venerdì 25 marzo 2011

Un nuovo incontro: Dino Cerruti


Un incontro casuale mi ha portato verso Dino Cerruti, bassista jazz savonese.

Nell’occasione, presentazione del metodo Vocal Care", di Danila Satragno, si è esibito in un brano dei Beatles. Una voce fantastica e un basso elettrico incredibile. Stop.
Ho scoperto poco dopo alcuni legami importanti tra noi, oltre all’amore per certa musica.

Ero in fatti presente alla libreria Ubik assieme a Margherita Pira, la mia professoressa di italiano alle superiori, stessa insegnante di Cerruti. Dino è più giovane di me, ma abbiamo seguito lo stesso percorso scolastico, con gli stessi educatori, e abbiamo ricordi simili da condividere. Lo avevo già visto suonare nel corso del “Mandolin Cocktail” di Carlo Aonzo, ma in veste differente. La versatilità, come vedremo più avanti, è una sua peculiarità.

Scambio di numeri di telefono e programmazione di un incontro per un caffè.

Più che un’intervista è stata un chiacchierata, sicuramente troppo breve per entrambi, perché quando si parla di una passione i vincoli temporali sono una maledizione.




Non è usuale vedere proporre un brano musicale dove il solo accompagnamento della voce è un basso elettrico.
E’ una cosa che io e Danila Satragno facciamo spesso. Questo mi da l’opportunità di affrontare una delle domande che mi hai inviato e che riguarda l’evoluzione e lo sviluppo del basso. Io ho iniziato a suonare “per colpa dei Genesis”, perché dopo gli inizi con i Deep Purple, sono loro che mi hanno fatto innamorare di certa musica. Col passare degli anni, come è capitato a tutti i cinquantenni che suonano il mio strumento, sono stato fulminato da Jaco Pastorius. Ho passato anni a cercare di scimmiottarlo. Però con la sua evoluzione la funzione del basso in quanto strumento accompagnatore è andata via via scemando. E’ stato fatto del basso il più grosso fenomeno degli anni ’80, giustamente, perché secondo me è lo strumento che più si è evoluto negli ultimi venti anni. Mentre la chitarra elettrica moderna la si considera da Hendrix in poi, per il basso l’evoluzione parte da Jaco. Tutto il tecnicismo esasperato ha fatto però perdere di vista il cuore. Con un basso e una linea melodica si fa un pezzo musicale, ed è per questo che funziona. E’ chiaro, non si può fare con una cantante qualsiasi, ma con Danila viene facile, perché grazie alla sua preparazione eccezionale, teorica e pratica, riusciamo a capirci al volo e creiamo così l’atmosfera giusta. Una nota sopra, una nota sotto… melodia, armonia e il tempo giusto. L’evoluzione del basso dovrebbe essere nella testa dei ragazzi e ti parlo quindi dei miei allievi, a cui tengo molto. E’ importante capire cosa succede in un pezzo a partire dalle toniche. Quando si fa un pezzo tutti ricordano la parte melodica, ma nessuno ricorda il resto. Pensa a “Firth or Fifth” dei Genesis… è un opera d’arte, ma cesellata su toniche grosse così, suonate da Rutherford, mentre gli altri si appoggiavano su di lui. Questo è il concetto che si è perso nei ragazzini e che ho perso anche io negli anni ’80; momenti determinanti per lo sviluppo tecnico dello strumento, ma si è perso tutta quella poesia e quella dolcezza che derivavano dalla musica. Anche se io adoro un certo tecnicismo e ancora oggi mi delizio con tutti i video di Jaco ( purtroppo non l’ho mai visto dal vivo) o Patitucci, una cosa “tranquilla” come Carpet Crowl, è un godimento. Quindi sto parlando, in un caso, di divertimento (per chi suona e per chi guarda) e nell’altro di magia… ti siedi, chiudi gli occhi, tre note e nasce un capolavoro.

Beh, nell’immaginario comune basso e batteria rappresentano la sezione ritmica e niente di più!
Essendo a contatto con gente che studia, so perfettamente che la prima cosa per catturare l'allievo è la dimostrazione di tecnica e velocità d'esecuzione, ma il basso è tutt’altra cosa . Ci marcio sopra ancora adesso su questo, e mi diverto come un bambino, perché a me piace suonare ogni cosa. Non sono uno di quei jazzisti che dice “… io il basso elettrico non lo uso…”, la musica mi piace tutta. Patisco solo un po’ il liscio.

Anche io, perche mi fa stare male fisicamente, non so perché, forse qualche trauma giovanile!
Forse anche in quel caso c’è da fare qualche distinguo, perchè sentire dei professionisti, come Castellina Pasi, ad esempio, è un po’ diverso. Patisco anche il metal, ma è tutto molto soggettivo.

Sai, io credo che ci sia ben poco di razionale nel nostro gradimento istintivo per un genere piuttosto che un altro, per una band più di un’altra!
Ma tu ami la musica prog?

Sono nato con quello e i grandi gruppi come Genesis, ELP e Gentle Giant li ho visti dal vivo negli anni ’70.
Anche io ho visto i Genesis, ma già con Collins alla voce. Ho visto tutti i membri del gruppo, ma separatamente.

Hai visto Hackett Quest’estate?
Me lo sono perso. Ma dimmi, qual è lo stato del prog?

Ci sono tanti giovani che lo propongono, ma lo mischiano ad arti diverse.
Forse oggi il prog è un po’ miscelato al metal, a una tecnica esasperata!?

Beh, sotto al nome “new prog” puoi trovare un po’ di tutto.
Pensa, l’ultimo gruppo progressivo che ho seguito sono i Marillion.

Quindi parliamo di anni 80!? Ma volevo chiederti qualcosa di Annalisa Scarrone, perché ti aveva citato nell’intervista che le avevo fatto tempo fa, e ricordo che lo fece quasi con orgoglio.
Vedi come gira il mondo... ora sono io che cito con orgoglio lei! E’ una ragazza”musicale”, seria, molto intelligente, anche se mi pare che la musica che attualmente propone le stia un po’ stretta. Con lei ho fatto un po’ di concerti, e ricordo che qualsiasi cosa le proponevi dimostrava enorme entusiasmo. Ho sentito che anche ad “Amici” ha cantato un pezzo di Charles Mingus che avevamo registrato qualche anno prima insieme in studio. Ogni tanto ci chiamava per andare in studio per preparare qualche demo. E’ un pezzo che si intitola “Shadows and Light", di Joni Mitchell e lei ha voluto riproporlo.

Parliamo un po’ di savonesi. Dino Cerruti, Carlo Aonzo, Claudio Bellato, musicisti che, ognuno col proprio strumento, sanno spaziare oltre il proprio genere di riferimento. Carlo è quello che musicalmente conosco meglio e che non finirò mai di ringraziare per avermi avvicinato al mandolino, strumento che ho scoperto ha un utilizzo molteplice, non solo legato al pensiero comune, tradizionale e regionale.
Ognuno di noi è eccellente in un campo specifico. Io sono un improvvisatore e, qualunque cosa mi metti davanti, più o meno cado in piedi. Certo, se mi addentro nel campo di Carlo, dove potrei “essere costretto” a leggere un brano del 700, posso anche trovarmi in imbarazzo. Viceversa, quando Carlo viene nella mia area, può trovare difficoltà nell’improvvisazione, ma penso che sopra un certo livello di professionalità ci si può vendere benissimo, e sempre con dignità. Credo che la qualità generale sia calata di molto. Il mio riferimento sono soprattutto agli anni ’70, e penso che il livello attuale, rispetto ad allora, sia sceso davvero; forse cresciuto a livello tecnico, ma peggiorato dal punto di vista del gusto e dell’interpretazione. Sono rimasti in pochi ad essere competitivi e la maggior parte dei musicisti pensa alla velocità esecutiva. Prendiamo come esempio una canzone che nemmeno amo troppo,” Pensieri e Parole”, e cerchiamo di vederne la bellezza semplice! La gente ormai è abituata a Ligabue che confeziona una hit con tre accordi e un testo che cattura i giovani , e tutti i brani che seguono saranno uguali. Quindi quando ti trovi davanti un Aonzo che ha una cultura enorme, sia dal punto di vista dello strumento che della letteratura, o Bellato che passa da Emmanuel a Django… insomma, c’è da stupirsi, perchè è tutta gente che è andata alla ricerca di qualcosa… e l’ha trovata.

Pensa che Carlo mi ha dato indicazioni sulla letteratura blues (che non è il suo campo) ed è attraverso lui che sono arrivato a Fabrizio Poggi.
Sì, è molto preparato e poi sullo strumento riesce a trasmettere tutto ciò che ha in testa, che non è solo tecnica. Certo che più sei bravo meglio è, ma non c’è relazione diretta tra bravura e trasmissione emozionale. Credo che sia una questione di curiosità.

E voi tre siete dei gran curiosi!?
Eh sì, il musicista vero deve essere così.

C’è qualche bassista italiano o straniero che ti ha stregato?
Come ti ho detto nasco con Jaco Pastorius, che rappresenta la vera svolta, e poi Marcus Miller come elettrici. Dopo di loro il nulla, o meglio un’evoluzione del loro lavoro, considerandolo come punto zero. Ma di nuovo non c’è stato più niente. Poi io adoro il modo di suonare di Jack Bruce, di Noel Redding, di Paul McCartney. Prova a sentire la linea di basso di “Something”… fantastica! Tutti ascoltano la melodia, ma nessuno pone attenzione a ciò che Paul è riuscito a realizzare. A livello italiano il bassista è sempre stato sottovalutato, quasi considerato un chitarrista mancato. Eppure ci sono bravi musicisti, come ad esempio Dario Deidda, ma lavora soprattutto come turnista.

Mi pare sia anche la sorte dei batteristi … prova a leggere l’autobiografia di Bill Bruford e capirai cosa intendo.
Tu pensa che musicisti fantastici come Bruford, Collins, Backer o Bruce sono partiti dal jazz... prima non aveva sentito altro, e hanno costruito carriere differenti , basate magari sulla sperimentazione (Soft Machine, Nucleus). Tutti arrivavano da lì, e dopo di loro è arrivata quella generazione basata sul nulla, quella dei Duran Duran, che comunque, rispetto a ciò che si sente ora in giro si possono considerare decenti. Ma se faccio la comparazione tra “And Then There Were Three” ( che quando è uscito io consideravo brutto rispetto ai precedenti) con la musica attuale, posso tranquillamente considerarlo un capolavoro.

Bruford ha smesso di suonare ufficialmente, ma ha finito laddove aveva iniziato, col jazz.
Anche Ginger Baker ha fatto un disco jazz come aggiunto a un duo formato da Bill Frisell Charlie Haden. Se ascolti i suoi passaggi di batteria li senti “pesanti”, ma capisce che gode nel suonare quella musica. Sarò forse nostalgico, ma i ricordi migliori sonoi quelli legati a quegli anni.

Ti ha aiutato in qualche modo la formazione scolastica che hai avuto all’ITIS, nel tuo percorso professionale?
Mi ha aiutato tantissimo. In quegli anni l’ho maledetta , ma il metodo appreso mi è servito, e tutto quello che sono riuscito a fare è venuto un po’ meglio proprio per quella metodologia di studio. Io riesco a tirare giù un pezzo o a scrivere qualcosa perche mi sono dato un modo che mi è stato trasferito, soprattutto da Omero (mitico prof di elettrotecnica, non più tra noi).

Sono contento di questa tua citazione perché la farò leggere alla moglie. Pensa che l’unica canzone intera che ho scritto nella mia vita l’ho dedicata proprio a lui, quando avevo venti anni!
Noi lo disegnavamo alla lavagna, sull’isola di Bergeggi mentre fumava, e quando entrava in aula si arrabbiava un pò. Poi all’epoca si fumava in classe.

E lui fumava… sei mesi si e sei mesi no…
Per me è stata una rivelazione, e se sono uscito bene dall’ITIS è stato merito suo.

Hai qualche rammarico per un treno mai preso per paura?

Si. Ho iniziato a suonare professionalmente a trentatré anni perché quando ne avevo venti i miei genitori avevano un’attività, e a ventisei mi sono sposato, avendo nella testa di fare una vita da persona regolare. Non ce l’ho fatta, e quindi se avessi iniziato prima… non avrei preso un treno più grosso, ma mi sarei mossi in anni migliori e più stimolanti, perche ho iniziato nel ‘96 e già c’era un po’ di crisi. Chi ha iniziato prima ha dieci anni di vantaggio su di me, e ha fatto dieci anni di esperienza che comunque contano. Poi dopo una certa età tutto si livella. Per vivere, a vent’anni facevo il cameriere nel ristorante di mio padre, c’era quello e io lo facevo, e ancora grazie, ma se mi fossi mosso prima… ma avevo la paura di non potercela fare.

Considerami nella stessa barca.
Stavo bene, i soldi entravano e non mi ponevo grossi problemi, e andavo a suonare (l’ho fatto per anni) al giovedì per divertimento, sino a che non ce l’ho più fatta.

Alla fine però ci sei riuscito.
Be, non lo so… guadagno quanto prima…

Sai , dico sempre che quando passione e lavoro coincidono si può concretamente parlare di stato di felicità!
Sì, ma non è comunque facile, e a volte occorre scendere a compromessi e suonare di tutto. Suonavo il liscio e guadagnavo bene, ad esempio, ma poi ho detto che se mi facevo prendere dal fattore soldi...allora tanto valeva continuare col lavoro di prima.

Un’ultima cosa. Mi racconti un tuo incontro professionale che ha lasciato il segno?
Partendo dagli inizi, volevo il jazz e sono riuscito ad avvicinare i nomi savonesi più importanti, e poi personaggi grossi ne ho conosciuto tanti …

E validi dal punto di vista umano?
Tutti umanamente. Tutta gente che ha i piedi per terra, se non disperata (tieni conto che un jazzista di successo può arrivare a guadagnare 4000€ a performance) e parlo di incontri magnifici. Ma non è come incontrare MaCartney, con tutti i suoi miliardi … insomma tutta gente che ha fatto grande gavetta, ha patito la fame e magari la patisce ancora ora.

Sul libro di cui ti parlavo, quello di Bruford,è tutto ben specificato.
Sai, con certa gente, magari stratosferica, funziona come stiamo facendo io e te ora, con estrema semplicità. Ci vuole un po’ di fortuna per diventare famoso, ma i musicisti famosi sono davvero pochi, perlopiù cantanti.

Ad Annalisa Scarrone è capitato così!
Non solo lei. Io ho frequentato gli studi di “X Factor (un po’ di lavoro è arrivato) e mi sono fatto qualche idea. E’ un businnes di un anno, e se ti sai gestire bene diventi dignitosamente famoso, ma se poi vai nel dimenticatoio diventa pericoloso. Ma questo non può essere il caso di Annalisa che è intelligentissima.

Grazie Dino, al prossimo caffè.