i ruoli, realizzando un tutt’uno che ha messo in scena storia, mitologia e pura cultura, determinata dalla musica e dai sentimenti che LEI, solo LEI sa suscitare in modo così corposo.
Serata emozionante!
Anche in questo caso lascio al video il compito di entrare nei dettagli della formazione on stage,  e di proporre un esempio di ciò che ho provato a sintetizzare con le parole.


Il pubblico c’è stato, ma non certo adeguato alla portata dell’evento. Il tempo inquietante e il derby della Lanterna non hanno certo aiutato, ma per poter godere a lungo della NOSTRA musica live servirebbe maggior impegno e presenza, perché potrebbe arrivare il giorno in cui il coraggio ed il mistero non cosituirebbero più ne spiegazione ne giustificazione. E a quel punto non ci resterebbe che il mea culpa!

sabato 22 ottobre 2016

Fabrizio Poggi- "And The Amazing Texas Blues Voices"


Fabrizio Poggi
And The  Amazing Texas Blues Voices
Appaloosa RECORDS
45 MINUTI

Il nuovo disco di Fabrizio Poggi, Texas Blues Voices lo vede un po’ meno protagonista, o forse… un po’ di più, dipende dai punti di vista.
Ho imparato molto da lui, sin dal giorno della nostra casuale conoscenza (ma esistono davvero cose che accadono senza un disegno preciso?).
Il temine “blues” è abbastanza comune e trasversale, e bisogna ammettere che la semplicità tecnica con cui può avvenire il contatto favorisce l’approccio e autorizza una miriade di musicisti ad assumere un atteggiamento autoreferenziale rispetto al genere, che in realtà genere non è, e questo pare difficile da far comprendere: scambiare una etichettatura musicale con un modo preciso di vivere la vita è un grosso errore.
Da Fabrizio ho appreso, attraverso i suoi racconti e la sua musica, che tipo di umiltà occorra e quale siano le fondamenta che reggono una storia infinita, fatta di sangue, sudore e soddisfazioni. Ecco, le soddisfazioni… queste non gli sono mancate, almeno ultimamente, perché a tutti gli effetti Fabrizio Poggi è riconosciuto universalmente come uomo di blues, con l’autorevolezza del ruolo, nonostante sia… italiano.
E nel momento del massimo riconoscimento, quando il senso di appartenenza - verso una musica e una terra - è al suo massimo sviluppo, Poggi decide di proporre la sua anima blues attraverso un nuovo album, in una modalità insolita, levandosi parte del ruolo tradizionale - quello di vocalist - regalandolo ad amici, voci sorprendenti dalle radici texane, e tenendo per sé la presenza all’armonica, diventando quindi membro della squadra da lui composta per l’occasione: atto di devozione, non verso gli artisti stessi, ma rivolto all’essenza, allo spirito del movimento blues, un omaggio alla storia, non solo musicale.
I dieci brani vedono così un continuo avvicendarsi di situazioni che rendono il disco godibile anche dal punto di vista della varietà, e pur essendo il tema amato dalla nicchia, mi pare possa portare al coinvolgimento anche l’ascoltatore occasionale e meno focalizzato sulle vicende musicali.

Vado in rapida sequenza per sottolineare i vari attori.

L’album si apre con Nobody`s Fault But Mine, canzone interpretata da una voce incredibile, quella di Carolyn Wonderland, che riporta agli standard  del genere.
A seguire Walk On, con  Ruthie Foster in prima linea, che vede in evidenza l’armonica di Fabrizio Poggi e la slide di Joe Forlini. 
Si arriva quindi a un classico di Muddy Waters, Forty Days And Forty Nights, dove il maestro della voce diventa Mike Zito: emozionante il passaggio del testimone tra i vari musicisti.
Rough Edges è l’omaggio che il chitarrista e vocals W.C. Clark dedica al “suo” Stevie Ray Vaughan: basta chiudere gli occhi e trovare la giusta sintonia per rivedere in carne ed ossa chi ci ha lasciato prematuramente, e anche questo è un modo per ricordare e vivere la musica.
Il ritmo cala con Mississippi, My Home, cantata da Lavelle White, blues lento da sogno, dove la qualità dell’interpretazione supera l’utilizzo delle skills specifiche: note e trame sonore che toccano l’anima.
Bobby Mack propone Neighbor, Neighbor, che ci catapulta in periodi in cui quello che sarebbe diventato il rock acido della costa ovest americana prendeva a man basse nel mondo blues.
Mike Cross interpreta un brano da lui composto - assieme a Karen Marie -, Many In Body, e ci guida verso la spiritualità del gospel e del coinvolgimento totale: ma forse basterebbe una messa domenicale ad Harlem per comprendere!
Welcome Home è interpretata da Shelley King, brano pazzesco dove la parte vocale, suadente e accattivante, si intreccia con l’armonica di Poggi e la solista di Forlini.
Con Wishing Well si torna a Mike Cross, ancora in doppia veste di autore (con Joe Forlini) e propositore, un blues classicissimo, in cui tutti possono riconoscere gli stilemi del genere.
Si termina con Run On interpretata da Guy Forsith, un duetto tra lui - alla chitarra resofonica e Poggi: la degna chiusura di una picture incredibile.


Il disco è di Fabrizio Poggi - da lui prodotto con Stuart Sullivan - ma ho provato a fornire un’immagine più globale, come in realtà si presenta il lavoro in toto.
Fotografia del passato, sicuramente del presente, probabilmente del futuro, perché il blues e i suoi talenti alimentano le vite e gli accadimenti di molte anime, alcune delle quali sono “blues” senza saperlo, e molte altre si fregiano di un titolo e di un ruolo che usano in modo inappropriato, ma anche questo in fondo è il segnale che il blues, inteso come modus vivendi, resta un punto di riferimento, e visti i principi nobili che lo reggono, forse, la comprensione verso chi... ambisce ma non può, dovrebbe essere contemplata.
Bellissimo il booklet annesso, chiarificatore e carico di immagini degne di un'opera rilevante.
Un grande album per Fabrizio Poggi, e una carrellata incredibile di voci arrivate da un altro pianeta!  



TRACK LIST
Nobody'S Fault But Mine (Feat. Carolyn Wonderland) 3.38
Walk On (Feat. Ruthie Foster) 4.57
Forty Days And Forty Nights (Feat. Mike Zitto) 4.49
Rough Edges (Feat. W.C. Clark) 3.50
Mississippi, My Home (Feat. Lavelle White) 7.59
Neighbor Neighbor (Feat. Bobby Mack) 5.14
Many In Body (Feat. Mike Cross) 4.07
Welcome Home (Feat. Shelley King) 5.00
Wishin' Well (Feat. Mike Cross) 3.32
Run On (Feat. Guy Forsyth) 4.01