mercoledì 25 aprile 2012

Liliana Fantini-"Correvoce"



Gli incontri casuali si rivelano a volte particolarmente … di qualità, ma per accorgersi della reale dimensione di chi si ha davanti occorrono a volte tempi lunghi, semplicemente perché si è impreparati a scoprire e a lasciarsi scoprire. Occorre spiegare come ho conosciuto Liliana Fantini.
Era il 14 aprile, e ad un’ora improbabile -le15.00- in una giornata meteorologicamente difficile, mi trovavo assieme a Max Pacini ad Alba, libreria La Torre, per presentare il nostro contenitore “Cosa resterà di me?”.
Pochi i presenti, per i motivi descritti, ma gli occhi attenti di Liliana avrebbero giustificato da soli la nostra descrizione del book. Nel momento topico, rappresentato dalla lettura di stralci di libro, è venuto naturale invitare Liliana a sostituirci e lei,  vinta la titubanza iniziale, ha dato dimostrazione di sapienza espressiva. E mi ha realmente emozionato.
A fine presentazione scopriamo che Liliana ha appena pubblicato un album di matrice jazz, di cui è la “proprietaria” di musica e testi. Che c’è di strano… capita a tanti !?
L’intervista a seguire chiarirà molto della storia di questa new singer, ma è d’obbligo sottolineare che sto parlando di talento - questo è certo - a lungo latente, dal momento che non esistono follow up di amori musicali adolescenziali, ne la partecipazione a corsi specifici. Siamo semplicemente al cospetto di una luce che si accende all’improvviso e chiarisce le idee, indica la strada futura, e suggerisce le modalità di percorrenza.
L’empatia creatasi tra Liliana, Max e me, non sarebbe interessante, se non fosse fondata su di un concetto importante, che è quello che credo stia alla base di “Correvoce”, il disco di Liliana; siamo accomunati da una scoperta che è quella del prendere coscienza che ogni essere umano è speciale, almeno potenzialmente; gli uomini e le donne hanno sempre  molto da dire, anche se spesso non lo sanno, ritenendosi… inadeguati o poco interessanti. Il rischio è che questa forza interna non venga mai a galla. La “mezza fortuna” è quella che ci segna quando ce ne rendiamo conto, almeno, nel corso della vita, quando si è ancora in tempo, per dare soddisfazione a se stessi e per essere di insegnamento agli altri, che magari faticano nel riconoscere i segni che prima o poi qualcuno ci manda. E nella fase didattica occorre spiegare quanto sia utile abbattere il muro delle “vergogna”, quella sorta di blocco che ci attanaglia quando siamo molto giovani, ma che ci divertiamo a demolire, mattone dopo mattone, quando raggiungiamo una certa maturità.
Un lungo ragionamento il mio, forse non funzionale alla spiegazione di “Correvoce”, ma parlare di Liliana Fantini significa per me descrivere un simbolo, un riferimento che lego oggi ad un aspetto dell’arte, la musica,  ma che rappresenta un esempio di come siano molteplici le possibilità di vivere differenti vite, di come sia spesso il caso a determinare i nostri percorsi, e di come ci sia sempre il modo per affermare chi realmente siamo. Il pensiero di Liliana, nelle righe a seguire, chiarirà perfettamente chi lei sia.
Se avessi ascoltato “Correvoce” senza sapere niente dell’autrice, non avrei mai pensato ad un’opera prima, ne ad un’interprete nata per caso, ma piuttosto ad una professionista, magari intrappolata nella ragnatela del businnes musicale, ma… una del mestiere.
Liliana ha il jazz nel sangue.
Lo ha scoperto per caso, quasi fulminata sulla via di Damasco, ma il fatto importante è che l’esigenza di esprimersi ha trovato una via preferenziale, la più complicata.
Chiunque abbia qualcosa da dire, e conosca tre accordi di chitarra, è in grado di comporre una canzone. Alla canzonetta da fischiettare si può contrapporre un blues -se si ha sofferto abbastanza- o il messaggio tipico cantautorale, ma difficilmente si sfocia nel jazz.
Jazz è libertà assoluta, jam session, assoli che rimbalzano da uno strumento ad un altro, virtuosismo esasperato.
A Liliana Fantini è invece accaduto un piccolo miracolo.
Intanto ha una voce incredibile, capace di modulare come un’esperta vocalist, e con una timbrica davvero gradevole. Ma la novità… sorprendente novità, è che una musicista “immatura”, sceglie la strada più controversa per raccontare la propria vita e i propri sentimenti, e vince la sfida. In realtà il termine “sfida” riporta ad una sorta di forzatura, mentre qui vige la naturalezza, che conduce poi alla libertà a cui accennavo.

“E scopro il jazz, e proprio questa musica mi chiedo mai perché, si sia nascosta in scantinati e palchi senza mai arrivare a me, o forse è il sintomo di un mio timore oscuro di cambiare…” (E scopro il jazz)

Comincia così l’album, con un brano difficilissimo da interpretare.
E poi momenti amari, che descrivono il buio di un amore finito, e la lunga strada che riporta alla “Nuova vita”, una vita che riprende significato attraverso la qualità dei rapporti umani e, naturalmente, fatta di musica e di occasioni per condividerla.
A Liliana non manca proprio niente e so che sarebbe contenta se le sue creazioni camminassero spedite, magari attraverso la voce di altri, ma io credo che la strada intrapresa sia quella giusta, da alimentare con performance live, con l’aiuto e i consigli di chi le è stato vicino sino ad oggi e, soprattutto, ha creduto in lei.
Non credo  sarà per lei  impresa impossibile calcare “scantinati e palchi” con la musica del cuore dalla sua parte!


L’INTERVISTA

Quale tipo di formazione specifica(musicale) e culturale hai alle spalle? Come sei arrivata alla musica?

Ho frequentato il liceo Classico a Monza… allora abitavo là. L’università era un sogno negato, data l’impossibilità economica. Sono finita a fare la programmatrice, ramo informatico, quindi.. un mestiere che con me non ha nulla a che fare. Una scelta faticosa che continua, chissà che un giorno non riesca a liberarmi di questo fardello.
Mi piacerebbe molto poter dire che ho cominciato a studiare musica in giovane età, come tanti artisti hanno fatto, ma così non è.
La musica ha sempre fatto parte di me, fin da piccola, (mi ricordo cantare “Senza fine” di Paoli, piccolissima, con un pianino con i tasti colorati) ma mi sono sempre limitata a fruirne come ascoltatrice, per tanti anni. 
Gli ascolti: cantautori: Paoli, Tenco, Dalla, De Gregari, Guccini... e poi Graziani, Venditti, Cocciante, Mina, Vanoni, Gaber, Iannacci, musica italiana di qualità. Oltre oceano Frank Sinatra, Dionne Warwick, Whitney Houston, ma anche gli europei Jethro Tull, Supertramp... beh... Beatles, sempre!  Da adolescente mi sono avvicinata alla musica classica e più tardi all’opera, grazie a uno sceneggiato televisivo su Giuseppe Verdi (ricordo Carla Fracci interpretare la moglie Giuseppina Strepponi ).
Solo verso i  40 anni mi sono iscritta a un corso di canto lirico amatoriale, (nel frattempo avevo fatto famiglia, una figlia… ecc.)  volevo tirare fuori la voce, cantare le arie d’opera (in un coro ero stata utilizzata come contralto, perché la mia voce non abituata a cantare non aveva estensione, e a me ‘sta cosa non era andata giù) . Non è facile a quell’età, ma mi sono abbastanza divertita. Qualche anno dopo ho pensato che l’esperienza lirica,  approcciata a livello amatoriale e in tarda età, non avrebbe potuto regalarmi ulteriori emozioni (il canto lirico necessita di dedizione, rigore, e va intrapreso da giovani per giungere a ottenere risultati di rilievo) e ho virato l’interesse sul jazz, che ho avuto modo di avvicinare tramite un’insegnante di Torino, Silvia Pellegrino e successivamente sotto la guida di Elisabetta Prodon. Ho scoperto e studiato  gli standard jazz, nuove sonorità che si sposavano comunque a ballad ricche di emozioni .
Negli anni, l’ascolto delle grandi voci jazz, Ella Fitzgerald, Billie Holliday, Nina Simone e altre interpreti  mi avevano fatto apprezzare anche questo genere, inizialmente ignorato.
Paolo Conte, Bollani, Gualazzi  si sono quindi aggiunti ai miei ascolti abituali, oltre ai classici del jazz.

Ci siamo conosciuti casualmente  e frequentati per pochi minuti, con una certa… interattività, ma io, te-credo- e Max, tanto per citare i presenti ad Alba alla libreria La Torre, abbiamo in comune il bisogno –che forse prima era latente- di raccontarci, di denudarci, e di indicare percorsi alternativi a chi non ha la consapevolezza delle proprie possibilità (non parlo ovviamente di nessun tipo di “successo”). Sono lontano dalla verità per quanto riguarda Liliana Fantini?

In questo momento della mia vita prevale la voglia di esprimermi, di non nascondermi più. Se in ognuno di noi c’è un universo, è fantastico poterlo condividere, potere contribuire al bello e cacciare via la polvere del quotidiano, spesso non esaltante. E la musica è bellezza, così come tante altre arti.. Non a caso sto presentando nell’albese, insieme a due amiche, Silvia Pio poeta, come ama definirsi lei e Bruna Bonino, fotografa, un progetto di poesia, fotografia e canzoni, proprio simile a quello cha avete ideato voi nel vostro bel libro. C’è il desiderio di scoprirsi, portando bellezza, emozioni, svelando anche quello che è intimo, ma che spesso risuona con l’intimità dell’ascoltatore, creando empatia. Cosa resterà di noi? Non so, ma se abbiamo contribuito, anche per un attimo, a emozionare qualcuno, a fargli vibrare il cuore, a risvegliare qualcosa di sopito, a suggerirgli un pensiero, ecco… qualcosa resterà.

La tua urgenza di comporre, nata su di una spiaggia repentinamente, poteva incontrare strade molteplici. Perché il jazz?

Non saprei nemmeno dare una risposta precisa.. quando in macchina ti gira un blues in testa, per giorni.. e all’improvviso si materializzano le parole.. “Ho visto un angelo volare, cadere sulle scale”.. che sembra un nonsense, non stai a chiederti il perché, gli vai dietro e basta. Che altro?    Un concerto della Torino Jazz Orchestra  mi ha tenuto incollata alla sedia in cui però era un’impresa stare fermi, il contrabbasso rimbombava nella pancia e le emozioni sensoriali erano  amplificate al massimo; nel tragitto di ritorno, in auto da sola, ho creato l’80 % di quello che sarebbe poi diventato  “E scopro il jazz”... allora quello è jazz... forse, non so.
(Quando Max, alla Torre, raccontava il suo fermarsi in macchina per scrivere il testo della canzone che gli girava nella testa, non ho potuto non sorridere pensando alla mia esperienza, molto simile)
Molto lo devo agli arrangiamenti e al gusto di Fabio Gorlier (nel brano citato, insieme ai suoi amici musicisti, ha creato un ensamble trascinante, in cui poi anche Cisi si è inserito con la sua arte), un gusto condiviso, comunque.

Questa importante decisione si può  mettere in relazione a qualche cambiamento significativo  che riguarda la tua vita?

Beh, sì! Un ciclo della vita terminato. Aver visto morire i miei genitori,  una storia d’amore finita, in maniera molto sofferta (“Come hai potuto”) e finito, spero, una sorta di sonnambulismo, che mi faceva vorticare nelle emozioni e nelle disperazioni. Finito di piangere, mi sono guardata intorno e dentro, soprattutto dentro... se si ha coraggio di farlo ci sono belle cose, anche se si fa fatica a crederlo. Mi hanno aiutato in questo percorso lo yoga, la meditazione, una concezione della vita non più materialistica, ma che apre una porta a una visione spirituale del tutto. Il  frutto di questo cammino, sempre in divenire, sono le canzoni come “Corre voce”, “Nuova vita”, “Liberotango”, “Voglio amare”.

Il termine “musica jazz”, come tu sottolinei, evoca la parola “libertà”, ma è quasi sempre uno stato legato all’improvvisazione strumentale. I tuoi testi sono, al contrario, imprescindibili dalla musica e con essi attraversi tutta la gamma degli importanti sentimenti umani. E’ sempre naturale per te il connubio messaggio/musica?

Le mie canzoni sono nate come una mia urgenza... dovevo esprimermi, dire quello che sono, quello che ho sofferto, quello che spero e quello in cui credo. In questo momento mi è naturale, sì, esprimere in musica le mie emozioni. E’come se finalmente si fosse liberato un tappo che comprimeva tutto... sapevo che sotto c’era qualcosa, ma non sapevo cosa. E’ uscito, sta continuando a uscire e mi sta dando un gran gusto. La libertà del jazz sicuramente è strumentale, ma anche la voce può avere briglia sciolta. Vengo da una formazione di canto lirico dove tutto è preciso e misurato. Nei jazz ho apprezzato la  libertà di anticipare o ritardare una battuta, di esprimermi con toni e colori diversi, di non rimanere imbrigliati in una scansione rigida del pentagramma.

Ti sei cimentata ad Alba nella lettura improvvisata di una storia molto personale che non ti apparteneva, e mi hai fatto commuovere. Quante altre cose sai fare, oltre ad essere musicista?

Ho frequentato tempo fa un corso di formazione teatrale ad Alba. Ho amato da subito la dizione, che ho trovato musicale e l’ho fatta mia. Mi viene naturale dare colore e intensità diverse a quello che leggo, giocare con i toni per evidenziare dei passaggi, per dare luce alle emozioni che attraversano un testo.  Da sempre ho apprezzato il teatro, ma come per il canto, pensavo che mai avrei potuto cimentarmi io in prima persona. Anche questo è stato un percorso intrapreso in età matura. Ho fatto qualche esperienza sul palco, sono… bravina, ma amo di più la musica e il canto in assoluto. In ogni caso, se ho occasione di leggere, lo faccio volentieri.. mi piace leggere ad alta voce, interpretare, dare emozione ed emozionarmi io stessa. Il suono delle parole è musica.

Nei tuoi ringraziamenti e commenti vengono citati con una certa enfasi alcuni musicisti e collaboratori che hanno partecipato al tuo progetto. Quanta amicizia c’è in “Corre voce”?

“Correvoce è un progetto che ha avuto luce grazie a Fabio Gorlier, che stimo tantissimo, anzi... lo adoro, e che sempre ringrazierò per avermi dato retta per la realizzazione di questo disco. L’ho conosciuto frequentando il canto lirico, in quanto era, ed è tuttora, il pianista accompagnatore della classe di canto, uno dei suoi tanti impegni artistici. Lui insegna pianoforte e suona jazz in parecchie formazioni. Ha apprezzato i miei pezzi e li ha arrangiati con gusto, indovinando le mie intenzioni, impreziosendo con la sua bravura quello che io avevo solo nella mente. Si è avvalso della collaborazione dei suoi amici, Emilio e Michele, che non conoscevo, ma che in un batter d’occhio sono entrati in sintonia con Fabio oltre che con me, rivelandosi bravi professionisti oltre che estremamente simpatici e alla mano. La ciliegina sulla torna l’ha poi messa Emanuele Cisi, artista notissimo suggerito da Piangiarelli, che con estrema umiltà e simpatia ha acconsentito a partecipare al cd di una sconosciuta cantante. Si è inserito in due brani a cui tengo molto e che sono piaciuti anche a lui. Bello, no?

Quanto pensi possa influenzare la propria arte il luogo in cui si vive? Conta la dimensione, la tradizione e la cultura che si tramanda di generazione in generazione?

Credo che conti, certo. Se si respira arte, cultura e musica è più facile che il talento possa andare in risonanza ed emergere trovando i giusti stimoli per esprimersi. Penso alla scuola genovese, che ha influenzato tantissimi artisti… o all’humus napoletano che ha alimentato tanta splendida musica, ma ci sarebbero moltissimi esempi.  Tuttavia, se qualcosa di forte “spinge” dentro, penso possa trovare la sua via di espressione anche sopra il cucuzzolo di una montagna.

Mi è chiara la definizione di “serenità”, mentre è più complicato stabilire cosa voglia dire essere felici. Ammesso che tu abbia le idee più chiare delle mie… a quale delle due categorie aspiri maggiormente?

L’aspirazione alla felicità è quello che mi interessa, ovviamente. La serenità ha un sapore più tiepido, momentaneo,  la felicità la visualizzo come espressione dell’essere.  Credo che sia nostro diritto aspirare a essere felici. Che vuol dire? Per me significa essere se stessi, potersi esprimere in libertà, essere in sintonia con la propria anima. Significa fare quello per cui si sente gioia, il più vicino possibile a quello che intimamente ti detta il cuore. Significa avere relazioni gratificanti, amorevoli, avendo la consapevolezza che siamo parte di un tutto inscindibile, che siamo intimamente collegati tra noi e con la terra. Viviamo un periodo di grande confusione, insoddisfazione e stress. Credo che qualcosa debba cambiare, che si debbano ritrovare dei gesti semplici, una solidarietà che ci è sconosciuta, una comunione di intenti. Il potere, politico e religioso, tende a separare e tenere soggiogati, certo sarebbe difficile tenere a bada un popolo consapevole, piuttosto che uno dormiente. Ho appeso in cucina una riflessione di Marianne Williamson, citata in un famoso discorso di Mandela. Mi è cara. Ogni tanto… butto un occhio…

La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda è quella di avere un enorme potere.
E’ la nostra luce, non la nostra oscurità, che ci spaventa di più.
Ci chiediamo: "chi sono io, per credermi brillante, stupendo, pieno
di talenti, favoloso?"
In realtà, chi sei tu per NON esserlo?
Sei un figlio di Dio.
Il tuo stare nel piccolo non aiuta il mondo.
Non c’è niente di illuminato nel raggrinzirti, così che le altre persone non si sentano insicure vicino a te.
Sei fatto per risplendere, come i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è in noi.
Non è solo in alcuni di noi: è in ognuno.
E quando lasciamo splendere la nostra luce, inconsciamente diamo il permesso agli altri di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
 
E ora, dopo questo exploit di creatività, cosa ti aspetti dall’immediato futuro artistico?

Mi piacerebbe continuare su quest’onda, avere l’opportunità di cantare i miei pezzi, di emozionare le persone, visto che sto ricevendo bellissimi riscontri all’ascolto del cd da ogni genere di persone. Ultimo tra questi, un artista molto noto, anzi... nazionale, il nostro  Gianni Morandi, che ha avuto il mio cd tramite un’amicizia comune e che gentilmente mi ha telefonato invitandomi a proseguire in questo senso, suggerendomi di dare evidenza al fatto che non è mai troppo tardi per esprimersi artisticamente e realizzare qualcosa di bello. Vorrei continuare a comporre, come sto facendo del resto, e trovare il modo per fare arrivare a un pubblico, il più vasto possibile, le mie parole e la mia musica.  Non mi spiacerebbe nemmeno se qualche artista più noto di me scegliesse di cantare qualche mio brano, un’opportunità ulteriore di far conoscere le mie creazioni.  Mi piacerebbe ampliare la collaborazione artistica, avere la possibilità di misurarmi con nuovi musicisti e nuove idee.





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