lunedì 31 dicembre 2012

SPAZIO MADE-ORTONOVO



UN NUOVO SPAZIO PER LA CULTURA

SPAZIO MADE è un angolo dedicato alla cultura, situato al confine tra Liguria e Toscana, luogo in cui MusicArTeam opererà prossimamente in collaborazione con Massimo Ligeri, ideatore del progetto.
Angelo De Negri, ne ha scritto nel neonato web journal MAT2020.
Ecco il succo dell'articolo.

Il periodo di crisi che stiamo attraversando mi fa spesso dimenticare di essere un architetto.
Vuoi perchè sono sempre minori le occasioni per mettere in pratica ciò a cui ho dedicato “i migliori anni della mia vita”, vuoi anche perchè, fortunatamente, mi sto distraendo con ben altro tipo di avventure.
Succede però, ogni tanto, che le emozioni trasmesse da uno spazio e dai suoi dettagli costruttivi mi facciano rimanere sorpreso e meravigliato.
E’ il caso dello SPAZIO MADE, frutto dell’iniziativa e del sapiente intervento di recupero architettonico di Massimo Ligeri, imprenditore del settore del marmo di Carrara e presidente dell’associazione Aesthetica.
Un capannone abbandonato ad Ortonovo, ultimo lembo di provincia spezzina al confine con la Toscana, è diventato così il MADE, acronimo di Marmo Arte Design Eventi.
Spazi esterni ben curati, effetti di trasparenze tra interno ed esterno ancor più accentuati nella sua versione notturna danno già l’idea di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso dal solito.
E’ l’ingresso nello Spazio MADE attraverso il suo giardino d’inverno, passando poi per le sale dei mosaici, del workshop, che scatena nel visitatore emozioni ed idee su come sfruttare in molteplici maniere quegli spazi così autonomi ed al contempo concatenati tra loro.
Il teatro, poi, rappresenta il gioiello custodito all’interno di questo luogo bellissimo.
Ho avuto modo di incontrare più volte Massimo Ligeri e sin dalla prima volta, era lo scorso agosto,  ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda di pensiero riguardo a quello che significa per noi fare cultura nel nostro Paese,
in modo tale da far nascere un gemellaggio tra le associazioni Aesthetica e MusicArTeam.
Quella che segue non  vuole essere una vera e propria intervista ma il resoconto di uno scambio di pensieri che si è sviluppato in questi mesi.
Se volete, potete immaginarci seduti ad un tavolino del giardino d’inverno, illuminati dalla luce naturale del pomeriggio e circondati dal silenzio e dal verde del paesaggio.



Massimo, si può parlare di Cultura ed Arte in Italia in un periodo come questo?

In un periodo di crisi nera per la cultura spetta anche ai privati offrire  risposte di alto livello. La crisi ha colpito tutti, ma i momenti di stasi danno anche il tempo di fare progetti, incontrare persone che, come te, hanno poche risorse ma voglia e capacità di fare cose di qualità.
E’ forse vero che l’arte non rappresenta un bisogno primario per l’essere umano, ma è sicuramente l’elemento che lo contraddistingue dagli altri esseri viventi. Il periodo storico che nostro malgrado stiamo vivendo vede l’assottigliarsi dei nostri diritti come esseri umani  nel tentativo da parte di chi ci governa di salvaguardare le nostre funzioni vitali, produttive e contributive. L’attuale attenzione della politica è tesa a studiare nuovi equilibri al ribasso, sempre pronta a giustificare il sacrificio di qualche nostro diritto.

E’ a questo punto che tu, con la tua associazione Aesthetica avete pensato al MADE.

La nostra iniziativa offre la possibilità a chi ne senta il bisogno di riappropriarsi di spazi per il pensiero e per la bellezza in ogni sua forma. Per il momento abbiamo pensato al fine settimana. Il venerdì dedicato alternativamente alla musica ed al teatro. Il sabato dedicato al canto ed alla danza. La domenica pomeriggio per i bambini e le famiglie, con l’obiettivo di riunire i nuclei familiari attorno al teatro dei burattini, agli artisti di strada ad attività ludico-educative ed anche creative.

Come avete concepito gli eventi?

Nello Spazio MADE si fondono gli ampi spazi di archeologia industriale immersi nel verde, il suo teatro, le aree di workshop, di mostra e di dibattito con l’American bar e la ristorazione, offrendo ai propri ospiti la possibilità di degustare cibi sopraffini o semplici piatti del nostro amato territorio, in un connubio tra arte e cibo.

La formula un po’ più particolare è quella del venerdì sera, dove è coinvolta anche MusicArTeam, ma non solo...

Artisti tra cui attori, pittori, fotografi, musicisti e cantanti, ma anche scrittori e registi di fama  nazionale ed internazionale si ritrovano a partire dalle 18.00 di ogni venerdì assieme ai frequentatori dello spazio parlando del proprio lavoro non dall’alto di un palcoscenico ma mescolandosi con il loro pubblico e gustando i vini e le birre artigianali, i salumi, il lardo... in un clima allegro e festoso. Dalle 21.00 gli attori ed i musicisti danno poi vita alle loro performances sul palco del teatro di Spazio MADE. Come hai accennato tu, per l’organizzazione dei venerdì Aesthetica ha coinvolto altre due associazioni: per il teatro la Compagnia degli Evasi di Castelnuovo Magra e per la parte musicale proprio MusicArTeam.
Alessandro Vanello, attore e regista degli Evasi ha creato “TEATRO MADE”, un programma fitto e variegato di tredici spettacoli che mescola pezzi comici, pièces più impegnate, match di improvvisazione, cabaret e teatro di ricerca. Il tutto verrà inaugurato il 21 dicembre con lo spettacolo “L’arte della commedia” di Eduardo De Filippo con regia di Maria Grazia Chilosi e messo in scena dalla spezzina Compagnia della Corte, alla quale seguirà l’11 gennaio “La commedia degli equivoci” di William Shakespeare  con regia di Marco Balma e messo in scena dalla Compagnia degli Evasi.
La rassegna musicale “OLTRE LA MUSICA” di MusicArTeam partirà invece il 18 gennaio con l’insolito connubio tra la musica rock progressive dell’emergente gruppo toscano Gran Turismo Veloce e la presentazione del libro “Stanley Kubrick e me”, in cui Emilio D’Alessandro racconta con Filippo Ulivieri i suoi trent’anni di esperienza di autista al fianco del grande regista, il tutto unito dalla cena a base della ormai celebre “Carbonara” appositamente cucinata dai giovani musicisti.
Si andrà poi dal prog al Jazz al folk alla canzone d’autore attraverso workshop di strumenti musicali, presentazioni di libri e mostre fotografiche.

Ci sono altre attività collaterali di Aesthetica?

Aesthetica finanzia già oggi con gli introiti delle proprie attività molteplici iniziative tra cui il premio di mosaico “Città di Luna” che quest’anno vedrà la sua seconda edizione, dedicato agli allievi delle scuole elementari e medie, ispirato agli splendidi mosaici del sito archeologico di Luni.



venerdì 28 dicembre 2012

Auguri Gianni Nocenzi...


Ha appena compiuto 60 anni Gianni Nocenzi, nato il 27 dicembre del 1952.
Gianni, assieme al fratello Vittorio e a Francesco Di Giacomo, ha fondato il Banco del Mutuo Soccorso, gruppo di cui ha fatto parte dal 1970 sino al 1984.
Considerato agli esordi un enfant prodige, è diventato uno dei più grandi pianisti/arrangiatori/compositori della scena musicale.
Da molti anni avevo perso le sue tracce sino a che, nel giugno del 2010, l’ho ritrovato a Volpedo, in una reunion del BANCO a cui lui non poteva mancare, essendo il saluto a Rodolfo Maltese, il chitarrista, che rientrava on stage dopo qualche peripezia di natura fisica:


Grande emozione nel risentirlo suonare, ed enorme fortuna quella di poter rivedere il gruppo simile all’originario, dopo che avevo assistito ai loro concerti degli anni 70.
Persone a lui vicine indicano Gianni come a proprio agio lontano dalle luci dei riflettori, ma completamente immerso nella musica.

Ho rispolverato un’intervista del 2008 concessa a Giancarlo Bastianelli per “Popular”.

Dopo l'uscita dal gruppo Nocenzi ha intrapreso una strada particolarmente interessante che, come vedremo tra poco, lo ha portato a fare musica per il puro piacere di farla ed offrirla, quando possibile, alla fruizione del pubblico.

Gianni negli ultimi anni hai viaggiato molto, cosa è successo?
Il mio viaggiare tra Stati Uniti, Giappone ed Europa è dovuto principalmente alla ricerca che continuo a fare da alcuni anni sull'aspetto tecnologico della musica, in particolare sui mezzi di produzione dell'audio, una passione nata molti anni fa, dal momento che a me interessava avere con la musica un approccio simile a quello che avevano i pittori, quando artigianalmente creavano con le loro mani non soltanto i quadri, ma anche i colori. La mia ricerca non riguarda la solo la registrazione vera e propria, ma anche la creazione dei suoni anche sfruttando il grande impulso che nell'ultimo ventennio si è avuto grazie al digitale; per quanto mi riguarda quello della ricerca timbrica è stato sempre un punto molto importante nel discorso compositivo. Questo avveniva anche ai tempi del Banco, quando, nonostante la poca tecnologia disponibile, usavamo già creare suoni particolari, che venivano poi organizzati e utilizzati per i dischi. Oggi sto portando avanti questa ricerca, che mi porta a partecipare spesso anche ad eventi come: fiere, convegni e seminari. La tecnologia a mio avviso può dire qualcosa di nuovo proprio per il timbro e il colore del suono.

Questa ricerca particolare del timbro quindi esisteva già agli inizi della tua attività...
Sì, ad esempio con il Banco filtravamo il mio clarinetto con il Minimoog di Vittorio o addirittura ne "Il Giardino Del Mago" lo stesso strumento veniva filtrato dal wha wha (distorsore che di solito si usa per la chitarra), come dire il suono di Jimi Hendrix applicato a uno strumento di liuteria come è appunto il clarinetto. Sono stato sempre catturato dall'interesse per il "colore" del suono, non solo come veste superficiale della melodia, ma come parte sostanziale della stessa. Una delle caratteristiche del suono del Banco è stata quella di avere due tastiere: un pianoforte e un organo Hammond, con la presenza nella band della doppia tastiera c'è stata una quasi automatica predisposizione per un linguaggio più complesso di quello che può venire in una formazione rock classica. Il mio background era classico e così anche quello di Vittorio che era allievo di Diego Carpitella, Rodolfo che veniva dal jazz e Francesco dal blues, una miscellanea che ha portato all'originalità del Banco e della sua musica.

Cosa rappresenta per te oggi la musica e qual è il tuo rapporto con il pubblico?
La musica per me è fondamentale e la uso anche per arricchirmi interiormente. Il rapporto con il pubblico è determinante per il musicista: l'ultima volta che ho suonato il Italia risale ormai a 5 anni fa in occasione del 30esimo anniversario di attività del Banco a Roma è stata una serata fantastica e commovente; il pubblico era attentissimo migliaia di persone presenti che ci seguivano con grande attenzione e maturità. Nei "pianissimo" con il piano si sentiva un grande silenzio. Ultimamente ho fatto un concerto in Giappone con musicisti di questo paese, nel corso di un importante festival con un quartetto d'archi: io ho usato il pianoforte è stata una bella esperienza, che mi piacerebbe ripetere anche in altri paesi.
Per me la musica è veramente una cosa seria che può portarci a vivere meglio, dal momento che a mio avviso stiamo vivendo in una società dove l'occhio prevarica l'orecchio ed in ogni caso trovo che non si possa ridurre la musica a una sorta di semplice "tappezzeria sonora" del quotidiano.


martedì 25 dicembre 2012

Gli auguri di MusicArTeam



MusicArTeam augura a tutti feste serene ed un inizio di anno nuovo felice e... promettente.

lunedì 24 dicembre 2012

MAT2020 a Natale



E’ in “edicola” virtuale il terzo numero di MAT2020.
In occasione delle festività natalizie 2012, MusicArTeam ha pensato di regalare agli amici un numero speciale di MAT2020.
Si trova come sempre sul sito www.mat2020.com
Angelo, Athos e Max di MusicArTeam

Non perdere un anno di MusicArTeam




domenica 23 dicembre 2012

Carlo Aonzo & Friends-"Vivi Valleggia"


Organizzare un concerto natalizio, magari coincidente con qualche ricorrenza, pone il problema della scelta, funzionale al periodo, al pubblico e al tema da unire alla festa generica. Rock, folk, jazz, teatro, commedia, dramma? Di solito esiste un parametro che mette tutti d’accordo, la qualità degli attori, musicisti, poeti e via di seguito.
Per il 10° anniversario del C.I.V. VIVI VALLEGGIA” si chiede aiuto a quanto di meglio si possa trovare in circolazione, artisti trasversali, capaci di eccellere in qualsiasi genere musicale, alcuni di loro conosciuti ovunque, uno per tutti Carlo Aonzo, uno dei più grandi mandolinisti del panorama internazionale.
E poi Claudio Bellato, Loris Lombardo, Dino Cerruti, la giovane vocalist Cecilia Aonzo, lo strepitoso ospite Antonio Margangolo e la sorpresa Roberto Margaritella.
Inutile sviscerare le storie di chi ho appena citato… virtuosi, importanti e grandi presenze, capaci  su di un palco di far emergere le loro personalità … nascondendosi. E anche questa è un’arte.
Il tema è quello del viaggio, della musica itinerante che, attraverso strumenti tradizionali, tocca popoli e culture spesso agli antipodi. E di questa miscela dal sapore conosciuto il pubblico coglie l’essenza, con ampi tributi che, tra brano e brano, sottolineano un gradimento incondizionato, peraltro già testimoniato dal sold out.
E’ varia la proposta, e si passa dal trio al singolo, arrivando alla formazione più completa possibile, in funzione di ciò che si propone.
Jazz, rock, folk, blues e melodia tipicamente di casa nostra, sono gli ingredienti, anche se esistono un paio di momenti in cui il team è emozionalmente superato dal singolo. Accade ad esempio quando Marangolo racconta la sua terra, la Sicilia, abbandonata da lustri ma mai dimenticata. Accade anche quando Bellato si confronta vis a vis con il pubblico. E poi Lombardo, incredibile percussionista, in grado di stupire tutti con l’utilizzo dell’HANG, strumento elvetico che crea melodie capaci di riportare a mondi antichi attraverso un modello percussivo inaspettato.
Due parole in più su Loris.
Quello che comunemente viene chiamato “batterista”, è visto da occhio profano come gregario, al massimo emergente negli assoli, qualunque sia il suo nome. Avanzando nella qualità di giudizio, un drummer diventa il 50% della sezione ritmica, e quindi la spina dorsale di una band. Il Lombardo visto sul palco in questa occasione ha scatenato un pubblico che difficilmente aveva cultura specifica, ed era quindi guidato dall’istinto e dalle emozioni del momento. Immagino una grande soddisfazione per lui.
Aonzo guida il gruppo, dall’alto della sua esperienza, con un carisma innato e con un Cerruti che lo “protegge” alla spalle, dettando il ritmo giusto, mentre Bellato interagisce sulla parte solista, alternandola alle trame di fondo, spesso più complicate degli assoli.
Bravissima la giovane Cecilia Aonzo e grande sorpresa il chitarrista Margaritella che non conoscevo. Mostruoso Marangolo.
Doveva… poteva essere l’ultimo giorno delle nostre esistenze, ma qualunque fosse il disegno si è trovato il modo di allontanare l’appuntamento, perché come qualcuno evidenziava dal palco, la musica è eterna, e attraverso di essa possiamo fare sì che il nostro percorso non si interrompa mai.
Da sottolineare una buona opportunità cittadina, quella di utilizzare un teatro come quello di Valleggia, capiente, confortante, attrezzato (forse carente nelle luci) e vicino alle nostre case.
Non è retorico ricordare che questi eventi non sarebbero così positivi se non ci fosse la giusta regia tecnica e quella di Fulvio Marella - e Maddalena -  è risultata perfetta.
Un buon modo per anticipare le feste ed immaginarle serene.


mercoledì 19 dicembre 2012

Quarzomadera-L'impatto


“L’impatto” è l’ultimo album di Quarzomadera, un duo/trio la cui storia è sintetizzata a fine post. Il gioco di parole “duo/trio”, testimonia la presenza dello zoccolo duro formato da Davide Sar   e  Tony Centorrino, a cui si unisce come ospite fissa Simona Pozzi  - ora anche in studio -, in qualità di corista.
Estremamente complicato descrivere la loro proposta, fatta di un rock che attraversa vari decenni, caratterizzato da una voce fuori dai canoni tradizionali, quella di Davide Sar.
Ho faticato un po’ nel metabolizzare la loro musica, che non conoscevo prima de “L’impatto”. Non sono riuscito ad afferrarne e a capirne l’originalità sino a che il CD ha raggiunto il terzo giro.
La contaminazione derivante dagli ascolti pregressi impedisce spesso di costruire un reale prodotto nuovo… è fatto naturale, spesso inconscio e comunque apprezzabile. Ma quando dal cilindro saltano fuori brani come “La Ballata dei pregiudizi”  (http://www.youtube.com/watch?v=6ZsqWoEpwTs) e “Incanto”, tanto per citarne due che amo particolarmente, bisogna prestare orecchio e approfondire, ovvero riascoltare alla scoperta dei dettagli. E in questa mia ricerca trova giustificazione l’affermazione precedente, quel “fatta di un rock che attraversa vari decenni” che trova perfetta sintesi nel brano “Spore”, dove ad un inizio alla Depeche Mode fa seguito una trama forse sconosciuta alla stessa band, quella che riporta ai The Who di fine anni ’60.
Testi intimistici e art work futuristica completano un album davvero godibile.
Sottolineo anche la bellezza dei due brani disponibili in rete, e la forma di espressione video pare si addica particolarmente alle esigenza di Quarzomadera.
Album da condividere selvaggiamente.



L’INTERVISTA

Avete alle spalle oltre dieci anni di attività. Riuscite a sintetizzare la vostra storia artistica dal duemila ad oggi?

Nonostante la lunga attività la formazione si è stabilizzata da poco tempo, riuscendo comunque a mantenere inalterate le proprie coordinate musicali di base e contemporaneamente a crescere e ad evolversi. Da “Lunica”, il primo ep autoprodotto, passando per gli album “Cardio & Psiche”, “Orbite” ed il nuovo dal titolo “L’impatto”, c’è stata una costante voglia di misurarci con noi stessi e con l’ascoltatore, cercando di introdurre ogni qualvolta delle novità: nell’ultimo, ad esempio, c’è un uso maggiore di elettronica e tastiere che, uniti alla consueta impronta chitarristica, crediamo possano dare ulteriori nuovi stimoli all’ascolto per chi già ci segue e un’immagine ancor più completa su quanto proponiamo per chi ancora non ci conosce.
  
La vostra biografia descrive un duo come zoccolo duro della band. Qual è il motivo di una formazione così ristretta?

Siamo un duo con l’aggiunta di un’ospite fissa ai cori dal vivo e, in occasione del nuovo album, anche in studio: con questa line-up abbiamo maggiore controllo su ciò che facciamo sotto tutti gli aspetti, in fase compositiva, nei live (sia grandi che piccoli) e anche gli spostamenti sono più pratici e veloci. Fino a poco tempo fa avevamo problemi nel reperire un bassista e un tastierista di ruolo, così abbiamo deciso di programmare noi stessi basso e tastiere sul synth, utilizzandone le basi sia in studio che dal vivo. Dopo un po’ di pratica sui sequencer, ci siamo trovati benissimo con questo metodo e non sentiamo per ora l’esigenza di tornare indietro.

Come sono organizzati i vostri set live? Amate l’interazione col pubblico?

Indipendentemente dal tipo di luogo dove suoniamo ci esibiamo in trio, con Davide alla voce/chitarra e sintetizzatore programmato, Tony alla batteria/percussioni e Simona ai cori (salvo poi avere qualche ospite nelle occasioni più importanti): come spesso accade, nei live scaturisce un vigore musicale differente rispetto allo studio ed essendo sempre nostra intenzione suonare essenzialmente per chi viene a sentirci più che per noi stessi, è automatico cercare di catturare l’attenzione del pubblico sia visivamente che verbalmente, per un maggiore coinvolgimento e una migliore partecipazione.

Ascoltando il vostro album, L’impatto,  si percepiscono influenze differenti. Non amo molto le etichette, ma sono utili per fornire spiegazioni al curioso. Come definireste la vostra musica?

Una miscela compatta di varie correnti del rock, con cantato in italiano e una decisa attitudine alla psichedelia. La nostra sfida è quella di essere il più originali possibile mantenendo uno stile facilmente riconoscibile: anche noi non amiamo molto le definizioni, crediamo comunque che “indie-rock-psichedelia” sia la più calzante.

Se doveste dare un peso ai due componenti, lirica e musica, che valore ponderale dareste ad entrambi, in relazione al vostro modo di comporre?

E’ innegabile che, essendo musicisti, in fase di composizione la musica prenda forma prima delle parole: ciò avviene nella maggior parte dei casi, ma non è una regola. A volte abbiamo in mente uno slogan o una frase per noi particolarmente comunicativa che diventa la parte centrale di una strofa o di un inciso da dove partire per svolgere il brano, se non addirittura un titolo che ci ispiri poi un tema musicale sul quale ricamarci sopra il testo. Questo per dire che riteniamo i due aspetti decisamente legati l’uno all’altro, salvo poi esprimerci, quando crediamo sia necessario, con dei brani parzialmente o interamente strumentali (come l’intermezzo della traccia 8 su quest’album o il lungo raga del precedente).

Cosa pensate dell’attuale situazione della musica e delle opportunità (e degli svantaggi) derivanti da internet?

Sappiamo tutti che il mondo della musica non sta attraversando un momento particolarmente felice per diversi motivi: c’è la crisi commerciale del settore discografico e spesso anche le proposte musicali sono un po’ lontane dagli standard artistici del passato. Per fare fronte a questa situazione crediamo ci voglia maggiore collaborazione e partecipazione da parte di tutti, dai musicisti agli addetti ai lavori, non cercando quindi di fare gara a sé, ma piuttosto di unirsi nell’intento di incuriosire e riavvicinare i non musicisti alla mondo della musica. Per questa ragione riteniamo internet uno strumento utilissimo allo scopo, purché sia usato con intelligenza e professionalità, altrimenti può anche sortire gli effetti opposti.

Cosa avete pianificato per il vostro immediato futuro artistico?

Il desiderio è sempre quello di fare più live che possiamo, contando magari anche su piccoli aiuti dall’esterno: inoltre vorremmo fare altri videoclip di brani estratti dall’album nuovo per una sempre maggior diffusione, in rete e non, della nostra attività musicale, anche in prospettiva di un eventuale (ce lo auguriamo) seguito di “L’impatto”.



BIOGRAFIA

Quarzomadera è una band nata a Monza nel 2000 dalle esperienze raccolte nei gruppi locali e con alle spalle diversi concerti. Nel 2003 viene stampato in poche copie il mini-cd Lunica.
Nel 2006 con molta soddisfazione esce l'album Cardio & Psiche (Videoradio/Linea Alternativa), lanciato dalle riviste musicali nazionali con lo spot La miscela di rock italiano e psichedelia e accompagnato dal videoclip del brano Inverno (già contenuto nell'EP precedente).
A fine 2009 viene pubblicato Orbite, secondo disco del gruppo dove il pop e il rock melodico fanno l'occhiolino alla psichedelia. Pubblicato nuovamente dalla Videoradio di Beppe Aleo,  vede come musicisti ospiti Luca Urbani (Soerba, Zerouno), Stefano Floriello (Rapsodia) e David Flores. Da Orbite vengono estratti i singoli "Agrodolce" e "TV ipnosi" con relativi video.

I Quarzomadera sono:
Davide Sar: voce, chitarre e programming
Tony Centorrino: la batteria

I brani possono essere ascoltati interamente in streaming su Deezer.com. Il cd è acquistabile (oltre che online e a richiesta nei negozi) direttamente dai Quarzomadera durante i loro concerti.


Info:







martedì 18 dicembre 2012

"The rime of the ancient mariner" al Teatro Verdi


Era il mese di maggio quando l’ultimo progetto di Fabio Zuffanti veniva presentato ufficialmente a Savona.
HÖSTSONATEN - The rime of the ancient mariner, Charter One, nasce molti anni prima, ma per la maturazione perfetta occorre sempre aspettare il momento giusto, e quando si parla di qualità e di ricerca della perfezione il fattore tempo è solo uno dei tanti aspetti con cui occorre fare i conti, ma non il più importante.
Qualche mese fa raccontavo così il mio sentimento post ascolto:


Il 16 dicembre,The rime…” è diventato ancora qualcosa di diverso, un contenitore di cui essere orgogliosi, e oggi ha trovato ulteriore conferma quella mia affermazione che evidenziava l’importanza di nascere al posto giusto nel momento giusto, tesa a sottolineare cosa avrebbe potuto suscitare un’ opera teatrale simile  - perché è questa l’evoluzione - se fosse stata messa in scena quarant'anni fa.
La location scelta per il debutto è il Teatro Verdi di Sestri Ponente, Genova, spazio che fa registrare un grande numero di presenti, non solo provenienti dal mondo del prog. E in effetti lo spettacolo non aveva i presupposti dell’elitarietà, essendo riassunto di arti differenti: musica, canto, danza, recitazione, immagini e colori, il tutto sotto l’attenta regia di Susanna Tagliapietra.
Band schierata in buona verticalità, per fornire ampio spazio ai tredici ballerini  -  e quattro vocalist - con l’unica eccezione, Luca Scherani, mago delle tastiere, posizionato a fondo palco.
Ma le magie colorate di vintage di Scherani hanno avuto un buon ausilio in termini di sezione archi/fiati per merito del flauto di Joanne Roan e del violino di Sylvia Trabucco, protagoniste in punta di piedi.
Sezione ritmica composta da Zuffanti e Mau Di Tollo, con Simone Ritorto alla chitarra elettrica.
Caratteristica dell’opera è l’utilizzo di quattro differenti vocalist che aiutano nella presentazione dei  quattro momenti narrativi.
Alessandro Corvaglia, Marco DogliottiGiammarco Farnè e Simona Angioloni,
The rime of the ancient mariner” è la trasposizione musicale del poema di Samuel Taylor Coleridge, e molto sarebbe andato perso se non fosse intervenuta una sorta di narrazione in lingua italiana, legame tra i vari blocchi musicali. Ma il canto in lingua inglese era d'obbligo.
Tutto è sembrato perfetto, emozionante, sintesi di ciò che si vorrebbe sempre vedere on stage, e per lunghi attimi mi è parso di tornare indietro nel tempo… potere della musica!


Inutile sottolineare i meriti del singolo, perché è il team teatrale che ha funzionato, e la soddisfazione dipinta sul volto di Fabio Zuffanti, a fine spettacolo, era la somma di mille sfaccettature, non tutte dichiarabili.

Le mie personali riflessioni mi hanno portato nel campo dell’educazione: ogni scuola che si rispetti dovrebbe avere la possibilità di vedere eventi del genere, comparandoli e decidendo se è bene sondare se esistono alternative al quotidiano.
Ho anche pensato che “The rime…” dovrebbe essere itinerante, pur essendo conscio delle difficoltà realizzative.
Mi sono poi chiesto se l’album” The rime…”, dopo un risultato simile, possa essere proposto come concerto a se stante, rinunciando a tutto ciò che al Verdi si è dimostrato essenziale.
Per questi piccoli-grandi quesiti esisteranno già alcune risposte e quindi attendiamo fiduciosi.
Grande spettacolo, e grande contributo tecnico da parte di Alessandro Mazzitelli e Rox Villa.
Poco prima dell’inizio del concerto, mentre ero in coda in biglietteria, un uomo anziano si è avvicinato al botteghino e ha chiesto quale film andasse in onda nel pomeriggio. Delusione sul suo volto alla scoperta che nessun movie sarebbe stato proiettato. Peccato, con un po’ più di coraggio avrebbe vissuto attimi indimenticabili… 

Fotografie di Enrico Rolandi

lunedì 17 dicembre 2012

Nel ricordo di Captain Beefheart



« Non voglio vendere la mia musica... vorrei regalarla, perché da dove l'ho presa non bisogna pagare per averla. »(Don Van Vliet).

Due anni fa, il 17 dicembre del 2010, ci ha lascaito Don Van Vliet, meglio conosciuto come Captain Beefheart
Van Vliet soffriva di sclerosi multipla, malattia che divenne aggressiva negli ultimi anni della sua vita, passati nel sud della California. Aveva 69 anni. 

Per ricordarlo ripropongo un post di qualche tempo fa.

Leggendo una delle biografie di Frank Zappa il nome di Don Vliet emerge in continuazione.
L’immagine che traggo dal libro è quella di un genio, stimato enormemente da Zappa (non mi sembra una cosa frequente), confusionario e sconclusionato, forse incompreso.
Autoritario, accentratore, capace di “rinchiudere” in casa la sua band, per otto mesi, periodo durante il quale gli manca l’ispirazione.
Ho iniziato ad interessarmi a lui e alla sua musica e ho preso dalla rete un po’ di notizie che propongo a seguire.

Captain Beefheart, pseudonimo di Don Van Vliet, nasce a Glendale, in California, il 15 gennaio 1941.
Cantante, musicista e pittore, è tra i precursori e maggiori esponenti del rock sperimentale statunitense.
Personaggio fra i più pittoreschi che la storia del rock ricordi, Captain Beefheart, nemesi di Frank Zappa, con il suo peculiare rock-blues ha firmato alcuni capolavori degli anni ’60 e, forse, dell’intera musica rock.
Troppo lontano dalle classifiche per poter essere considerato dal grande pubblico, la sua produzione appare in crescendo, per raggiungere il culmine nel 1969, con lo straordinario Trout Mask Replica.
Musicista completo, dotato di mezzi espressivi inusitati e di una fantasia che trascende i generi, realizza nel 1965, “Mirror Man” , nel quale la sua arte risulta ancora in uno stato embrionale, con una forte matrice blues.
Il suo primo capolavoro, anch’esso omaggio al blues, è datato 1967.
"Safe As Milk" può essere considerato tranquillamente uno dei massimi capolavori della storia del rock, in virtù di una varietà di stili che si dipanano in un unico disco.
In un certo senso appare il punto di partenza e di arrivo di tutto il rock delle origini, musica totale nel vero senso del termine.
L’album passa da brani spiccatamente blues sino ad arrivare ai primi vagiti dell’hard-rock , utilizzando frasi musicali sconnesse, canto killer, violino lamentoso, gusto per i contrappunti, manipolazioni elettroniche .
A questo si alternano frasi più melodiche ,fraseggi di chitarra sconnessi e suoni quasi esotici .
Nessun brano sembra predominare sull’altro, sono tutti piccoli gioielli di musicalità e genialità, che sembrano aprire la strada ad un rock diverso, ben altra cosa rispetto a ciò che si suonava in quegli anni.
Beefheart, infatti, ripartiva dalle stesse origini musicali di certi suoi coetanei (Byrds e interpreti dell'acid rock di San Francisco e di Los Angeles, ma li rivisitava con una genialità tutta sua.
I brani di questo album diventeranno tutti dei classici del rock, ma sembrava che Beefheart li intendesse solo come prove generali di qualcosa di molto più importante.
"Trout Mask Replica" uscirà nel 1969 ed avrà lo stesso effetto di un colpo d’ascia in un mare di ghiaccio.
Il disco è l’esatto contrario di tutto ciò che la logica, il buon gusto e il buon senso musicale potessero suggerire.
Non è solo un esperimento musicale, una pura trasgressione, un’ode al caos.
E’ il tentativo di ripristinare un nuovo ordine musicale, facendo a brandelli tutto ciò che in precedenza fosse stato inventato.
Rumore e dissonanza ovunque.
Ne deriva un’opera impossibile ed inconcepibile, specialmente se osservata muovendo dagli stilemi classici del rock.
Melodia e ritmo vanno per conto loro, ogni musicista ha la massima libertà espressiva.
In questo si riscontrano non pochi parallelismi con certo free-jazz.
Al pari di "Safe As Milk", nessun brano predomina sull’altro.
Il disco deve essere considerato come un unico blocco di canzoni, nel quale hanno rilevanza anche le performance vocali ,come quelle strumentali e distorte, passando per brani di difficile catalogazione.
Di indubbio minore impatto le successive prove di Captain Beefheart, che, incompreso dal grande pubblico, si ritirerà a vita privata, dedicandosi alla pittura.
L’arte di Beefheart farà non pochi proseliti, e sarà fonte d’ispirazione di molti musicisti a venire.
All'inizio, la sua carriera di pittore venne vista dalla critica come l'ennesima trovata egocentrica di un musicista rock.
Col passare degli anni, però, i suoi dipinti (così come con la musica), sono stati reputati molto innovativi ed alcune sue opere sono state esposte in musei molto importanti (su tutti il MOMA) e vendute a prezzi particolarmente alti.




venerdì 14 dicembre 2012

Duo Fiorini



In questo spazio fatto di rock, blues jazz e di qualsiasi altra musica di impegno, presento oggi un duo classico, che non ho cercato e che non mi ha cercato.
Incontro casuale, fortuito e… un colpo di fulmine.
La musica che ho ascoltato - essenzialmente il video che propongo a fine post - era semplicemente quello che avevo voglia di sentire questa sera… quando vivi nella musica, con la musica, a volte è proprio lei che viene a cercarti… e io apro volentieri la porta!

Il duo Fiorini (clarinetto) e Stefanini (pianoforte) nasce recentemente ma si colloca tra le formazioni più “colorite” della panoramica musicale. Si tratta di due musicisti che hanno alle loro spalle una notevole conoscenza musicale di musica d’insieme e hanno affrontato prove che sono servite a dare loro quelle caratteristiche che fin dal primo momento del loro incontro hanno determinato chiaramente le ragioni del suonare insieme: la prima fra tutte è il divertimento, seguita dalla volontà di spaziare tra più generi musicali. La formazione clarinetto-pianoforte si rende infatti ottimale sia per l’esecuzione di repertorio classico sia di quella più vicina ai giorni nostri, con l’ampliamento degli orizzonti verso il jazz e la musica da film. I due musicisti propongono anche la rivisitazione e la trasformazione in veste più classica di musiche popolari in base al principio sopra enunciato: divertirsi e far divertire il pubblico trasmettendo la voglia di conoscere e ascoltare musica.

Roberto Fiorini si è diplomato in clarinetto nel 1985 presso l’Istituto di Alta Formazione Musicale “P. Mascagni” di Livorno sotto la guida del Prof. Mario Del Zoppo. In seguito ha seguito corsi di specializzazione presso la Scuola di Fiesole, l’Accademia Chigiana di Siena, per poi affrontare successivamente il repertorio clarinetti stico più moderno sotto la guida del maestro Ciro Scarponi.
Sassofonista autodidatta, si dedica anche all’esecuzione di altri generi musicali passando dal pop al jazz, anche se la parte preponderante lo vede impegnato maggiormente nel repertorio classico e cameristico. In quest’ultimo settore Roberto Fiorini ha avuto molteplici esperienze suonando in formazione di duo, trio e quintetto di fiati. Attualmente è primo clarinetto dell’”Ensemble Bacchelli”, orchestra da camera livornese.

Eleonora Stefanini, pianista, si è diplomata nel 1985 con il massimo di voti e la lode presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali Pietro Mascagni di Livorno, sotto la guida del Maestro Francesco Cipriano. Fin da piccola ha sempre dimostrato di avere interesse per la musica da camera e durante il corso degli studi si è esibita in formazione di duo, trio e quintetto.
Contemporaneamente allo svolgimento del tirocinio ha seguito vari corsi di perfezionamento tra i quali quello presso l’Accademia Musicale di S. Cecilia di Portogruaro sotto la guida dei Maestri Kostantin Bogino e Marian Mika. Negli anni ha potenziato il proprio repertorio con particolare riguardo al duo violino e pianoforte e pianoforte a quattro mani. In occasione delle sue esibizioni ha ovunque riscosso successo di pubblico e di critica. Attualmente affianca la propria attività concertistica con quella didattica insegnando presso la Scuola Musicale Alessandro Scarlatti di Livorno.


mercoledì 12 dicembre 2012

Simone Pea - Smother the light



Ascolto sempre ciò che mi viene proposto, sia che si tratti di un importante artista, sia che la musica mi arrivi da un giovane intraprendente. Il mio personale filtro è l’impegno… quando qualcuno non si risparmia e crede nella sua creatura, diventa automaticamente degno di nota.
Ho incontrato virtualmente Simone Pea con i Caravan Spleen e ora si ripropone con un EP da solista, Smother the light, con il nome di Farman, otto brani strumentali raggruppati in oltre 50 minuti di musica elettronica.
Tutto è minimalista… un uomo solo, di cui non conosco la biografia, di cui non ho una foto, che non ha la preoccupazione di presentarsi pomposamente, che mi regala alcune frettolose risposte che mi dicono molto più di un poema. Caratteristica dei giovani è la sintesi, il dire tutto in poche frasi, e se si è ben disposti, all’interno di un contenitore ermetico e sicuramente non colmo, si trovano grandi messaggi.
La musica di Simone è probabilmente il primo viaggio in solitudine, il primo bilancio di vita, la sua prima rivoluzione pacifica.
Campionatori, loop machine, tecnologia, bit che si rincorrono… e tutto quello che nasce probabilmente in una stanza è pensato per il prossimo, per l’esibizione live, per l’interazione con il pubblico.
Ho provato ad usare la musica di Simone Pea, anche,  come sottofondo nella rilettura delle sue parole, cercando di immaginare cosa si nasconde dietro al singolo titolo, o cosa può averlo ispirato nelle sue creazioni, e in questo modo sono entrato in contatto con lui e con il suo “supportodigitaleautoprodotto”, che forse non prenderà mai un aspetto fisico, ma che sono certo sarà condiviso in qualche set live, luogo deputato ad ogni proposta musicale.
E bravo Simone…

L’INTERVISTA

Sono passati alcuni mesi dalla recensione di  “Fucking Journey” dei Caravan Spleen e ti ritrovo in un progetto “solo”… in che direzione sta andando la tua musica?

Non proprio una direzione, avevo voglia di provare a far qualcosa per i fatti miei, non perché non mi piacesse più con i Caravan anzi, ma per sperimentare qualcosa di nuovo per me.

Musica elettronica, tecnologia applicata… mi racconti su cosa si basa il tuo progetto?

Il progetto nasce soprattutto per un esibizione live, con il sound che si accentra su basi (programmate con drum  machine ) e loop vocali, trasformando il tutto in un vero e proprio live set.

Sei tutto solo o hai lavorato in team in questo “Smother the light”?

Si tutto solo.

Il tuo progetto prevede quindi anche esibizioni live?      

Sì, difatti sto cercando di organizzare un pò di date per il nuovo anno.

Mi racconti qualcosa sulla distribuzione? Esce anche in supporto fisico o è solo un prodotto digitale?

La distribuzione è solo digitale per ora, anche per i costi, visto che si tratta di un EP autoprodotto.

Cosa hai pianificato per il tuo prossimo futuro musicale?

Per il prossimo futuro  sto cercando di pianificare un pò di date… non sarebbe male riuscire a far un pò di musica dal vivo!


Ecco la sua musica: