giovedì 28 luglio 2016

Real Illusion-"Impheria"


Real Illusion-Impheria
Andromeda Relix

I veronesi Real Illusion propongono il loro debutto discografico, Impheria.
Non siamo al cospetto di una band alle prime armi, ma la loro data di nascita, il 2000, è il preludio a una storia fatta di assimilazione del genere, di presentazione di proposte altrui, sempre sotto il segno del rock. Ma quando arriva il momento giusto si decide di osare.
L’evoluzione è spesso naturale e legata a cambiamenti e nuovi arricchimenti in corsa, e in questo caso la linea di demarcazione tra un prima e un dopo può forse essere identificata nel 2008, anno in cui arriva una modifica alla line up, a cui ne seguiranno altre, definitive, un paio di anni dopo.
Ed eccoci all’esordio, curato dalla label Andromeda Relix.
Esiste in loro un dualismo, concettuale e musicale, o forse una convivenza, una medaglia con due volti che, quando inizia a roteare, mischia le anime che diventano un tutt’uno.
Il loro è rock, ma un rock di quelli che nei seventies facevano vibrare, e magari discutere su chi producesse maggiore energia, o chi fosse più virtuoso; il loro è anche un rock pieno di contaminazioni, dove il vocalist riesce a riportarti in luoghi che pensavi fossero ormai dimenticati, mentre fioriscono armonie tipicamente “progressive” e una marcata sezione ritmica metal avvolge l’ascoltatore.
Anche le liriche riportano all’ossimoro, lo stesso nome della band è sintesi di un contrasto che è quello che viviamo quotidianamente e che spesso ci lascia frastornati.
Come definirli… prog metal band? Non ha poi molta importanza, ma l’ascolto senza pregiudizio alcuno - e quindi sarebbe bene eliminare ogni tipo di etichetta - potrebbe costituire una grande e positiva sorpresa.
A seguire propongo un video “chiarificatore” ma, soprattutto, un’intervista alla band, dove molti dettagli vengono svelati e facilitano la comprensione della filosofia musicale dei Real Illusion.
Estrapolo alcuni frammenti per me rappresentativi dell’album.
Attorno al terzo minuto di Wandering c’è una sosta con virata che conduce ad un “classicismo” che amo particolarmente, se miscelato alla musica rock… vale la pena coglierlo, così come l’eterea Living after day - ospite alla voce Jessica Passilongo -, che al trentesimo secondo regala uno stacco che diventa caratterizzante e, a mio giudizio, molto significativo. Sono attimi certamente soggettivi, e che si possono cogliere solo quando l’ascolto è… attivo.
La conclusiva, lunghissima, title track (oltre 10 minuti), rappresenta la quadratura del cerchio, traccia in cui esce in toto l’anima della rock band, ma le pennellate di new prog ammorbidiscono le asperità con il risultato dell’assoluta gradevolezza e di una buona dose di originalità.
Credo sarebbe buona cosa ascoltare i Real Illusion in una situazione live, perchè se è vero che ogni ensemble musicale finalizza il proprio lavoro su di un palco, un gruppo con le loro caratteristiche potrebbe diventare terapeutico… ed è questo un momento in cui tutti avremmo bisogno di sane e naturali terapie contro le storture del mondo, musicisti e audience.
Aspettiamo curiosità il proseguimento della loro attività.
Comunque… gran bel disco!
  


L’INTERVISTA

Domanda d’obbligo: chi sono i Real Illusion? Come si è evoluta la vostra storia dal 2000 a oggi?

I Real Illusion sono di base una rock band innamorata dell’energia e della genuinità che il genere ispira, pur essendo al contempo indirizzata all’utilizzo di soluzioni armoniche più ricercate e tecnicamente più complesse, tipiche nel rock-progressive. Nei primi anni ci siamo dedicati a proporre cover di “colossi” hard rock, quali Whitesnake, Rainbow e Deep Purple, costruendo l’ossatura del nostro sound. Abbiamo poi fatto diversi anni di gavetta, suonando anche generi diversi, per ampliare al massimo i nostri orizzonti musicali. Successivamente abbiamo iniziato a comporre brani inediti, cercando di sfruttare il precedente periodo di esperienza e di valorizzare al massimo le peculiarità di ciascun membro della band.

Ascoltandovi ho ritrovato un antico hard rock con cui sono cresciuto - anche i momenti più melodici me lo ricordano - ma con una “potenza” fuori dal comune: come definireste la vostra musica, al di là delle etichette precostituite?

Ti ringraziamo perché è esattamente la definizione della nostra proposta musicale. Come detto prima, l’hard-rock degli anni 70/80 fa parte del nostro DNA, ma la “contaminazione” con le sonorità moderne tipiche del metal-prog è innegabile. La nostra musica è definibile come un “hard-prog rock melodico”.

E’ uscito a fine anno il vostro album di debutto, “Impheria”: quali i contenuti, sia lirici che musicali?

L’ispirazione lirica nasce da differenti e numerosi momenti d’introspezione: le domande, i dubbi e le incertezze che nascono dalle molteplici circostanze del quotidiano vivere. Dal sottile contrasto tra illusione e realtà che ci avvolge, come già si può intuire dal nome dalla band, ai sentimenti legati alla dimensione dell’amore, alla passione e al senso di smarrimento emotivo che più o meno chiunque ha provato almeno una volta nella vita. Le musiche, di conseguenza, creano il tessuto armonico atto a dare il massimo risalto a questi concetti esistenziali, alternando momenti di semplicità e melodie ariose a momenti più “power”, cupi e tecnicamente articolati.

Può essere considerata una svolta l’incontro col produttore Frank Andiver, specializzato in metal italiano?

Relativamente, in quanto il sound della band era già ben definito già prima di iniziare la collaborazione con lui. Sicuramente la sua esperienza ci ha aiutato a rendere l’album più “bilanciato”, grazie a una competente supervisione che ha contribuito a migliorare la struttura complessiva dell’album e di conseguenza a rendere il prodotto finale il più eterogeneo possibile.

Esistono band, italiane o straniere, che vi hanno influenzato in modo decisivo e che ancora oggi considerate come punto di riferimento?

Come detto precedentemente band come Whitesnake, Deep Purple e Rainbow hanno influenzato moltissimo il nostro songwriting, poi ogni singolo musicista della band possiede molteplici influenze personali, per cui nel calderone delle band di riferimento finiscono anche nomi “eterogeni” quali Europe, Dream Theatre, Stratovarius, Malmsteen, Rush, ELP, Dokken, Avantasia, Magnun, Iron Maiden e l’elenco potrebbe proseguire oltre…

Il vostro video “Another Day Another Stone” propone un sound meno specifico, più trasversale, aiutato dalla narrazione: quanto è importante per voi l’elemento visual in rapporto alla sola musica?

E’ importante, ma non lo è ancora abbastanza. Ci rendiamo conto spesso infatti che siamo ancora troppo concentrati esclusivamente sulla musica, mentre il mercato moderno attribuisce moltissima importanza anche all’elemento “visual”. In futuro cercheremo di considerare maggiormente questo aspetto e spingere la nostra immagine sul web e sui social.

Che cosa accade nei live di Real Illusion? Esce sempre allo scoperto la vostra energia?

Sicuramente. Anche nelle situazioni live in cui il pubblico non è numeroso cerchiamo sempre di dare il massimo. D'altronde brani come “Burning” e “ Out of my life”,  senza la giusta dose di energia risulterebbero decisamente penalizzati. Sono canzoni che amiamo definire come “pugni in faccia” e come tali vanno suonate vigorose, precise e sostenute.

Che cosa vi leva e cosa vi dà la rete, in riferimento alla diffusione della vostra musica?

Ci stiamo rendendo conto da un lato che la rete offre innumerevoli possibilità, mentre dall’altro lato notiamo che non è sempre così immediato riuscire a cogliere tali opportunità. Questo a causa di una concorrenza spietata, che ingloba tutto, dai musicisti principianti ai professionisti. E’ sicuramente più semplice metter in “vetrina” il proprio prodotto rispetto a qualche anno fa, ma riuscire ad aumentare la visibilità di questa a potenziali nuovi fan è decisamente più complicato.

Che giudizio date dello stato della musica nella vostra zona di vita?

Senza esagerare credo che si possa dire che peggio di così non può andare! I locali che si occupano di musica live di un certo livello hanno praticamente chiuso i battenti, quelli che riescono a sopravvivere sono orami semideserti e offrono la possibilità di suonare solo a chi fa cover o tributi, tra l’altro spesso pretendendo da parte della band prestazioni a cachet ridicoli, se non addirittura gratuite. C’è un crescente disinteresse anche da parte del pubblico verso la musica dal vivo nel tessuto underground, di conseguenza si è entrati in un circolo vizioso in cui la possibilità di suonare dal vivo ormai è indipendente dalla qualità della proposta musicale della band, essa ruota attorno solamente al seguito che la band può garantire al locale, oppure alla “marchette” che propongo le agenzie di booking che detengono il monopolio del giro.

Che cosa c’è dietro l’angolo per i Real Illusion, dopo l’uscita di “Impheria”?

C’è sicuramente il secondo album all’orizzonte. Tre brani praticamente già pronti e decine di “idee” in fase di composizione ed elaborazione. Speriamo inoltre di toglierci qualche soddisfazione esibendoci su palchi di una certa importanza, pur non disdegnando la consueta “prassi” della gavetta nei piccoli club, magari anche all’estero dove il nostro genere è decisamente più apprezzato. L’obiettivo principale resta sempre quello di farci conoscere e apprezzare da un pubblico sempre più vasto e magari ambiziosamente riuscire a farci notare da qualche label discografia di rilievo, tipo Frontiers o Nuclear Blast.

TRACKLIST:
Real Illusion
Master of the Twilight
Wandering
Another Day Another Stone
Out of My Life
Living After Death
My Faded Angel
Burning
Impheria

Line Up
Manuel Fabi: Voice
Luca Pegoraro: Guitar
Stefano Negro: Keyboard
Marco Beso: Drum
Luigi Di Carlo: Bass




mercoledì 27 luglio 2016

Giorgio "Fico" Piazza racconta (23-7-16)


La manifestazione “Musica e Solidarietà”, proposta da Dante Tassi a Castel San Giovanni, ha visto tra i protagonisti Giorgio “Fico” Piazza, primo bassista della PFM, che si è esibito con la sua band nel corso della prima serata.

L’ho incontrato il giorno successivo, stesso luogo ma programma diverso, e davanti alla mia videocamera ha provato a raccontarmi la sua attuale fase e quella che seguirà; il verbo “provato” sta a significare che la registrazione è avvenuta nel parco in cui in quel momento si stava esibendo Il Biglietto per l’Inferno . Folk, che ha creato un sottofondo fantastico che dà il senso dell’atmosfera di serata, ma tutto ciò ha costretto Giorgio ad aumentare la sua performance vocale, e alla fine il suo pensiero risulterà di… volume adeguato, e quindi comprensibile!
Ascoltiamolo...

martedì 26 luglio 2016

"Rock and Roll Circus"


Ricercando qualche chicca nella mia raccolta video, ho trovato questa "Yer Blues", tratta da "Rock and Roll Circus", ovvero due giorni di musica organizzati dai Rolling Stones, in un circo. Sono presenti le migliori band del 1968 e, in alcuni spezzoni, anche amici degli artisti e veri giocolieri, mangiafuoco e trapezisti.
Insomma una sintesi dell’ambiente musicale della Londra del 1968.
Il video è stato pubblicato soltanto nel 1996 e, considerando i partecipanti, vale la pena di essere visto.
Cito ad esempio The Who, Jethro Tull, Taj Mahal, Marianne Faithfull, Yoko Ono.
Nell'eccezionale spezzone seguente, oltre al presentatore Mick Jagger, si possono vedere/ascoltare John Lennon (chitarra ritmica e voce), Eric Clapton (chitarra solista), Keith Richard (sorprendentemente al basso) e Mitch Mitchell (batteria, of corse).


Da gustare.





domenica 24 luglio 2016

GARYBALDI - Storie di un'altra città


GARYBALDI
Storie di un'altra città
AMS
Rilasciato il 10/06/2016

Sono passati decenni da quando, adolescente, mi ritrovai un sabato sera in un teatro minore genovese per assistere a una serata di rock fatta di tre entità musicali in successione, con chiusura della band più importante, quella che giocava in casa e che presentava un leader a tutti conosciuto, quel Bambi Fossati che ci ha lasciato prematuramente.
Di acqua sotto ai ponti ne è passata ma i Garybaldi continuano a proporre la loro musica, molto lontana da quella che ascoltai quella sera antica, probabilmente nel 1974.
Dei fondatori è rimasto, nella line up ufficiale, Maurizio Cassinelli, molto meno dedito al ruolo tradizionale di batterista e più concentrato su canto, composizione e… anima della band.
Molti sono i giovani di cui si è contorniato, e questo di per sé basta a far comprendere come i Garybaldi siano oggi un’altra cosa, un progetto totalmente nuovo e fresco, la cui serenità musicale produce immediatamente un album… un grande album!
E’ infatti stato rilasciato da pochissimi giorni un nuovo capitolo che arriva a sedici anni di distanza da “La ragione e il torto": “Storie di un'altra città”.
Non è difficile decodificare il titolo, metafora di quanto ho provato a sintetizzare nelle righe precedenti: se è vero che il gruppo ama raccontare, da sempre, delle storie, quelle attuali appartengono a un altro luogo, semplicemente per il fatto che i protagonisti sono cambiati, e ogni nuova entrata è portatrice di idee ed esperienze che occorre volgere in musica, senza dimenticare il passato, ma provando a guardare oltre.
Sono testimone della loro vitalità in fase live: non capita spesso di poter ascoltare l’album di una band che si ha anche la possibilità di “osservare” quasi contemporaneamente dal vivo, momento in cui non ci si può nascondere dietro alla tecnologia spinta, ma occorre dare dimostrazione di coesione e di solidità del progetto. 
Il loro live, occasione in cui è stato presentato ufficialmente il nuovo disco a Genova - al Porto Antico Prog Fest - è stato a mio giudizio entusiasmante e, al netto di qualche discrepanza ovvia nelle fasi di rodaggio, ha permesso di presentare il nuovo volto di una “vecchia” band, che ormai di antico ha solo il nome.
A impreziosire il tutto un ospite incredibile, quel David Jackson molto amico dell’Italia, che proprio a Genova passò nel ’72 con i suoi Van der Graaf Generator. La sua partecipazione al disco, magari nata casualmente, si è trasformata in amore per la musica dei Garybaldi, e l’enfasi con cui me ne ha parlato nel backstage del Festival non lascia dubbi sulla sua sincerità: propongo a seguire il video di “William Fix”, il brano che lo vede presente nell’album e che rende bene l’idea di cosa sia oggi il gruppo.
Dieci brani diversi tra loro, che puntano molto verso gli aspetti più progressivi, alimentati dalle grandi skills dei “nuovi” e dalla voglia di mantenere in gioco il racconto, unendo una marcata linea melodica. Il fantastico e conclusivo “Il vento cambia strada”, inserito a fine articolo, penso possa chiarire il mio pensiero.
Bambi Fossati è presente in un brano emozionante, “Vicino in un momento”, un inedito del 2004 che, come racconta a seguire Cassinelli, appare molto vicino alla nuova filosofia del gruppo. E’ questo un atto che realizza un vero bridge tra passato e futuro, anche se  dall’intervista emerge come esista altro materiale di Bambi, che potrebbe forse essere utilizzato in un nuovo episodio a lui dedicato.
Ma credo che di nostalgico ci sia davvero poco in “Storie di un'altra città”.
Dalla “potenza” prolungata della traccia di apertura, “Sulla strada”, si passa alla più compassata “Città di Blà” - brano il cui testo, scritto negli anni da Cassinelli e Fossati, ha preso corpo solo ora con l’intervento musicale di Jon Morra, voce e tastiere.
Virtuosismo e atmosfere seventies per “Verso terra”, mentre colpisce particolarmente l’attualissima “La gente sola” - Prova a pensare alla gente sola, a una sfida che non c’è più… prova a pensare a una stanza vuota da riempire con la TV… ma la strada non finisce certo qui, fuori è un altro giorno, dovrà pur finire, prima o poi.
Il brano - e numero - perfetto è il trittico “Nove”, un testo efficace, fulcro tra due brani strumentali che mettono in evidenza le straordinarie doti di arrangiatori  e interpreti dei già citati Cassinelli e Morra, di Alessandro Paolini - uno spettacolo vederlo sul palco col contrabbasso elettrico -, del chitarrista Davide Faccioli e del drummer Marco Biggi.
Un grande album, una grande sorpresa che credo possa essere di enorme interesse anche per chi non bazzica abitualmente la nicchia della musica progressiva.

Voto massimo per “Storie di un'altra città”.


L’intervista a Maurizio Cassinelli

Sono passati molti anni dall’uscita dell’ultimo album e i momenti dolorosi non sono mancati: chi sono oggi i Garybaldi?

L'ultimo album ufficiale dei Garybaldi è stato "La ragione e il torto", del 2000, dove Bambi aveva portato il gruppo verso atmosfere molto più rock. Anche se io non ho suonato in quell'album sono sempre rimasto molto legato a Bambi, abbiamo in passato sempre lavorato insieme, nella composizione e nell'arrangiamento dei brani. E così, proprio quando stava per nascere nuovamente una grande collaborazione, il destino ha voluto tracciare una strada diversa. E' stato molto triste, ma comunque non poteva finire tutto così. Allora ho deciso, con l'aiuto di Angelo Traverso, storico bassista dei Garybaldi, di riprendere il filo di un discorso che con gli anni non si era comunque mai interrotto. E così nel 2010 è uscito un live, "Live in Bloom", che io ritengo molto bello. Nel 2011 "Note perdute", con tracce registrate negli anni e mai pubblicate; nel 2014 "Oltre, lontano, lontano", firmato Gleemen, il vecchio nome del gruppo prima di Garybaldi, con atmosfere più rock-blues, e oggi questo "Storie di un'altra città".

Quali sono le novità del disco rispetto al passato?

La band è oggi tornata su atmosfere più prog, continuando forse un discorso che si era un pò interrotto ai tempi di “Nuda” e di “Astrolabio”. Oggi i Garybaldi sono una band moderna, senza pregiudizi, che suona una musica a volte potente, a volte delicata, con l'inserimento di archi (veri), fagotti, corni, etc., e che dà come sempre grande importanza ai testi e alle copertine, come da tradizione.

Esiste una liason tra la band capitanata da Bambi Fossati e quella attuale?

Beh, Bambi è sempre stato il cocker rivoluzionario e io il sognatore, e da questa collaborazione sono nati tanti bei momenti musicali. Oggi è chiaro che l'ago della bilancia pende verso un genere musicale più sperimentale, anche per merito dei nuovi componenti della band che sono: Jon Morra - tastiere e voce -, Alessandro Paolini - basso e contrabbasso -, Davide Faccioli - chitarre - e Marco Biggi alla batteria.
Comunque il carattere musicale dei Garybaldi è rimasto, e un ponte è stato gettato tra il passato e il futuro.

A proposito di Bambi, anche lui è presente in un brano: sembra quasi impossibile immaginarlo come “ospite”! Come si inserisce il brano “Vicino in un momento” nel contesto generale?

Vicino in un momento" è un brano del 2004 che Bambi non ha mai pubblicato. Abbiamo pensato che, con l'inserimento di tastiere e contrabbasso con l'arco, fosse comunque vicino allo spirito del gruppo. Testo e musica sono, secondo me, tra le cose più belle scritte da Bambi, insieme al brano "In una stanza", uscito sull'album "Oltre, lontano, lontano". Io ho ancora alcune cose di Bambi che spero di far uscire più avanti, magari in un album a lui dedicato.

Tra gli ospiti un altro elemento illustre, David Jackson: come nasce l’idea?

L'idea di invitare David è stata di Jon. Lui è stato sempre un grande fan dei Van Der Graaf Generaor: lo abbiamo contattato, ha ascoltato i brani e ha detto: "Ok boys".

Mi parli del fantastico art work?

La copertina dell'album è in perfetto stile Garybaldi. Tu sai che abbiamo sempre dato molta importanza all'art work. Dopo Guido Crepax, Matteo Guarnaccia & c. questa è stata la volta di Pietro Spica, grande amico e grande appassionato di musica. Abbiamo condiviso il suo mondo di sognatore e i suoi colori, che si sposano perfettamente con la nostra musica. Avrai notato che Pietro ha illustrato ogni brano dell'album.

Come nasce la collaborazione con AMS RECORDS?

La collaborazione con la AMS risale ai tempi di "Live in Bloom", cioè al 2010, ma anche prima. E' piacevole lavorare con loro, perché non cercano di influenzarti in nessun modo. Ascoltano e se la musica è giusta dicono "OK". E poi con Matthias Sheller siamo amici di vecchia data.

Come spiegheresti l’attuale proposta musicale dei Garybaldi a qualche giovane che arrivi casualmente al vostro disco?

Gli direi: "Ascoltalo con attenzione, meglio in cuffia, e lasciati trasportare, senza pregiudizi. Se ti acchiappa, è fatta!".
Avete partecipato da poco al Porto Antico Prog Festival, a casa vostra, Genova, e David Jackson era presente: potrebbe essere una miscela da riproporre negli eventuali tour?

Il 16 Luglio a Genova, al Porto Antico, abbiamo proposto il nuovo CD, ma anche qualche brano storico. David c’era e…  sì', "se son rose, roseranno"!

Cosa vedi nell’immediato futuro dei Garybaldi?

Sono molto soddisfatto del disco. Spero che i, purtroppo pochi, organizzatori di concerti prog si accorgano del valore di questa nuova formazione dei Garybaldi, e ci permettano di suonare ancora tanto per il nostro pubblico.
E poi, se tutto andrà per il verso giusto, ancora un altro album...


Tracklist:
1.Sulla strada
2.Città di Blà
3.William Fix
4.Verso terra
5.La gente sola
6.Vicino in un momento
7.Nove.1
8.Nove.2
9.Nove.3
10.Il vento cambia strada




Line up:
MAURIZIO CASSINELLI: batteria, percussioni, voce
 JON MORRA: tastiere, voce
 ALESSANDRO PAOLINI: basso, contrabbasso
 DAVIDE FACCIOLI: chitarra
MARCO BIGGI : batteria




Musica e Solidarietà a Castel San Giovanni


Il Parco di Villa Braghieri, a Castel San Giovanni - in provincia di Piacenza -, propone una tre giorni musicale compresa tra il 21 e il 23 luglio, che si presenta con la denominazione già utilizzata in passato, “Rock in Villa”, con l’aggiunta di un titolo significativo: “Musica e Solidarietà”.
Spiega il comunicato stampa: “Ad anticipare Rock in Villa ci saranno quest’anno due serate musicali, giovedì 21 e venerdì 22 luglio, organizzate dall’Associazione Castello Immagini e dall’Associazione Calcio dilettanti, per dare solidarietà e sostegno all'Hospice.”
Il cuore pulsante organizzativo è quello di Dante Tassi, che allestisce un degno spettacolo musicale focalizzato su di un fine nobile, che è quello della beneficenza e della cura del prossimo.
La serata di cui sono stato testimone è quella del 22 luglio, la seconda, e mi sono quindi perso la performance del giovedì di Giorgio “Fico” Piazza, che però è ritornato a trovare i vecchi amici, tanto da poter dire che una buona fetta di antica PFM era presente, visto che uno degli ospiti era Bernardo Lanzetti.

Attorno alle 20.30 si animano gli stand gastronomici gestiti dalla Pro Loco e Andrea Vercesi propone sul palco la sua versione attuale, quella di One Man Band, che tanto lo gratifica. E’ passata una sola settimana da quando l’ho incontrato su di un palco genovese assieme alla Beggar’s Farm, ma la sua attuale dimensione non lascia spazio all’immaginazione: dopo album impreziositi da importanti collaborazioni di stampo “Jethro Tull”, il nuovo disco “Blue” ha segnato una svolta, ancor più marcata in una serata in cui ho sentito, per la prima volta, l’utilizzo della lingua italiana in un paio di brani.
Purtroppo sono riuscito a catturare solo parte dell’ultimo brano, “Sweet Eyes”, che propongo nel medley a seguire, ma non mancheranno le occasioni per approfondire il… nuovo Vercesi!

E arriva il momento de Il Biglietto per l’Inferno . Folk, mentre il pubblico incomincia a prendere corpo.
Band storica del panorama prog italiano, basata su due dei fondatori - Giuseppe “Pilly” Cossa e Mauro Gnecchi - a cui si sono aggiunti giovani musicisti che hanno dato nuovo volto alla band.
Vediamo nel dettaglio la nuova formazione: Giuseppe “Pilly” Cossa - organetto diatonico, fisarmonica, tastiere -, Mauro Gnecchi - batteria e percussioni -, Enrico Fagnoni - contrabbasso, basso elettrico e basso acustico -, Pier Panzeri - chitarra elettrica e chitarra acustica -, Renata Tomasella - piffero, flauti, ocarine e voce -, Ranieri “Ragno” Fumagalli -cornamuse, flauti e ocarine -, Carlo Redi - violino e mandolino - e Mariolina Sala alla voce.
La sola lettura della strumentazione usata è segnale preciso dell’arricchimento del lato ritmico-elettrico con aspetti più acustici e teatrali.
La loro dimensione attuale è essenzialmente quella live, spazio in cui l’ensemble si dimostra a completo agio, proponendo un mix innovativo, un connubio perfetto tra un rock fatto di potenza pura, una lettura musicale complessa - tipica del prog - e il marchio indelebile dell’italianità, tra melodia e cultura popolare.
Erano almeno tre anni che non sentivo il gruppo dal vivo e sono rimasto impressionato dalla coesione delle varie esperienze, che on stage regala un prodotto unico e tutto da gustare.
Nel video propongo la loro seconda traccia di scaletta, “Vivi, lotta, pensa”.

Quando entra in scena la Beggar’s Farm la luce naturale si è affievolita e il primo ospite della band entra in scena. E’ Rosario De Cola, autore di successo che, in qualità di interprete, propone uno dei tanti volti di Lucio Battisti: “Un’avventura” è la canzone che ho inserito nel filmato. Il pubblico apprezza incondizionatamente.
Cito ancora una volta la line up della Beggar’s Farm, leggermente cambiata rispetto a sabato scorso, per il ritorno di Mauro Mugiati - chitarra acustica, tastiere e voce. Oltre a lui il leader Franco Taulino - voce e flauto -, Sergio Ponti alla batteria - questa sera non in condivisione con Clive Bunker -, Daniele Piglione al basso, Kenny Valle alle tastiere, Brian Bellini alla chitarra elettrica e Paola Gemma ed Eliana Parodi ai cori e soliste in un paio di occasioni, tra Marvin Gaye e Patty Smith.
Il secondo ospite della Beggar’s è Bernardo Lanzetti, che dimostrerà tutta la sua versatilità navigando tra Genesis e la “sua” PFM, passando per Joe Cocker, Procol Harum e Jethro Tull.
Potrebbe essere una sorpresa per chi lo avesse… perso negli anni, ma viene in ogni caso spontaneo chiedersi come possa mantenere intatta una voce che pare migliori nel tempo.
E per le sue qualità di frontman, beh… esperienza e talento fanno la differenza.
Per lui ho scelto “Seven Stones”, un brano che i Genesis pare fecero dal vivo solo una volta,  a Genova, nel tour del 1972.
E poi La Beggar’s si lascia andare seguendo il suo DNA, tra “Bourèe” e “Aqualung”, “My God” e il canonico bis “Locomotive Breath”, che vede sul palco tutti i protagonisti di serata.

Dovrei elogiare tutti, uno per uno, sottolineando la professionalità e il talento di questi giovani, guidati da un capitano di lungo corso, le cui parole pronunciate dal palco, rivolte all’argomento “solidarietà,  assumono un valore particolare, seppur nascoste tra le righe.

Ma non c’è motivo di scalfire la superficie e discernere sui vari aspetti musicali, visto il nobile obiettivo di Dante Tassi e di chi ha fornito cotanta collaborazione, e allora… lasciamo che sia la musica a parlare…




martedì 19 luglio 2016

Ian Anderson e Jethro Tull a Bollate: il resoconto


E’ lunedì ed è il 18 luglio: Ian Anderson e i “suoi” Jethro Tull sono di scena a Bollate, nel milanese, in uno splendido scenario, quello di Villa Arconati, una location che andrebbe visitata indipendentemente dagli eventi musicali, a patto che non sia estate  e sia quindi necessaria una forte dose di spray anti insetti.
Il mio biglietto privilegiato (per la numerazione favorevole) era il frutto di un regalo di compleanno: i miei affetti riconoscono le mie " debolezze"!
Ma un concerto è un concerto e poi come si fa a non ringraziare mister Ian Anderson!
Una cosa è certa, il marchio “Tull” tira sempre, e vedere una simile folla riconcilia con la musica, che essenzialmente è partecipazione.
E poi stiamo vivendo un momento difficile, ed è bene ricordare la voglia di normalità, di condivisione, di assemblaggi umani nonostante la logica attuale ci consiglierebbe maggiori attenzioni.
Il pubblico è stranamente sconosciuto, l’unico incontro di rilievo, pensando al fan club, è quello con Aldo Tagliaferro (il Presidente di Itullians) che rivedrò da lontano mentre accompagnerà con l’auto la band vicino al palco. Altri amici sono dei dintorni, lo apprendo dalla rete, ma tale è la massa umana che risulterà impossibile darsi un appuntamento.
Parte del pubblico è giovane, alcuni giovanissimi, e non ho potuto fare a meno di immortalare un fan in erba, un neonato già dotato di… cuffie: difficilmente da adulto potrà ascoltare un live dei Jethro!


Ma l’impressione è che l’audience sia formata da chi, abitando vicino, sia stato attratto dal nome, magari carico di ricordi giovanili, persone che si salutano a fine set col proposito di andare a risentire tutta la discografia dei J.T., riposta da anni in chissà quale scaffale.

Mi sono avvicinato al concerto senza grosse aspettative, e alla fine ho ricevuto ciò che mi aspettavo.
Partiamo dalla formazione.
Oltre a Ian Anderson - voce (si fa per dire), chitarra e flauto, Florian Opahle (che non abbandonerà per un attimo la sua Gibson Le Paul), John O’Hara - tastiere e cori -, David Goodier - basso - e Scott Hammond alla batteria.
Tutto sommato una formazione collaudata, che accompagna Ian ormai da anni.
Per chi non segue con costanza le vicende tulliche potrebbe sembrare che esista una linea di demarcazione tra i “Jethro Tull” e “Ian Anderson e i Jethro Tull”, ma in realtà la creatura è da svariati lustri nelle mani del divino Ian, creatore, interprete e gestore della macchina da guerra.
L’inizio del set con “Living in the Past” assume valore simbolico: stiamo tutti vivendo nel passato?
Beh, occorre onestamente dire che la professionalità non si discute, le competenze e l’intelligenza musicale nemmeno.
Ma, nonostante una scaletta focalizzata sul “meno canto e meglio è”, nei momenti topici in cui le liriche necessitano… beh, potrebbe cadere qualche lacrimuccia: discorso trito e ritrito!
Ma ecco che subentra l’acume tattico di Ian, che si inventa un modello interpretativo, tanto che se per ipotesi un neofita si avvicinasse ad una sua performance live potrebbe trovare quel modello espressivo quasi innovativo, una trovata, l’invenzione di un ruolo.
Eppure, per quelli come me, che pensano che tra le doti naturali di Anderson la più aulica sia la voce… beh, è dura da digerire!
Il vecchio repertorio riporta a galla Nothing is Easy, Serenade to a Cuckoo, Sweet Dream, Bourèe, Song from the Wood, per risalire sino all’album d’esordio - This Was - con una Dharma for One che permette ad Hammond di emulare il famoso assolo di Clive Bunker (che casualmente ho sentito a Genova due giorni prima e… il paragone non s’ha da fare care Scott!).
Ian appare in buona forma e gioviale e lascia largo spazio ai suoi “collaboratori”, e anche Ophale trova il modo di mettersi in evidenza coniugando la musica classica col metal, mandando in visibilio molti dei presenti.
Anche O’Hara e Goodier trovano il modo di avere luce personale e mi pare che il loro apporto sia notevolmente migliorato rispetto alle prime apparizioni.
Impossibile non regalare all'audience Thick as a Brick, My God, Mother Goose e Aqualung, tutte proposte in forma riarrangiata, anche se è apparsa evidente una grossa sbavatura proprio in "Aqualung", per la serie… anche gli Dei commettono errori.
Solito bis - risicato - con Locomotive Breath, che dà il via alla fuga dalla sedia per il tradizionale avvicinamento al palco.
Ho dimenticato di certo alcuni brani, ma credo che la durata dell’intero set - con sosta di 15 minuti tra primo e secondo atto - non abbia superato l’ora e mezza.
Siamo anni luce lontani dai fasti di un tempo, ma Ian sa gestire alla perfezione i temi e i tempi, e il pubblico non chiede di più.
Ottimi professionisti, tutti quanti, tutti rivolti ad un progetto che potrebbe diventare a breve solo strumentale: inutile nasconderlo, Ian Anderson è una macchina da soldi!
Dal mio scritto si intenderà una certa delusione, perché alla fine ci si aspetta sempre ciò che, realisticamente, non potrà più avvenire.
Ma non importa… immaginiamo un luogo antico, immerso nel verde, un pubblico composto, in piena armonia, che ascolta della musica immortale, che sopravviverà a tutti i presenti: si può chiedere di più?

Forse l’esempio di “My God” potrà sintetizzare il mio pensiero…


lunedì 18 luglio 2016

Porto Antico Prog Fest: il resoconto



Serata di pieno prog quella di sabato 16 luglio a Genova.
Studio Maia e Black Widow Records organizzano una kermesse di tutto rispetto, dal nome che svela immediatamente il genere proposto: Porto Antico Prog Fest.
Non posso raccontare quanto accaduto al pomeriggio sul palco Millo, dove erano di scena due gruppi genovesi di importanza rilevante, La Coscienza di Zeno e i Fungus, non potendo essere presente, ma sono stato testimone di quanto avvenuto tra le 20.20 - orario spaccato! - e la mezzanotte passata, sul palco PIAZZA DELLE FESTE.
Pubblico folto e appassionato, con la presenza di alcuni valenti musicisti.
Apre il concerto Il Tempio delle Clessidre, che presenta una grande novità, la presenza alla batteria dell’ex Anglagard Mattias Olsson.
Come appare ovvio, avere un musicista che abita in un altro stato non agevola l’immediato accordo, ma ciò che emerge è un buon spirito di gruppo e un certo stato di serenità, presupposti per arrivare ai migliori risultati possibili.
E’ stata l’occasione giusta per presentare alcuni brani del nuovo album, la cui uscita è prevista entro la fine del 2016.
Set diviso quindi tra nuovo e pregresso, con un’annotazione da parte di Elisa Montaldo che evidenzia le differenze dei nuovi brani, definiti meno oscuri rispetto a quelli dei due dischi precedenti.
L’audience apprezza e sottolinea con calore il passaggio tra i vari episodi.
L’ultima volta che vidi il Tempio era in occasione di un set acustico, che apprezzai molto, ma questo nuovo volto legato ad un cambio importante di line up e ad un’evoluzione naturale, credo sia il più coinvolgente, e il più… prog, ammesso che le etichette abbiano un senso.
Il Tempio delle Clessidre sono: Elisa Montaldo (tastiere e voce), Fabio Gremo (basso), Giulio Canepa (chitarra), Franceso Ciapica (voce) e Mattias Olsson alla batteria.
Aspettiamo il nuovo disco con curiosità.
Dopo un’ora precisa termina la prima parte ed Elisa si ferma a chiacchierare sul palco, seguita a ruota da una grande musicista napoletana, di casa a Genova, Sophya Baccini.
E’ questa l’occasione per recepire le news relative ai vari percorsi di Sophya, che ben presto proporrà nuovi progetti musicali.
E arriva il momento di un altro gruppo casalingo, i Garybaldi, privi da ormai di un paio di anni del leader Bambi Fossati, ma ben decisi nel dare una svolta precisa alla loro storia.
E’ di questi giorni l’uscita dell’album “Storie di un’altra città”, una parte del quale proposto nell’occasione.
Ho appena avuto modo di ascoltare il lavoro in studio, ma anche il versante live appare decisamente di qualità, e la strada intrapresa lascia intravedere un percorso innovativo e piacevole.
Grande successo personale per l’ospite, David Jackson, che nel disco appare in un solo brano, ma che on stage si è… allargato, riuscendo a buttare tra le righe profumo di “Theme One”, e semi di “Man Erg”.
Un capolavoro di arrangiamento la conclusiva ”Killer”, che non ascoltavo dal vivo da diversi anni.
Insomma molto Van der Graaf... misto a Garybaldi!
Chiacchierando con David nel backstage, ho scoperto come la partecipazione al progetto dei Garybaldi sia qualcosa di molto sentito, e non un mero gettone di presenza, e vedere il suo entusiasmo fanciullesco è fatto contagioso.
Grande David Jackson!
I Garybaldi sono: Maurizio Cassinelli (batteria, percussioni, voce), Jon  Morra ( tastiere, voce), Alessandro Paolini (basso, contrabbasso), Davide Faccioli (chitarra), Marco Biggi alla batteria.
Altra sosta e sale sul palco Pino Sinnone, anche lui pronto a raccontare le sue news sul nuovo modello “TRIP”, seguito da Maurizio Cassinelli, il più antico degli attuali Garybaldi, pronto a soddisfare qualche curiosità dell’intervistatore.
Conclusione di stampo “Jethro Tull”, con la Beggar’s Farm che trova un accompagnatore nobile, Clive Bunker.
E’ un repertorio vasto e conosciuto quello che propongono, sempre entusiasmante, e per poter capire il grado di coinvolgimento - arrivato a dire il vero step by step - sarebbe stato utile posizionarsi alle spalle del pubblico, davvero partecipativo.
Si pesca nel repertorio più antico, che è poi quello a cui occorre fare riferimento quando si pensa alla discografia legata a Bunker, ma non manca qualche passaggio “estraneo” a Clive.
Musica pazzesca, con i migliori interpreti possibili, guidati dal leader Franco Taulino.
Chiusura in bellezza, con l’assolo immancabile di Bunker, sulla conclusiva “Locomotive Breath”.
La Beggar’s Farm è composta da: Franco Taulino (voce e flauto), Kenny Valle (tastiere), Sergio Ponti (batteria, in questo caso solo nel primo brano), Daniele Piglione (basso), Andrea Vercesi (chitarra acustica, in sostituzione di Mauro Mugiati), Brian Belloni alla chitarra elettrica.
Ecco un medley di serata... una grande serata!

domenica 10 luglio 2016

GOAD- THE SILENT MOONCHILD


GOAD- THE SILENT MOONCHILD
CD/LP-BLACK WIDOW RECORDS
2015

Quando qualche mese fa mi è stato chiesto di stilare una classifica degli album che più avevo gradito nel 2015 non avevo ancora ascoltato “The Silent Moonchild”, degli storici italiani GOAD: oggi non avrei difficoltà nel trovare loro comodo spazio tra le mie preferenze nell'anno passato.
Il disco, uscito nel mese di novembre, arriva a distanza di quattro anni da “Masquerade”, altro lavoro che all’epoca mi entusiasmò.
Non vorrei ripercorrere la storia della band toscana, peraltro molto conosciuta in ambito prog, ma è bene sottolineare come le radici risalgano agli anni ’70 (anche se il primo album vide la luce solo nel 1983) per opera dei fratelli Rossi, Maurilio e Gianni, tuttora colonne portanti del progetto.
C’è sempre dietro la mano di Black Widow Records, che crede e cura l’evoluzione del lavoro dei GOAD, e nel caso specifico suggerisce alcune collaborazioni, quelle partecipazioni che, nel caso della label genovese, hanno come primo obiettivo l’arricchimento artistico della proposta e non la mera raccolta di nomi  importanti.
Ma chi sono questi ospiti? Silvana Aliotta alla voce (ex Circus 2000), Martin Grice al sax (Delirium), Freddy “Delirio” Pedichini alle tastiere - oltre che sound engineer and artistic producer -, Guido Wasserman alla chitarra (ALPHATAURUS) e Alessandro Bruno al violino, chitarra slide e flauto.
Il concept album, come già accaduto in passato, è ispirato dal lavoro di E.A. Poe e, come ci racconta a seguire Maurilio Rossi, la storia è stata tradotta in quattro lingue, e descrive la “…fascinazione tenebrosa che vede come protagonista un vecchio cavaliere che, cercando  la mitica terra “al di là dei monti”, viene ammaliato dal fantasma di una fanciulla”.
Le atmosfere realizzate dai GOAD sono il loro marchio di fabbrica: visioni oniriche, trame fiabesche, colori dark e dinamiche antiche che prendono forma e vita per merito della musica. Il lavoro vocale di Maurilio è qualcosa di più dell’interpretazione del ruolo, e credo che senza quella particolare timbrica, quella partecipazione fisica, quell’espressione forte di ogni tipo di sentimento, la musica della band sarebbe qualcosa di completamente diverso, poichè difficilmente si trova un elemento così caratterizzante.
The Silent Moonchild racchiude una grande eredità, quella dei gruppi con cui si sono formati quelli della mia generazione, dai Genesis ai VdGG, dai King Crimson agli Yes, e ognuno degli undici passaggi rappresenta un episodio a sé stante, a cui si può sciogliere il nodo per sfilarlo dalla concettualità, con la certezza che potrà essere vissuto come momento singolo, tale è la forza della costruzione e degli arrangiamenti.
La traccia musicale che propongo a fine articolo mi è sembrata obbligata, semplicemente perché… mi sono commosso! E quando questo accade si è in presenza della vera magia della musica, capace di arrivare nell’intimo di ognuno di noi.
The Book Of The Time - è questo il titolo - non è il pezzo più rappresentativo del disco, nel senso che è forse il più trasversale e potenzialmente spendibile nei circuiti di maggior visibilità, ma credo sia una piccola perla, impreziosita dalla voce di Silvana Aliotta, che duetta in maniera memorabile con Maurilio Rossi, e il gioco delle parti arriva a fondere i ruoli, con la forte impressione che esista una certa coincidenza nella vocalità e nel timbro. E la parte finale di chitarra solista di Gianni Rossi conclude un disegno perfetto.
Un album grandioso, di quelli che in altri periodi avrebbero portato al consumo di diverse “puntine”.
Imperdibile!

Maurilio Rossi ha chiacchierato con me…



L’INTERVISTA

Sono passati un bel po’ di anni dall’uscita di “Masquerade” - era il 2011: a cosa è dovuto il vuoto discografico che separa quell’album dal nuovissimo “The Silent Moonchild”? Che cosa hanno fatto i Goad nel frattempo?

Il tempo trascorso da “Masquerade” è dovuto soltanto, si fa per dire, ai programmi della nostra Casa discografica, la Black Widow, che ovviamente osserva le regole della attuale situazione del “mercato”. In realtà abbiamo lavorato a molti progetti e composto tantissimo materiale. Goad èun cantiere in fermento e purtroppo è frenato da sempre nella sua esuberanza.

Di cosa parla il nuovo disco? Ci sono novità dal punto di vista musicale e del messaggio?

Il disco, “The silent moonchild”, è basato su di un racconto “gotico”  breve in forma semi poetica, ispirato dalla poesia di E.A. Poe “Eldorado”, e narra di un vecchio cavaliere che, cercando appunto la mitica terra “al di là dei monti”, viene ammaliato dal fantasma di una fanciulla: le varie canzoni sono i singoli momenti di questa “fascinazione” tenebrosa… l’intero racconto è stato tradotto in quattro lingue. Le novità? Non sta a me dirlo, essendone l’autore, ma credo che sia diversissimo dagli altri per il modo di arrangiare l’opera e per la sinergia magica creata in studio da Federico Pedichini, con risultati sorprendenti.

Esistono legami con il precedente lavoro?

I legami con “Masquerade” sono relativi ai temi dei testi, e ai riferimenti a Poe

Mi parli degli importanti ospiti che fanno parte del progetto? Come è nata l’idea di avere con voi Silvana Aliotta, Martin Grice e gli altri?

Gli ospiti sono stati una scelta della produzione, secondo me azzeccata, ma potevano essercene molti altri, già legati al mondo Goad da anni, ma impegnati con orchestre classiche anche importanti.

Colpisce molto l’artwork, sullo stesso stile dell’album precedente: me ne parli?

l’Artwork è di Alice Rossi, artista che lavora sia nel campo della illustrazione per case editrici affermate che nella animazione degli attuali “cartoni animati” più noti… ti rimando ai siti presso cui la possiamo trovare e cito a memoria “Press-Archeos”, ”Mediaframe” e ”Muskat”.

Avete in programma qualche live di presentazione? Sono previste eventualmente partecipazioni dei guests dell’album?

I live sono la nota dolentissima che ancora fa male: abbiamo oltre 5000 concerti sulle spalle e adesso ciò che offre la “piazza” è ben poca cosa; ognuno dei Goad lavora professionalmente nella musica, sia nel classico che nell’insegnamento, e anche in ambiti più commerciali, a parte… ME! Io posso permettermi di comporre e fare musica senza dovermi sobbarcare concerti quasi per niente retribuiti o peggio: ritengo che il professionista debba essere pagato e che sia meglio non esibirsi piuttosto che farlo come fossimo dilettanti allo sbaraglio!
Ho guadagnato molto con la musica live in passato, e per me, attualmente, è molto più gratificante crearla in studio… per gli “ospiti” del disco vale lo stesso discorso.

Come giudichi lo stato della musica progressiva italiana in questo particolare momento?

Ti confesserò che dello stato della musica progressive penso la stessa cosa che di quella in generale: tutti dipendono da ciò che già è stato fatto, a parte le debite eccezioni ovviamente, e quasi tutti cercano visibilità prima di tutto! E la maggior parte, vecchi o giovani, pronti ad autocelebrarsi in perfetto stile “amarcord”. Io faccio musica per il sano, vecchissimo, antico gusto di CREARE qualcosa, a prescindere che piaccia o meno a qualcuno o a tanti! Ho un sacco di persone che mi scrivono entusiaste dall’estero, da anni, molte meno dall’Italia… non mi sono mai curato di apparire diverso da quel che sono nella realtà e quando non avrò più il sacro fuoco del comporre musica farò altro… che già faccio... tipo la scultura o il disegno, o anche il giardinaggio! Fare musica, qualsiasi forma d’arte, sul “serio”, ti fa scendere e salire dentro il tuo “IO” più profondo, e ne puoi ricavare luce e tenebra, alla fine però, se sei sinceramente aperto con tutti i sensi e tutta la mente, trovi una Tua Espressività che riconosci, e che magari potrà piacere, se comunicata, o anche no! A volte il processo dura una vita intera, a volte un solo momento magico.

Guardiamo avanti: quali sono i vostri propositi - e le vostre certezze - per l’immediato futuro?

I nostri propositi? Tanti dischi quasi pronti, almeno quattro album doppi, e uno in allestimento su Walter Savage Landor e i suoi epigrammi… già registrato in studio da Freddy Delirio. Stiamo anche rieditando il mitico concerto di presentazione del “Tribute to Edgar Allan Poe” del 1995. 


TRACK LIST:

1)        EXCEPT HATE                                                5:23
2)        FOR YOU                                                       6:40
3)        HERE WITH ME                                            7:40
                                   4)         CLAY MASKS                                                6:28
5)        THE SILENT MOONCHILD (The Song)         4:28
6)        THE SILENT MOONCHILD (Instr)                 2:44
7)        FADING UNDER A LARGE HAT                    3:31
8)        THE BOOK OF TIME                                     4:10
9)        BALLAD IN THE MOONLIGHT                      3:28
10)      THE SILENT MOONCHILD (The End)           7:57
11)      MOONCHILD SUNRISE                                 3:44


MAURILIO ROSSI:  vocals, bass keyboards, electric nylon guitars
FILIPPO TRENTASTASI: drums, percussions
FRANCESCO DIDDI: guitars, violin, flute
GIANNI  ROSSI: electric guitar
and :
ALESSANDRO BRUNO: slide guitar, violin, flute
SILVANA ALIOTTA:  backing vocals (CIRCUS 2000)
GUIDO WASSERMAN: guitar  (ALPHATAURUS)
MARTIN GRICE: sax (DELIRIUM)
FREDDY “DELIRIO” PEDICHINI: keyboards

The staff :
LUIGI MAGNANIMO:  artistic assistant and “For you” lyrics
MARTIN RUSH: Goad' “Open Dead Eye” member
GIAMPAOLO ZECCHI:  pre-mix and sound assembling
LUCA LEONELLO RIMBOTTI: writer and Goad memory
FEDERICO PEDICHINI:  sound engineer and artistic producer
ALICE ROSSI: Cover Art
CRISTIANA PEYLA: Goad Live Act  Photography