giovedì 30 giugno 2011

Cavalli Cocchi - Lanzetti - Roversi


Notizia appena arrivata da Bernardo Lanzetti

Ciao!

With great pleasure and excitement we wish to inform you that, right today, sharp as an A note at 440 Hertz , the American label "Cherry Red", through its UK associate "Esoteric Recordings", has worldwide released the CD "Cavalli Cocchi - Lanzetti - Roversi" the outstanding debut album by CCLR.
Cheers,
Bernardo



Comunicato Stampa
IL DEBUT ALBUM DEL SUPERGRUPPO DEL PROGRESSIVE ROCK ITALIANO, CON BERNARDO LANZETTI (ex-P.F.M.) E STEVE HACKETT (GENESIS)!

Il SUPERGRUPPO è un progetto o band formata dalla collaborazione di musicisti celebri, che si ritrovano a suonare insieme in modo a volte totalmente spontaneo (oppure completamente studiato..). Nei migliori dei casi, i musicisti riescono a soddisfare le proprie esigenze artistiche fuori dal proprio gruppo d’origine e nello stesso tempo accontentare i propri fan. Ecco il debut album dei CCLR, trio che vede coinvolti BERNARDO LANZETTI, il bravissimo ex cantante della P.F.M. ed ex-ACQUA FRAGILE (i cui due album sono adesso pubblicati dalla ESOTERIC Recordings), il batterista GIGI CAVALLI-COCCHI dei Mangala Vallis ed il tastierista e suonatore di basso stick CRISTIANO ROVERSI dei Moongarden.
Al trio si è unita una serie incredibile di chitarristi ed ospiti illustri, tra i quali spiccano STEVE HACKETT dei GENESIS, ALDO TAGLIAPIETRA delle ORME, ANTHONY SYDNEY del PERIGEO, ed altri sei chitarristi della scena italiana rock, classica e jazz.

“CCLR” è un album melodico, molto basato su brani sognanti, sulla voce inconfondibile di Lanzetti e sui cori maestosi creati con il mellotron. Tra i brani troviamo una rilettura del classico “By This River” di Brian Eno e di “Morning Comes” degli stessi Acqua Fragile. Un gran bell’ album per i fan del Prog italiano !
TRACKLISTING : 1. New Life On Mars; 2. Jpg; 3. Morning Comes; 4. Words Got The Power; 5.Why Should I?; 6. By This River; 7. Great Love Does Burn Fast; 8. The Late Hour; 9. Blue Boy.

mercoledì 29 giugno 2011

Nel ricordo di Tim Buckley


Trentasei anni fa moriva Tim Buckley .
Per tracciare un degno profilo, ho dovuto "saccheggiare" le opinioni di altri, per mia inadeguata conoscenza (un libro letto ed un disco ascoltato non sono sufficienti per presentarlo degnamente).
Spero almeno che il mio "taglia e cuci" induca a qualche approfondimento l'eventuale lettore.


Tim Buckley e` il cantante piu` geniale della storia della musica rock, e forse dell'intera storia della musica.
Fu il primo dei moderni singer-songwriter, il primo ad alterare completamente il modello inventato da Bob Dylan, e rimane uno dei più grandi di tutti i tempi; ma definirlo "cantautore" e` limitativo.
Buckley era poco interessato ai testi (che infatti faceva scrivere al suo collaboratore Larry Beckett). L'arte di Buckley era tutta musicale, ed era un'arte d'atmosfera. Buckley usava tecniche straordinarie sia di canto sia di arrangiamento per scolpire atmosfere quasi cosmiche. Con la psichedelia la musica aveva cominciato un viaggio verso mondi diversi da quello terreno di cui si era sempre occupata la musica folk. Buckley continuò quel viaggio fino alla fine, scoprendo mondi sempre più lontani e sempre più insoliti.
Il percorso esteriore di questo "viaggiatore delle stelle" (come si definì lui stesso) era in parallelo un percorso interiore, alla ricerca di se stesso. La sua musica fu sempre una musica di scavo psicologico, anche quando si riallacciava alla canzone d'attualità del Greenwich Movement. Purtroppo quel percorso si concluse in un cimitero.
Buckley fu in gran parte estraneo ai subbugli delle due capitali della musica giovanile, distrattamente partecipe della protesta umanitaria di New York e vagamente imparentato con gli hippies di San Francisco. Buckley era certamente figlio della stessa era (tanto che di droghe morirà), ma la sua fu sempre una carriera molto isolata.
Il "sound" era il cuore della sua musica, e per ottenere quel sound Buckley navigò lo spazio del jazz e delle tradizioni orientali, oltre a quello del folk e del rock.
Come Captain Beefheart e Frank Zappa, anche Buckley apparteneva a un concetto alternativo di musica, un concetto che a Los Angeles non si espresse però mai sotto forma di movimento politico.
Buckley esibì fin dall'inizio una purezza artistica piuttosto rara nel mondo della musica rock.
L'elemento più originale dei suoi dischi era il canto, inizialmente ispirato da Fred Neil, che Buckley continuò a raffinare per anni.
Le sue conquiste in questo campo sono degne della musica d'avanguardia e certamente del jazz. Il suo canto era davvero un altro strumento, più simile alla tromba e al sassofono del jazz che al baritono della musica pop.
Come ebbe a dire il suo collaboratore Lee Underwood, Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra.
Le acrobazie del virtuoso erano soltanto una parte della storia. Gli esperimenti sul canto servivano a Buckley per comporre una narrazione altamente psicologica, fatta di allucinazioni e voli, dialoghi e silenzi, confessioni e deliri. Il suo gioco intricatissimo di gemiti, urla, guaiti, vocali estatiche, sussurri nevrotici, sussulti isterici, quel modo di quasi piangere cantando costituivano un vocabolario e una grammatica di grande effetto.
Buckley cominciava le canzoni imbastendo un racconto, soppesando le parole, ma poi le parole perdevano significato e diventano semplice suono, e infine puro delirio. E, man mano che perdevano la loro qualità "terrena", diventavano anche la chiave per accedere a un "oltre", a un'altra dimensione, una dimensione di puro spirito.
Il canto non era che uno degli strumenti, comunque.
Buckley arrivò a impiegare un ensemble da camera (percussioni, tastiere, fiati) per i capolavori della maturità. Nella sua arte vocale confluivano lo spirutual, il gospel e le austere tecniche tibetane (forse la proposta più originale di fusione fra occidente e oriente), ma Buckley rielaborò le sue fonti fino a pervenire a uno stile unico e personale.
Il ritmo era altrettanto duttile, di volta in volta una pulsazione ossessiva che percuote la mente, oppure un lieve trepestio che guida il cuore nei suoi titanici sforzi, oppure un serrato "jazzato" che vibra senza pause colorando di una strana frenesia la fantasia sospesa ad altezze vertiginose, oppure ancora un gentile vento soul che si distende in dolci e impalpabili sottofondi naturali.
Dalla fusione fra tutti questi elementi rivoluzionari avevano origine canzoni che sono poesie malinconiche ambientate in un mondo devastato da una follia tanto fievole quanto immane.
Più che narrare Buckley si lanciava in deliri, in flussi di coscienza, in associazioni libere.
La narrazione si spegne e si riattizza, s'infiamma ed esplode, si placa e collassa, s'inalbera epica e s'affloscia moribonda. La sensazione e` davvero quella di un viaggio fra le stelle, ma e` anche quella di una seduta psicanalitica, di un viaggio dentro la coscienza squilibrata di un caso incurabile. La musica fotografa una psiche che si dibatte spasmodicamente in un torbido impasto di cupe emozioni primordiali, in bilico sul baratro del suicidio, e ogni tanto riaffiora, ancora dolorosamente viva, palpitante.
La colonna sonora di questo tormento interiore era uno splendido caos musicale.
Buckley aprì una nuova era per il canto d'autore, anche se all'epoca nessuno se ne accorse, neppure lui che si professò sempre figlio del rhythm and blues.
Da un lato le sue acrobazie canore coniarono un'arte onomatopeica modulata all'infinito. Dall'altro il suo genio naive architettò arrangiamenti sempre più complessi e "colti", esplorando rabdomanticamente filoni tanto diversi quali il free-jazz, la linea genealogica blues- spiritual- gospel- soul, la musica latino-americana, il primitivismo africano.
I capolavori di Buckley sono brani estesi che hanno poco in comune con la "canzone".
Lo svolgimento e` libero e non c'e` ritornello. La melodia viene smembrata e distorta, allungata in una struttura lenta e strisciante che e` l'equivalente di un sogno. "Lorca" e "Gypsy Woman " sono brani senza fine in cui Buckley spalanca le porte della percezione e irrompe in un vuoto siderale.
Il passo epico dei primi dischi diventa via via sempre piu` astratto. Il tono tragico, in sordina, rimarrà sempre lo stesso, ma si tingerà di colori sempre piu` grigi, sempre più depressi. L'incedere, a sua volta, diventerà sempre più convulso, istericamente conteso fra pause in cui tratteneva il fiato e rovesci febbrili di emozioni, come se il cantante fosse scosso da improvvise e atroci illuminazioni di un tremendo segreto o precipitasse a capofitto in abissali inferni esistenziali. La musica di Buckley inseguiva un'idea, non importa dove questa si spingesse. Spesso si limitava a precipitare, senza vedere il fondo, in un buio di pupille sbarrate e di mani protese, in un'orgia eterna di grida disperate e di lamenti raccapriccianti. Buckley vagava in quello spazio di infinito nulla alla ricerca forse, di un'idea che fosse anche di salvezza. La sua carriera fu un lungo incubo privato. Buckley passò la vita a inseguire i suoi fantasmi interiori in labirinti di suoni e per itinerari cosmici, ma si era perso fin dall'inizio, e ciò che fa grande la sua arte e` che non aveva speranza di ritrovarsi. Quello di Buckley fu un incubo durato una vita, l'incubo di un naufrago alla deriva, che verrà alla fine ucciso dall'orizzonte con cui discorreva giorno e notte.
Questo approccio onirico, visionario, allucinato alla musica era certamente imparentato con l'acid-rock californiano, scaturiva da una sottocultura della droga intesa come liberazione e catarsi; ma a quell'approccio propenso a sondare gli abissi della mente, Buckley aggiunse un elemento di introversione e introspezione che procedeva quasi in direzione opposta alle celebrazioni di estasi pubblica dell'acid-rock. Ciò non toglie che, assillato da un profondo malessere esistenziale, Buckley fosse un personaggio più universale di quanto volesse essere, ma per puro caso: Buckley era un menestrello paranoico del disagio esistenziale della sua generazione, un perdente emarginato nella società dei consumi, un missionario dell'anticonformismo intellettuale come lo erano stati i beatnik, succube e non protagonista della vita.
Buckley esprimeva l'insofferenza per i valori dell'"american way of life" nello stesso modo in cui l'avevano espressa i poeti beat e i pittori astratti.
Tim Buckley nacque a Washington nel 1947, crebbe a New York e si trasferì ancora bambino in California. Si formò nei locali folk di Los Angeles, mentre frequentava la high school insieme con l'apprendista poeta Larry Beckett e con l'apprendista bassista Jim Fielder.
A quindici anni suonava il banjo in un complesso folk, ma ammirava soprattutto la potenza vocale dei cantanti blues, la creatività del free-jazz e il potere espressivo di tanta world-music. Buckley, Beckett e Fielder formarono prima i Bohemians e poi gli Harlquin 3.
Esercitandosi a controllare il respiro e le corde vocali per ottenere la massima duttilità del canto (suo modello la grande Yma Sumac), Buckley scoprì la sua vera vocazione. Abbandonati gli studi e la moglie (frutto di una scappata dell'ultimo anno di high school), Buckley prese a esibirsi al "Troubadour", dove fece conoscenza con il chitarrista Lee Underwood.
Herb Cohen, il manager di Frank Zappa, lo scoperse che aveva appena diciotto anni, ma era già` un fenomeno, sia per la prodigiosa estensione vocale, sia per i diversi stili musicali che amalgamava nelle sue canzoni.
La sua personalità timida e sensibile, dolce e malinconica, schiva e modesta non si addiceva all'ambiente della musica rock. Buckley rimase sempre un ragazzo solitario. Scontava pero` l'isolamento con una massiccia dipendenza dalle droghe pesanti.
Buckley registrò il primo album, "Tim Buckley" , nell'arco di tre giorni nel 1966, (mentre nasceva suo figlio Jeff Buckley), circondato da uno stuolo di prestigiosi sessionmen reclutati da Cohen (Billy Mundi alla batteria, Van Dyke Parks alle tastiere, Jack Nitzsche per gli arrangiamenti d'archi, oltre a Underwood e Fielder).
Le canzoni sono tipiche dello stile dell'epoca, a metà strada fra Bob Dylan e la musica leggera. L'album si distingue dai tanti dell'epoca per un tono medio più fatalista e rassegnato.
La novità di maggior rilievo e` forse l'arrangiamento jazzato, e talvolta orchestrale.
Buckley ha 19 anni, e` incerto e titubante, soprattutto al cospetto dei più smaliziati collaboratori.
Gli riescono bene tenui bozzetti adolescenziali come "Valentine Melody" e "Song Of The Magician", ma la voce non ha modo di librarsi come "Song Slowly Song "lascia intuire.
Il secondo album," Goodbye And Hello "( 1967), fu ispirato "Blonde On Blonde" di Dylan, che Buckley, Fielder e Underwood passarono mesi ad ascoltare e imitare.
Ambizioso e pretenzioso come l'album di Dylan, l'album di Buckley non riesce a trovare lo stesso magico equilibrio, ma costituisce comunque un gigantesco balzo in avanti per l'autore.
Buckley, in particolare, riesce a meglio amalgamare gli strumenti (compresi percussioni e tastiere).
Forse anche per l'influenza del produttore di turno, che volle dare all'album un sound rinascimentale, Buckley ricorre a una strumentazione che ha del sontuoso per un folksinger.
Il talento versatile ed eccentrico di Buckley ha comunque modo di emergere pienamente in canzoni toccanti che oscillano fra il lirismo favolistico alla Leonard Cohen, le pose dylaniane di "Je Accuse", e uno spleen di fragile bellezza.
Questo disco e` una raccolta di poesie sull'individuo che si presenta inerme al cospetto della pazzia del mondo.
Buckley rivelò la sua immensa carica emotiva con "Happy Sad "(1968).
Da qui Buckley comincia a essere se stesso.
Al confronto di "Happy Sad", il successivo" Blue Afternoon "( 1969) e` meno album di gruppo e più album del cantante. La batteria prende il posto delle congas e l'ensemble e` più disciplinato (forse anche perché Buckley fece anche da produttore).
Il disco continua comunque la messa a punto di un folk-jazz comunicativo, raffinato e cesellato fino all'ultima nota. La forma canzone (il ritornello, il ritmo, i tre minuti, eccetera) non esiste più, ma al suo posto subentra una forma canzone d'autore che la rinnova senza indulgere in eccessivi sperimentalismi: il canto fluisce libero su un accompagnamento casuale fatto di punteggiature ritmiche e tocchi colorati. Le canzoni sono solitarie confessioni autobiografiche, sospese fra onirismo freudiano e trance psichedelica.
Dal folk-jazz si passa con "Lorca "( febbraio 1970) al "free-folk"."
Se gli album precedenti avevano comunque subito l'influenza dei collaboratori e/o del pubblico, "Lorca" e` un album scritto per se stesso.
Lasciati liberi Friedman e Miller, la strumentazione si arricchisce nella sezione delle tastiere. L'ensemble si compone ora di congas, chitarra, piano elettrico. Il sound e` scheletrico. L'assenza di un ritmo gli conferisce staticita` e imponenza, a immagine e somiglianza dell'eternità.
I brani, lunghi e tesi, labirinti sonori di infima depressione, sono percorsi da brividi stremanti, frutto di una tristezza che rovista baratri senza fondo; Buckley e` alla deriva in un coma cosciente. E` un pianto assoluto, senza ritorno.
"Starsailor "(novembre 1970), da molti considerato il suo capolavoro e uno dei massimi dischi di tutti i tempi, e` il punto d'arrivo della folk-jazz fusion di Tim Buckley. E` al tempo stesso il suo album più visionario, psicologico, astratto, psichedelico, pittorico e jazz.
Buckley e` ormai dotato di una perfetta padronanza di tutte le tonalita` della voce e mette a frutto la maturità raggiunta. Gli ingredienti principali del disco sono il jazz e la psichedelia, che gli conferiscono una carica di energia spasmodica, il coraggio necessario per compiere una traversata cosmica che e` in realtà una traversata della mente.
Buckley incise poi altri due dischi mediocri e scolastici di ottuso soul-rock, con tanto di coro e sezione d'archi.
"Sefronia "(1973) contiene ben poco degno di nota ,e" Look At The Fool "(1974) fa il verso al soul orchestrale di Al Green .
Tim Buckley mori` per overdose nell'estate del 1975 a Santa Monica.
Aveva 28 anni.
Lasciava un figlio che non l'aveva praticamente conosciuto, Jeff Buckley.
La critica rock non lo aveva apprezzato per nulla o lo aveva appena citato.
La "Encyclopedia", la "Storia" e l'"Album Guide" di Rolling Stone non gli dedicarono una sola riga, la "Penguin Encyclopedia" gli dedicò qualche riga distratta.
"Starsailor "era stato recensito a pieni voti soltanto dalla rivista jazz "Downbeat" e (anni dopo) in Europa.
Postumi vedranno la luce diverse registrazioni di concerti dal vivo. Da evitare le antologie, che privilegiano quasi sempre gli album più banali.


Dolphins



Le ultime parole famose:
"L'auto rimarra' sempre un lusso per pochi"(The Literary Digest, rivista USA, 1899)


martedì 28 giugno 2011

Steeleye Span



Gli
Steeleye Span sono un gruppo di folk elettrico inglese, formatosi nel 1969 e attivo attualmente.

Insieme ai Fairport Convention, sono fra le realtà più famose del british folk revival, e della corrente rappresentano uno dei gruppi che riscosse maggior successo, grazie agli hit Gaudete e All Around My Hat.

Piazzarono tre album nella classifica top 40 e l’LP All Around My Hat valse loro l’attribuzione un disco d’oro.

Gli Steeleye Span si formano a St. Alban's, in Inghilterra, quando il bassista Ashley Hutchings, abbandona i Fairport Convention, dopo un incidente automobilistico , e fonda un proprio gruppo di folk revival.
La sterzata commerciale alla loro produzione coincide con l'assunzione di Jo Lusting in qualità di manager.
In quel periodo, i tradizionalisti Martin Carthy e Ashley Hutchings lasciano il gruppo per perseguire i propri progetti personali, puramente votati al folk. Vengono sostituiti dal chitarrista elettrico Bob Johnson e dal bassista Rick Kemp, che portano forti influenze rock e blues al suono della band.

Nel frattempo gli Steeleye Span firmano con la Chrysalis Records un contratti che durerà per ben dieci album.

Nonostante la difficoltà a doppiare il successo di All Around My Hat, il gruppo gode di una certa fama nel mondo del folk rock e di questa beneficierà per tuti gli anni 70.

Per buona parte degli anni '80 i membri del gruppo si dedicano ad altro mentre l'ultimo decennio del secolo è caratterizzato da reunion, sostituzioni numerose e tanta incertezza.

Ma il vero ritorno risale al 2002.

E' in questo anno che, gli Steeleye Span si riformano e il risultato concreto è la pubblicazione di Present - The very Best of Steeleye Span, un doppio CD con nuove incisioni dei vecchi brani.

Nel 2004 gli Steeleye incidono They Called Her Babylon, e dopo un lungo tour in Europa e Australia, il disco natalizio Winter.

Nel 2006 suonano al Festival di Cropred e viene pubblicato un album e un DVD del tour del 2004.

In Novembre pubblicano l'ultimo album Bloody Men.

L'attuale formazione comprende Maddy Prior (voce), Ken Nicol (chitarra, voce), Rick Kemp (basso, voce), Peter Knight (violino, piano, voce), e Liam Genockey (batteria e percussioni).


All Around my Hat







lunedì 27 giugno 2011

Yes The Ladder... Athos



The Ladder

Voglio una scala, solo una scala, per salire di grado e soddisfare l’ambizione.
Voglio una scala, solo una scala, per fuggire dal pericolo, vero o supposto tale.
Voglio una scala, solo una scala, per superare con un balzo chiunque mi sbarri la strada.
Voglio una scala, solo una scala, per salire sul gradino più alto, non importa per cosa.
A metà del ciclo la stessa scala si percorre in senso opposto ed è l’inizio del declino.
Ma una scala può servire a congiungere due mondi, due esseri umani, due nemici che improvvisamente diventano saggi e cercano una soluzione di comodo.
La musica ha il potere di sostituirsi a "quella" scala e procurare miracoli a chiunque entra in sintonia con LEI.
Le immagini del video a seguire e la musica di YES (Homeworld-The Ladder) mi fanno stare bene e mi fanno riflettere, e non in una sola direzione.
Vorrei condividere tutto ciò con chi sia tanto sensibile da lasciarsi toccare nel profondo, entrando in sintonia con me e con milioni di altri “innamorati” della semplicità dei suoni e delle immagini.
Buon ascolto… buona visione.


sabato 25 giugno 2011

Il primo album dei Faust e...



L’angolo di Pupi Bracali


Il primo album dei Faust e un po’ di autobiografismo musicale.


A quei tempi avevo una cagnetta. Si chiamava Mia ed era una cucciolina Breton. Io nella mia cameretta mettevo sul giradischi quel disco un poco strano che possedevo da pochi giorni e poi mi buttavo sul letto. Con le mani incrociate dietro la nuca osservavo il soffitto bianco, poi chiudevo gli occhi e mi godevo quella musica elettronica e dadaista così schizofrenica e fuori da ogni schema sonoro ascoltato prima.

Mia mi raggiungeva, balzava sul letto e mi si accucciava accanto poggiandomi il muso sul fianco o sulla pancia. A un certo punto la cacofonia industriale e metallica della suite iconoclastica che stava su una delle due facciate sfumava lentamente lasciando il posto a due voci maschili che apparentemente in lontananza borbottavano qualcosa in tedesco. Era a quel punto che, ogni volta e immancabilmente, Mia sollevava il suo musetto bianco dalla mia pancia, drizzava le orecchie e poi cominciava a borbottare anch’essa in direzione della cassa acustica dalla quale provenivano le voci. Non era un ringhio, non era un latrato e nemmeno un guaito o un uggiolio, era un borbottio canino, un susseguirsi di buf buf sincopati che si alternavano a quelle voci teutoniche come in una conversazione. Mia osservava attentissima la cassa dello stereo per quel paio di minuti (forse meno) in cui “parlava” con i due tedeschi poi le voci terminavano, la musica riprendeva e la mia cagnetta si riaccucciava al mio fianco mentre io mi domandavo chissà cosa si erano detti lei e i Faust.

La stranezza del disco non era solo nella musica, era il primo LP che vedevo (e ascoltavo) in vinile trasparente anziché nel risaputo colore nero. Anche la copertina era una busta di spessa plastica trasparente attraverso la quale si vedeva il disco con, unica concessione artwork, la stampa di una radiografia a raggi X delle ossa di una mano. Quel disco non l’avevo comprato, l’avevo permutato: in cambio avevo ceduto al mio caro amico Santino, un patito della California più hippie, If i could only remember my name il capolavoro west coast di David Crosby. Santino sarcasticamente mi prendeva in giro, mi accusava di avere fatto il cambio solo perché quel disco dei Faust era strano e particolare ma che in fondo era inascoltabile e non mi piaceva neppure. Aveva ragione solo in parte; effettivamente avevo fatto il cambio perché quello sconosciuto disco dei Faust era strano e particolare, ma poi me n’ero innamorato. Ciliegina sulla torta, era venuto fuori dalle cronache dell’epoca ( il mitico Ciao 2001) che di quel disco originale ne esistevano solo seicento copie in tutto il mondo. Solo seicento copie! E una era la mia!

Comunque quei tempi erano il 1971, il titolo dell’album era eponimo del gruppo e tre lunghi brani percorrevano le due facciate in un’orgia catastrofica di suoni e di colori.

Why dont’you eat carrots? il primo brano, già annunciava la furia elettronica e indomita che si annidava tra quei solchi e che percorreva sismicamente l’album; in questo brano oserei dire c’è tutto; tutto quanto si possa (in)immaginare da un gruppo che fa sua e mette in musica, probabilmente senza consapevolezza, una sorta di stream of consciouness il flusso di coscienza non tanto di Joyce quanto quello Burroghsiano (e i futuri Faust Tapes del 1973 lo certificheranno con i loro ventisei frammenti dadaisti slegati e assemblati senza capo né coda che coprono quei quasi quarantaquattro minuti), in un concetto di non-musica che in tempi più recenti possiamo trovare in certe cose dei rumoristi californiani Negativland.

Sintetizzatori sibilanti, citazioni di canzoni famose di gruppi famosi, pianoforti dissonanti, fiati jazzati, musica da fiera di paese, marcette bandistiche, collages zappiani, ritmi convulsi, rumori siderali, canti da osteria e voci declamanti convivono in questo brano informale e alienato pervaso da una dissoluzione e dissolutezza totale e dadaista come si è già detto e bisogna accostarsi al successivo Meadows meal per ascoltare un arpeggio “normale” che si perde però subito dopo tra nuovi rumori e rimbombi tellurici, accenni di blues trasversale e un triste organo da chiesa che conduce una liturgia ossianica e scurissima fino all’esperienza stordente di Miss Fortune esperimento live che alterna situazioni di clamoroso clamore a silenzi improvvisi. Percussioni impazzite e fuori tempo ritmano la danza spaventevole e folle di un gruppo di esagitati agitatori di suoni che poi ironicamente di colpo cambiano marcia narrando inaspettate fiabe a due voci e cantilenando litanie fino all’orgia finale di reboante percussività e di elettronica compulsiva e sgangherata, simile al ritmo incrostato di una betoniera che si appresta a gettare le basi per la costruzione di un maniero gotico nella foresta nera e che si spinge imperterrita fino alla catarsi giungendo a far terminare l’ascolto smarriti ed estenuati.

Da tutto questo trapela comunque una sincerità d’intenti; e se sui Faust ho storto più volte il naso riguardo le loro (presunte) simpatie politiche destrorse, mi inchino alla loro integrità morale e anticommerciale, a una comprovata purezza d’animo e a una modestia di tutti i componenti che li portava a non scrivere nemmeno i loro nomi sulle copertine. Tutto questo fece sì che tra i Corrieri Cosmici furono gli esponenti più a latere, i meno conosciuti, i meno ascoltati e quelli dalla carriera più effimera.

Alcuni anni dopo, (sarà stato il ’74) presentatomi da un amico comune, conobbi un ragazzo di Torino. Si chiamava Stefano Moretto ed era venuto con la famiglia a trascorrere un’estate al mare nella mia città. Con Stefano c’intendemmo subito, nacque quella che si dice un’intensa e sincera amicizia. Passammo quella lunga estate insieme, bevendo birra con gli amici e suonando la chitarra tra la luna e i falò sulla riva del mare, parlando di musica e di ragazze e scoprii così che lui adorava i Faust; aveva tutti i dischi usciti fino ad allora più alcuni bootlegs dalle registrazioni approssimative e inascoltabili.

Aveva tutti i dischi dei Faust tranne il mitico primo album stampato fino a quel momento in sole seicento copie e naturalmente rarissimo e introvabile. Quello che avevo io.

Da parte di Stefano cominciò allora un corteggiamento assiduo e inarrestabile; ogni pochi giorni mi chiedeva di vendergli quell’album epocale, mi offriva soldi, la sua chitarra di marca, decine di altri dischi in cambio, ma io niente! Non cedevo alle lusinghe, sapevo che quel disco era troppo raro e prezioso per darlo via in cambio di alcunché.

L’estate poi passò; la nostra amicizia divenne sempre più forte, superò persino un momento di tensione quando la sua ragazza decise di lasciarlo per mettersi con me; poi a settembre Stefano dovette ripartire per Torino. Lo accompagnai alla stazione ci salutammo commossi e imbarazzati, sapevamo che tra breve si sarebbe trasferito a Ferrara e non sarebbe più tornato in vacanza nella mia città. Dicemmo le solite cose banali e risapute che si dicono proprio in quei momenti, poi, pochi minuti prima che arrivasse il treno gli dissi di aspettare un attimo che sarei tornato subito. Lui non capì e lo abbandonai col suo stupore. Abitavo vicino alla stazione, mi precipitai e pochi minuti dopo ero di ritorno. Mentre il treno sbucava dalla curva che lo portava al marciapiede raggiunsi Stefano con le mani nascoste dietro la schiena e mentre lui saliva e ci abbracciavamo per l’ultima volta tirai fuori da dietro la schiena il primo album dei Faust e glielo diedi.

Tieni”, gli dissi, “tu hai tutti gli altri dischi e sei un vero appassionato, te lo meriti più di me.”

Stefano si mise a piangere dalla commozione e io ci andai molto vicino. Dopo, come in una canzone di Claudio Lolli, il treno si rimise in moto e ci salutammo coi lacrimoni venir giù mentre mi salutava dal finestrino agitando il disco.

Ora sono passati oltre trent’anni. Mia, la mia cagnetta breton è morta ovviamente da moltissimo tempo, di Stefano dopo alcune lettere e qualche telefonata da Ferrara, ho perso ogni notizia. Santino, il mio amico fricchettone westcoastiano, abita in una cittadina a pochi chilometri ma non ci frequentiamo e non ci vediamo più da anni e alcuni mesi fa un mio conoscente sapendo della mia passione per il rock mi ha regalato circa trecento LP che altrimenti avrebbe sconsideratamente buttato via.

Era tutta roba degli anni settanta soprattutto americana e californiana.

Quando sono arrivato a casa me li sono guardati attentamente uno per uno e osservando alcune scritte a margine delle copertine e delle buste interne ho scoperto con sorpresa che erano dischi appartenuti proprio a Santino il mio amico hippie. Ho continuato la visione di quegli album e finalmente l’ho trovato: If i could only remember my name il mio vecchio disco che avevo scambiato coi Faust.

“Era ora che ritornassi a casa dopo tutti questi anni”, ho detto al faccione rosso di David Crosby sul retro-copertina e poi ho aggiunto parlando con me stesso: “E chissà che un giorno non ritorni anche il primo album dei Faust, in questa vita non si può mai sapere...”.



venerdì 24 giugno 2011

Tanti auguri Jeff Beck...


Compie oggi 67 anni Jeff Beck. Lo ricordo riproponendo un post di un pò di tempo fa.


Geoffrey Arnold Beck nasce il 24 giugno 1944 a Wallington, Surrey, Gran Bretagna.
E’ meglio noto come
Jeff Beck, ed è stato uno dei chitarristi rock più influenti degli anni ‘60 e ‘70, contribuendo a definire la chitarra moderna in un vasto spettro di generi, che include blues rock, heavy metal, fusion e hard rock.

Beck iniziò la propria carriera nei primi anni ‘60 come turnista.

Nel 1965 fu reclutato dagli Yardbirds, che avevano appena perso Eric Clapton, trasferitosi nei John Mayall’s Bluesbreakers.

Fu con Beck che gli Yardbirds divennero un gruppo famoso nella scena del rock britannico della fine anni ‘60. Beck, in particolare, si dimostrò un abile show man; nella formazione assieme aJimmy Page appare anche nel film cardine della Swinging London " Blowup", del 1966, in cui gli Yardbirds fecero una comparsa e nel quale Beck sfascia una chitarra ad imitazione di Pete Townshend degli Who (scelti in un primo tempo nella pellicola di Antonioni).

Nel 1966 Beck divise il proprio ruolo di chitarra solista degli Yardbirds con Jimmy Page.

Con il gruppo Beck riuscì a incidere un unico album, Roger the Engineer (1966); dopo 18 mesi, adducendo motivi di salute, abbandonò.

L’anno successivo Beck fondò una nuova band, chiamata Jeff Beck Group; includeva RodStewart alla voce, Ron Wood al basso, Nicky Hopkins al pianoforte e Mick Waller alla batteria.

Il gruppo incise due album: Truth (1968) e Beck-Ola (1969). Entrambi questi lavori furono molto ben accolti dalla critica, e sono oggi considerati antesignani dell’heavy metal (tra l’altro precedettero di poco gli album dei Led Zeppelin).

Alla fine del 1969, attriti all’interno del gruppo portarono Stewart e Wood ad abbandonare.

Beck creò una seconda incarnazione della band, con Clive Chapman al basso, Max Middleton alle tastiere, Cozy Powell alla batteria e Bob Tench alla voce. Questo gruppo prese una direzione artistica decisamente diversa dal precedente, unendo elementi pop, rock, rhythm’n’blues e jazz, anticipando la fusion. Pubblicarono due album: Rough And Ready (1971) e The Jeff Beck Group (1972).



Anche questa seconda incarnazione del “Jeff Beck Group” si sciolse dopo poco tempo.

Nel 1972, Beck diede vita a un’altra band, il power trio Beck, Bogert & Appice, con Carmine Appice alla batteria e Tim Bogert al basso; questa formazione incise soltanto un singolo di successo, una cover di Superstition di Stevie Wonder.

Nel 1975, Beck incise un album solista strumentale decisamente fusion, Blow by Blow, che ebbe un successo inaspettato di pubblico e di critica. Questo lavoro fu seguito da una collaborazione di Beck con Jan Hammer per l’album Wired (1976), un altro album molto apprezzato dalla critica.

In seguito, Beck incise in modo sporadico, dedicandosi a propri lavori solisti o discontinue collaborazioni.

Fra i lavori solisti si devono citare There and Back (1980, con Simon Phillips e Jan Hammer), Flash (1985, con Rod Stewart e Jan Hammer), Guitar Shop (1989, con Terry Bozzio), Crazy Legs (1993), Who Else (1999), e You Had It Coming (2001), Jeff (2003).

Tra i collaborazioni si possono citare quelle con Jon Bon Jovi, Les Paul, Cyndi Lauper, Roger Waters (Amused to Death), Brian May (Another World), ZZ Top (XXX).


Strumentazione

Jeff Beck è solito suonare chitarre Fender, anche se nel corso della sua carriera ha utilizzato in pubblico chitarre di altre marche tra cui la celebre Gibson Les Paul. Famosa è la sua Fender Esquire del 1954, di cui la Fender ha realizzato una replica in versione limitata a soli 100 esemplari.

Parlando delle sue chitarre, Jeff beck ha dichiarato (1993) di possederne 44, delle quali solo una minima parte sarebbero strumenti buoni, aggiungendo che il più delle volte sceglie la Stratocaster, che considera uno strumento molto versatile. Jeff utilizza amplificatori Marshall modello JCM2000. Per suonare la chitarra Jeff Beck non utilizza il plettro, perché come egli stesso ammette il suo primo istinto è quello di gettarlo.





Citazione d'autore:
"Il momento adatto per influenzare il carattere di un bambino è all'incirca cento anni prima della sua nascita" (William Ralph Inge)