mercoledì 31 dicembre 2008

Ricordo di Odetta


Oggi è il 31 dicembre, giorno che sentenzia una fine ed apre al nuovo.

Ho dato uno sguardo alle persone celebri, nate in questa data, e ne ho trovata una che purtroppo è anche scomparsa, nel mese di dicembre.
Sto parlando di Odetta Holmes, per tutti Odetta, mancata da 29 giorni.
A lei e alla sua significativa vita, dedico il post terminale del 2008.


Aveva 77 anni e per oltre 60 anni era stata “la colonna sonora della speranza”.
Nata nell´Alabama schiavista, si batté al fianco di Luther King e cantò davanti a lui a Washington, quando venne pronunciata la famosa “ I have a dream”.
La Holmes perse il padre all’età di 7 anni, e con la madre si trasferì a Los Angeles.

Tre anni dopo, all’età di 10 anni, scoprì che sapeva cantare. Grazie alle sue doti potè frequentare il Los Angeles City College, dove si diplomò in musica classica e teatrale, e dal 1950 cominciò una carriera da professionista. Da due anni, per le precarie condizioni di salute, era costretta a stare su una sedia a rotelle (pur continuando a esibirsi dal vivo).
Ricoverata in ospedale nelle settimane scorse, Odetta ha sperato di poter cantare anche per Barack Obama, il primo presidente “nero” degli Stati Uniti, il 20 Gennaio prossimo, quando si insediera' alla Casa Bianca.
Il suo impegno civile è passato alla storia. In un intervista al New York Times affermo' :”Il blues e gli spiritual da un lato, e il movimento dei diritti civili dall’altro, erano due fiumi naturalmente destinati a correre insieme.”.
In un’intervista alla Radio Pubblica nel 1978, Bob Dylan disse di lei: «Se ho cominciato a scrivere canzoni popolari è stato per Odetta».

La cantante ha, infatti, ispirato la sua carriera come anche quella di Joan Baez e Janis Joplin.
Il suo repertorio consiste principalmente di musica folk americana, blues, jazz, e spirituals.
Odetta, definita da Duke Ellington come «uno strumento disumano capace di ogni tenerezza e di ogni collera», è stata considerata come una delle artiste folk più influenti degli ultimi 50 anni.

Da tempi non sospetti si e' battuta per i diritti civili ed infatti fu lei a cantare al Lincoln Memorial di Washington in occasione della famosa marcia del 1963 in cui Martin Luther King tenne il suo più celebre discorso.
Ma il suo autoritratto più calzante Odetta forse l'aveva affidato a un'intervista concessa nel 1983 al Washington Post: "Non sono una vera cantante folk -aveva detto - piuttosto sono una storica della musica. Sono una ragazza di città che ha scoperto un tesoro e si è impegnata a conoscerlo meglio. La musica folk è il mio insegnamento e la mia propaganda, la mia preghiera".
Odetta era l´interprete di un "furore" fatto suono e uscito dal crogiolo di culture e di musicalità fuse nel sud del Paese, uscite dai campi di cotone, dalle chiesine battiste e dalle carceri.
In una lunga intervista autobiografica per uno speciale della tv pubblica americana, spiegò che avrebbe cercato di cantare fino a quando ci fosse stato al mondo ancora un uomo e una donna «costretti a strisciare con lo stivale di un altro sul collo, pronto a schiacciarlo», perché «la mia è musica della liberazione, e la fatica della liberazione non finisce mai».

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Citazione d'autore:

"Se un uomo non ha scoperto nulla per cui vorrebbe morire, non è adatto a vivere" (Martin Luther King)


lunedì 29 dicembre 2008

Ricordo di Augusto Daolio


Passato il Natale, pubblico i nobili pensieri di Debora, ancora una volta presente nel blog.

Debby ci racconta la sua esperienza recente, quella che l'ha vista organizzatrice e realizzatice di un sogno, allestire una mostra con i dipindi di Augusto Daolio.
Augusto e il mondo "Nomadi", antichi ed attuali, sono per lei qualcosa che va oltre la musica, e dal suo scritto emerge una forte passione che si sposa all'impegno sociale.


L’idea di organizzare una mostra dei dipinti di Augusto Daolio ,non è cosa recente ,l’avevo in mente da diversi anni. Grazie al Nomadi Fans club Mugello Nomade ,del quale faccio parte, ho potuto cominciare a pensarci seriamente un paio di anni fa, non è stato affatto facile … diciamo che comunque, ho lavorato in modo concreto a questo progetto, insieme ad altre persone, per un anno esatto . Le motivazioni sono infinite, volevo fortemente fare questa cosa, inizialmente per i sentimenti personali che mi legano ad Augusto , per il profondo senso di gratitudine che ho sempre avuto per lui, per tutto quello che da lui ho imparato ,per le emozioni che mi ha regalato … poi ho conosciuto “la Rosi” , l’Associazione “Augusto per la vita” e, sostenere in ogni modo possibile tutte e due mi sembrava il modo migliore per colmare quel profondo senso di rimpianto che ho sempre provato dopo la morte di Augusto… l’ho conosciuto troppo tardi e non aver avuto la fortuna di conoscerlo personalmente per me è sempre stato un cruccio. Devo dire che mi resta il grande privilegio di poterlo conoscere attraverso i racconti di Rosanna, la donna che con lui ha condiviso la vita .
Lei è straordinaria, coraggiosa, sensibile, dolcissima , forte ,determinata, simpatica da morire … un esempio di fede e amore che non ho mai visto in nessun altro , mi rendo conto che la sua amicizia è un privilegio enorme ed è bene chiarire : questo non dipende dal fatto che è stata la compagna di vita di un grande artista, ma perché è lei che è proprio una persona splendida .
E’ stata dura , per organizzare una mostra di pittura di questo genere, che non è una qualunque mostra di pittura ma quella del leader carismatico dei Nomadi ,e cioè uno che è stato la voce di intere generazioni e che ha scritto pagine importantissime nella storia della musica italiana , ci son molte spese da sostenere ; si va dall’assicurazione dei quadri, agli inviti ,alle locandine ,all’allestimento . Poi ci sono i rapporti con gli enti pubblici ,che hanno aderito e ci hanno dato un appoggio importantissimo, non solo dal punto di vista logistico ma anche finanziario . Avere rapporti di questo tipo significa avere contatti con molte persone differenti, con molti uffici che hanno competenze diverse e basta una virgola dimenticata , un appunto preso male, un passaggio mancato, per scombinare tutto … poi , ci servivano degli sponsor perché in questo caso , non basta coprire le spese ma è vitale riuscire a fare una donazione importante all’Associazione, che finanzia borse di studio di ricerca contro il cancro, e anche li, non è stato uno scherzo , a batter cassa di questi tempi ci vuole una bella faccia tosta . C’è da dire che ne abbiamo trovati una ventina disposti ad aiutarci , più del doppio ci hanno detto no ma, la cosa bella ,è che nessuno ci ha presi a male parole il che non è poco .
Per gli sponsor naturalmente ci voleva una brochure e i preventivi di spesa delle tipografie progetto grafico compreso erano esorbitanti , che fare? Ho pensato bene di prendermi io questa responsabilità … non so dire quante ore ho passato davanti al pc , meno male che per la grafica di un paio di pagine qualcuno mi ha dato una mano , poi anche per l’impaginazione . Era una responsabilità enorme, si trattava di fare un omaggio ad Augusto ,e di dare spazio agli sponsor . Mischiare arte, ed in particolare quella di Augusto, e mera pubblicità ,non è facile neanche per un professionista, figuriamoci per me che non avevo la benché minima idea neanche di che programma usare .
Ho passato ore davanti al pc chiedendomi di continuo se quello che facevo era tutto lavoro sprecato, avevo in mente il tipografo e l’appuntamento con lui , l’ho atteso come un incubo, per fortuna è andato tutto bene , niente complicazioni, tutto bene al primo colpo .
Superato anche l’esame del fans club riunito per approvazione del lavoro , siamo andati in stampa ,e i libretti erano già pronti per il 7 aprile 2008 …e così siamo riusciti a consegnare la prima copia nelle mani di Beppe Carletti che ha accettato il nostro invito a cena, ed ha passato con noi una serata che nessuno di noi dimenticherà tanto facilmente.
Tutto fatto?
Ma neanche per idea , c’era da organizzare lo spettacolo in teatro “ Musica,pensieri e parole di Augusto”, quindi contattare l’ufficio cultura del comune , l’uomo che apre il teatro Giotto(il mitico Gino), il fonico, i musicisti , l’attore che doveva leggere i brani scritti da Augusto ( fra le altre cose scriveva anche delle cose bellissime) trovare qualcuno che presentasse la serata , fare una scaletta, decidere come impostare il tutto … Insomma un bell’impegno dentro all’impegno mastodontico della mostra , senza contare il fatto che li al teatro Giotto ,con la musica e con gli attori non si scherza, quel palcoscenico è calcato ogni anno dai più grandi jazz man italiani tanto per fare qualche nome, Cafiso, Fresu, Bollani,Rava e non solo, da qualche anno ormai, si esibiscono là anche musicisti classici dell’orchestra regionale Toscana … attori importanti tipo ,tanto per fare altri nomi , Nicoletta Braschi , Alessandro Haber , Rocco Papaleo… se poi aggiungete il fatto che a questo tipo di serate a favore dell’Associazione Augusto per la Vita, partecipano anche persone che suonano niente popodimeno che ,nella PFM , capirete che l’ambiente e l’occasione richiedevano una certa qualità … Di musicisti ne conosco a decine,di buoni musicisti un po’ meno … di grandi musicisti li conto sulle dita di una mano ,ma c’è da dire che la qualità di quest’ultimi c’è, anche e forse soprattutto dal punto di vista umano … ho valutato varie ipotesi e di tutte la più interessante mi sembrava l’Araba Fenice, un po’ perché questi ragazzi sono davvero una grande band e avevano nel loro vasto repertorio anche qualche canzone dei Nomadi, ma soprattutto c’era l’amicizia con Ermes Maffi ,autore di canzoni molto belle ,voce bellissima ,tecnica vocale non indifferente,e polistrumentista eccezionale…Che dire! La loro performance al teatro Giotto ha lasciato tutti senza fiato, è stata una serata memorabile , bellissima e densa di emozioni dall’inizio alla fine, indimenticabile il momento in cui Rosi ha raccontato il suo viaggio a Dakau insieme ad Augusto e di come in quel viaggio sia nata una delle canzoni più significative nella quarantennale storia dei Nomadi e cioè “L’Uomo di Monaco”, un racconto vibrante , seguito dall’esecuzione magistrale e personalissima di quella stupenda canzone da parte dei ragazzi! Non li ringrazierò mai abbastanza per averci aiutati col massimo impegno , sobbarcandosi un viaggio di tre ore su strade di montagna per essere li puntualissimi, per aver suonato con sentimento e in modo del tutto disinteressato, ho dovuto faticare persino per dargli le spese del viaggio.
Poi c’erano anche da gestire i rapporti con gli organizzatori della camminata del primo maggio con pranzo vino e musica , coordinare i loro volantini con la nostra brochure , le loro bandierine della pace con il nostro logo … insomma un casino.
E’ veramente stata una fatica enorme, ma le emozioni e l’importante donazione che siamo riusciti a fare per l’Associazione Augusto per la vita,(OLTRE DUEMILA EURO) ha ripagato me e i miei compagni del fan club , in modo stupendo. E’ stata un esperienza bellissima ed intensa.
Non so spiegare l’emozione di essere li , ad allestire le splendide opere di Augusto insieme “alla Rosi”, il nodo alla gola nel toccare quei quadri con la massima delicatezza, e le emozioni intense provate nel vederli.
Sono belli i quadri di Augusto , particolarissimi, vi si evince una tecnica straordinaria ed un lavoro di ricerca interiore molto profondo. Parlano di lui e della sua grande personalità , della sua visione del mondo , della sua Luna, delle sue canzoni. Sono magnetici esattamente come era lui... ti catturano e ti portano in un altro mondo.
E come dimenticare la Rosi nella mia cucina che ci prepara il pranzo?
E’ stato tutto bellissimo e per questo voglio ringraziare , tutti coloro che hanno collaborato per questo progetto. Gli sponsor che ci hanno sostenuto, il comune di Vicchio , la Comunità Montana Mugello…e soprattutto, le ore di lavoro volontario e disinteressato di tutti quelli che ci hanno messo tempo , dedizione , l’amore sconfinato per la musica dei Nomadi e per ciò che da sempre rappresenta.
Ci sono cose nella vita che non hanno prezzo , e l’organizzazione di questo evento per me è stata una di quelle, per tutto il resto... ci sono le carte di credito! J
Un saluto a tutti e SEMPRE NOMADI!


"Ogni esperienza che si risveglia in noi, accresce la nostra anima e rende più profonda la nostra memoria.
Le persone sono Nomadi, viaggiano di soglia insoglia, di esperienza in esperienza, in ogni esperienza nuova si schiude un'altra dimensione dell’anima.
Non è strano che sin dall'epoca antica si siapensato all'uomo come a un vagabondo,che attraversa territori stranieri e luoghi sconosciuti.

Ma il viaggio più lungo ed emozionante è quello dentro di se."




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venerdì 26 dicembre 2008

Treves Blues Band al Raindogs



Ancora un evento da segnalare al Raindogs .

La Treves Blues Band si esibirà il 27 dicembre nel locale savonese , alle 22.30.

Qualche nota biografica tratta dal sito ufficiale di Fabio Treves.

La TREVES BLUES BAND è la prima band storica del "blues made in Italy": il primo L.P. del gruppo risale al 1975 e da allora sono arrivati concerti, importanti collaborazioni artistiche e festival famosi come Memphis, Tennessee, nel 1992, Pistoia nell'84 e 88 e quelli francesi (St.Chamond e Valence nel 1983/1984).
La formazione ha "aperto" negli anni i concerti di vere e proprie leggende musicali come Charlie Mingus, Peter Tosh, James Cotton e Stevie Ray Vaughan.
Nel settembre del 1980 il gruppo incontra uno dei più grandi chitarristi bianchi artefici del rilancio del blues in America: MIKE BLOOMFIELD, con il quale registra uno storico "live" a Torino.
L'armonicista Fabio Treves ha collaborato con decine di big della musica leggera italiana portando in studio di registrazione il suo stile ed il suo feeling; tra i tanti si ricordano Mina, Celentano, Cocciante, Bertoli, Branduardi, Baccini, Finardi, Panceri, Ferradini, Graziani e tantissimi altri.
Il 1988 è un anno di grandi soddisfazioni per Treves e la band: c'è innanzitutto il coronamento di un sogno durato una vita, quello di conoscere e suonare sul palco con il suo grande mito FRANK ZAPPA. Il "genio" chiama infatti Fabio sul palco per un'ospitata storica per un musicista italiano e, a Milano e Genova, si realizza ciò che poteva sembrare impossibile.
Poi c'è la registrazione di un bellissimo album "Sunday's blues" ricco di ospiti illustri come CHUCK LEAVELL ( ex Allmann Brothers Band e in tour con gli Stones da una vita), PICK WITHERS (tra i fondatori dei Dire Straits), e DAVE KELLY (chitarrista -leader della inglese Blues Band); con quest'ultimo partecipa al Pistoia Bluesin' e, con l'inserimento di Chuck, alla fortunata trasmissione televisiva "D.O.C.".
Nel corso della sua lunga carriera Treves ha trovato il tempo di scrivere due libri sul blues: il primo "Guida al Blues" è del 1978 (Ed. Gammalibri) e il secondo "Blues Express" (del 1989) Ed. Multiplo.
Nel CD "Jumpin" del 1992 è inserito un brano registrato dal vivo al Memphis BEALE STREET MUSIC FESTIVAL di cui la band è stata ospite, suonando in quello che è considerato uno dei Festival blues più importanti del mondo.
Numerose sono anche le apparizioni televisive della TREVES BLUES BAND, tra queste: "L'altra domenica" (1978), "Quelli della notte" (1985) e "D.O.C." (1988), insomma quei pochissimi programmi del passato dove si poteva ascoltare buona musica dal vivo e, in tempi più recenti, il gruppo è stato ospite di due felici e seguite trasmissioni di TELE+: "Good Vibrations" e "Showcase", oltre ad aver realizzato la sigla di "Crossroads", magazine di spettacolo sempre su TELE+.
Dal 1994 Treves conduce su ROCK FM a Milano, "BLUES EXPRESS", un programma con ospiti, novità discograiiche e musica acustica dal vivo.
Non si può infine non ricordare il lungo e fortunato sodalizio musicale con l'amico COOPER TERRY, con il quale Fabio registra un "live" per la Red & Black Records nel 1992.
Tra i Festival Blues italiani ai quali ha partecipato la TREVES BLUES BAND, supportata sempre dal calore del pubblico, vogliamo ricordare quelli di Alcamo, Capo d'Orlando, Cerignola, Nave, Pistoia, Rovigo, Torrita di Siena, Vercelli .
Fabio ha iniziato a suonare l’armonica nel 1965 dopo una lunga gavetta fatta di concorsi musicali in quel di Milano e dintorni ; i primi anni ’70 li passa suonando blues nei locali e nelle festa in quel di Milano in compagnia dello scomparso Cooper Terry.
Nel 1975 fonda la prima Treves Blues Band.
Nel corso degli anni Fabio ha suonato con alcuni dei più grandi musicisti blues e rock ( anche italiani) di sempre.
Come sempre più spesso accade nel nostro paese le persone di talento da noi vengono snobbate per essere poi rivalutate all’estero e anche questo è uno di quei casi.
Per fortuna Fabio Treves non ha mai lasciato l’Italia e continua con coraggio e dedizione a portare avanti la “causa del blues”.


Vale la pena vederli.


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martedì 23 dicembre 2008

Dire Straits


Il mio percorso musicale, iniziato da bambino, si arrestò nel 1980.
Dopo aver vissuto , da adolescente, il boom dei concerti dal vivo, legato soprattutto a band progressive, il finire dei seventies portò a una momentanea sosta delle performance dal vivo di massa, e personalmente coincisero con una somma di fattori che sono quelli che normalmente allontanano dalla musica chi deve incominciare a pensare seriamente ad un lavoro e a tutto ciò che ne consegue.
In sintesi, la musica diventò per me marginale e non andai più alla ricerca del nuovo , crogiolandomi , nei momenti del “bisogno”, in ciò che conoscevo bene, una sorta di coperta di Linus che portava il nome di Genesis, Jethro Tull, Yes and so on, ovviamente in funzione dell’umore del momento.
L'ultimo grande concerto di quella mia “prima fase” coincise con l’avvento dei Dire Straits a Sanremo.
Io ero presente con amici e con la mia ragazza, che dopo due anni avrei sposato.
Ho altri fortissimi ricordi legati al gruppo e a gelide settimane coreane , a inizio anni 90, momenti in cui consumai le loro audio cassette , che sono rimaste per sempre unite a quei tristi giorni lontano da casa.

Doveroso rendere loro omaggio.

Dire Straits è stato un gruppo rock, inglese, fondato nel 1977 da Mark Knopfler (chitarra e voce), David Knopfler (chitarra), John Illsley (basso) e Pick Withers (batteria), e Ed Bicknell come manager. Gruppo nato in un periodo fortemente caratterizzato dal punk-rock, si affermarono con il rock and roll della vecchia scuola, con un suono completamente differente da ciò che il mercato offriva in maniera massiccia. Per questo motivo, i Dire Straits diventarono quasi immediatamente famosi.
Produssero il loro primo album nel 1978 con discreta critica della stampa, ma dopo solo cinque mesi dal loro primo singolo, ″Sultans of Swing″ si imposero al pubblico.
Il secondo album, "Communiquè", fu subito pubblicato e confermò le aspettative date dal primo album.


Il terzo, intitolato "Making Movies", vide la partecipazione del tastierista Roy Bittan (membro della E-street Band di Bruce Springsteen) e segnò una maggiore complessità degli arrangiamenti che rimase a caratterizzare anche il resto della carriera dei Dire Straits.
Il gruppo nel 1985 pubblicò "Brothers in Arms" che fu un successo mondiale e che presentò singoli come la conosciuta ″Money for Nothing″, il cui video fu trasmesso da MTV in Inghilterra.
Il successo di Brothers in Arms fu tale che l’ album fu il primo ad essere stampato su Compact Disc, registrato in digitale, capacità musicale scelta per dimostrare l'effettiva qualità sonora rispetto ai più vecchi supporti di registrazione.
Successivamente questa tecnologia fu, per i Dire Straits, molto proficua: molti dei loro fan, stupiti della qualità del nuovo supporto, comprarono nel nuovo formato tutto il loro precedente catalogo musicale.
Grazie anche alla partecipazione al Live Aid, i Dire Straits si confermarono campioni di vendite già a metà degli anni '80.
Successivamente, per 6 anni, la band rimase inattiva e non produsse alcun album, per poi “uscire”, nel 1991, con l'album “On Every Street”.
Questo ultimo lavoro però non riscosse il successo dei precedenti: Mark Knopfler, dai critici considerato l'unico leader, decise in seguito di portare avanti progetti personali e colonne sonore per il cinema.

Gli ultimi album prodotti sono raccolte di successi o concerti dal vivo.
Le ultime apparizioni come gruppo risalgono al 1993.
La band nel 1998 ha pubblicato il greatest hits “
Sultans of Swing –The Best of Dire Straits”.
L’ultima raccolta, la più recente, è del 2005, “The Best of Dire Straits & Mark Knopfler: Private Investigations”, realizzato in due edizioni, con cd singolo e doppio.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

DIRE STRAITS 1978
+COMMUNIQUE’ 1979
MAKING MOVIES 1980
ALCHEMY 1984
BROTHERS IN ARMS 1985
ON EVERY STREET 1991
LIVE AT THE BBC 1995
ON THE NIGHT 1996
SULTANS OF SWING - THE BEST OF 1998
THE BEST OF DIRE STRAITS & MARK KNOPFLER: PRIVATE INVESTIGATIONS 2005

Sultan of Swing

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Citazione del giorno:

"L’amico mi è prezioso,ma anche il nemico mi può essere utile:
L’amico mi dice cosa so fare, il nemico m’insegna cosa devo fare
" (Friedrich Schiller )

lunedì 22 dicembre 2008

Guillemots


I Guillemots sono una band indie rock inglese all’attivo dal 2004.

Capitanati dal carismatico leader Fyfe Dangerfield, nel 2006 pubblicano il loro primo album “Through the Windowpane” , dopo tre precedenti ep “I Saw Such Things in my Sleep ep” “Of the Night” e “From the Cliffs”, accolti con entusiasmo da pubblico e critica.
Con un etica deliberatamente pop i Guillemots si fanno riconoscere per la loro versatilità di generi,e per la loro tendenza sperimentale difficile da inquadrare, sebbene in un ambito comunque pop.


Particolari le loro esibizioni live in cui puntualmente adottano arrangiamenti sempre diversi dei loro brani, talvolta capovolgendoli completamente.
Il loro secondo album “Red” vede la luce il 24 marzo del 2008 per l’etichetta Polydor.

Formazione:

Fyfe Dangerfield - Voci,tastiere, chitarre
MC Lord Magrão - Chitarre,basso
Aristazabal Hawkes - Voce,contrabbasso,percussioni
Greig Stewart - Batterie e percussioni

Made Up Love Song #43

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Citazione del giorno:

"Un bimbo impiega due anni per imparare a parlare, un uomo impiega una vita per imparare a tacere" (Anonimo)

venerdì 19 dicembre 2008

Nada Surf


I Nada Surf sono un gruppo formatosi nel 1992 a New York.

Componenti della band sono Matthew Caws (chitarra, voce), Ira Elliot (batteria,cori) e Daniel Lorça (basso, voce)
Daniel Lorça, di origini spagnole, figlio di un diplomatico, e Matthew Caws, figlio di due professori universitari, dopo essersi conosciuti da piccoli, si rincontrano a New York al Lycée Français, dove studiano in francese e fondano, con un professore, Pascal Thouron, la loro prima band, i Cost of Living.
I Cost of Living, che vedono alternarsi alla voce Matthew e Marcelo Romero, tra vari cambi di line up registrano due dischi, Day of some lord (1986) e Comic Book Page (1989). La loro carriera si chiude nel 1990 dopo aver suonato in diversi locali e aver registrato il video per la canzone "I needed you", passato anche su MTV 120 minutes.
Dopo vari pellegrinaggi per il mondo, Daniel ritorna a New York e ritorna a suonare con Matthew. Dopo aver suonato con un ragazzo di nome Dan, nel 1994, con Aaron Conte alla batteria, registrano il loro primo singolo, un EP in vinile limitato a 1.000 copie, The plan/Telescope, in cui verrà anche citato il loro primo batterista. Con questa formazione registrano anche il demo Tafkans.
L'anno dopo esce Deeper Well, ancora in vinile e ancora limitato a 1000 copie.
Aaron lascia la band a gennaio del 1996 e dietro le pelli arriva Ira Elliot, e da quel momento la formazione non cambierà più.
Durante i concerti di supporto all'EP Matthew incontra al Knitting Factory di New York Ric dei Cars e gli passa una cassetta di Tafkans. Forte del successo del debutto dei Wezer, da lui prodotto, Ric fiuta la possibilità di replica e qualche giorno dopo propone alla band di registrare il loro disco di debutto, proponendoli alla Elektra e alla Maverik, etichetta di Madonna.
Da quelle session nasce High/Low, registrato in 19 giorni, uscito nell'estate del 1996 per la Elektra. Un successo clamoroso bacia la band grazie al singolo Popular ed al relativo videoclip.
Il testo della canzone è una forte critica ai teenager americani ed in generale alla società dell'apparire e non dell'essere. Ma le parole vengono totalmente travisate e da canzone di critica sociale diventa esattamente la colonna sonora dell'estate delle persone che la canzone si proponeva di ridicolizzare. La band, in ogni caso, parte in un lungo tour che li porterà in Europa e in America. Escono altri 3 singoli, Treehouse, una riedizione di Deeper Well e Zen Brain per l'occasione ricantata in Francese. Proprio gli studi liceali, e quindi la facilità con cui Matthew e Daniel si esprimono nella lingua transalpina, fanno sì che in Francia si crei un grosso e fedelissimo seguito per la band.
Il successivo album, The Proximity Effect, uscito nel 1998, non riesce a replicare i risultati del precedente lavoro, per lo meno dal punto di vista commerciale. L'album non venne infatti nemmeno pubblicato negli Stati Uniti a causa di rimostranze da parte dell'Elektron Records, l'etichetta che li aveva sotto contratto all'epoca, che lamentava una carenza di "possibili singoli" nel disco e li rispedisce in studio a registrare cover e li prega di includere una versione acustica di Popular. Nonostante questo l'album viene regolarmente pubblicato sul mercato europeo, dove ottenne un buon riscontro da parte della critica e discrete vendite, soprattutto in Francia, dove pianificano un tour di 30 date.

Con questo disco suonano per la prima volta in Italia a Milano, al Rolling Stone, il 17 novembre 1998.
Soprattutto a causa del flop negli Stati Uniti e delle battaglie legali, inizia un periodo di crisi per la band. Solo nel 2000 il gruppo riesce a far uscire The Proximity Effect nel loro paese, dopo aver fondato una propria etichetta, la MarDey Records dal nome della nonna materna di Matthew .
Dopo una pausa durata quattro anni i Nada Surf si affacciano timidamente al mercato con Let Go. Soprattutto l'affetto del pubblico francese decreta il successo di questo disco pop rock.
Le recensioni sono tutte estremamente positive, e vengono estratti 3 singoli con relativi video e tra questi "Inside of Love" raggiunge la posizione 73 nella classifica dei singoli più venduti nel Regno Unito.
La band rimane in tour quasi 2 anni, girando l'Europa e gli Stati Uniti, dove, anche grazie al lavoro della loro nuova etichetta, il pubblico sembra tornare, anche se non ai livelli di metà anni '90, ad accorgersi di loro.
Durante il tour sono ospiti in trasmissioni televisive e radiofoniche e registrano varie cover, tra cui "There is a light that never goes out" degli Smiths e "L'Aventurier" del gruppo electropop francese Indochine. Questo pezzo inizia ad essere trasmesso dalle radio e piace così tanto da uscire come singolo e da permettere la ripubblicazione di Let Go, sul mercato francese, con l'aggiunta di questo pezzo. Nello stesso periodo la Labels, su autorizzazione della band, ripubblica The Proximity Effect.
A questo punto, la band inizia le session per il nuovo disco.
Nel frattempo in Francia esce un DVD e un cd live di due diversi concerti. Il DVD è registrato al festival Eurockéennes de Belfort il 6 luglio 2003, mentre il cd a Bruxelles, il 31 marzo 2003. Entrambe le uscite sembrano essere state pubblicate frettolosamente per sfruttare l'onda positiva, più che per dare un buon prodotto al mercato. Il DVD non presenta bonus e dura meno di un'ora, il CD non è sicuramente tra i migliori concerti del tour, a detta della stessa band.
Il rilancio della band in USA passa anche dalla cover del brano If You Leave degli OMD, che viene realizzata dai Nada Surf appositamente per la colonna sonora del telefilm “The O.C.”
Il quarto album della band, The Weight Is a Gift”, esce in il 5 settembre 2005 in Germania,e successivamente in Giappone, Australia , Stati Uniti e nel resto d'Europa .
È un disco che, nelle interviste, Matthew dichiara provenire da un periodo difficile per sé stesso, senza, però, voler confidare ai giornalisti cosa lo abbia spinto a scrivere i testi più tristi della storia della band. Nonostante i testi abbastanza "forti" i pezzi risultano sempre orecchiabili ma non necessariamente ruffiani. In concomitanza con l'uscita dell'album viene rilasciato il singolo "Always Love" e un video girato a Tallin, in Estonia.
Il gruppo riprende a suonare in Europa e Stati Uniti con la stessa intensità del disco precedente.
Il responso, come per il tour del disco precedente, è ottimo.
Ad Aprile del 2006 esce il secondo singolo, Blankest Year, accompagnato da un video in cui l'ombra di un personaggio si muove su ambienti reali.
Il tour dura circa un anno e mezzo e la band, che alla vigilia dell'uscita di "The Weight Is a Gift", dichiarava di avere materiale pronto per praticamente un altro disco, ritorna a lavorare sui nuovi pezzi.
Nell'estate del 2007, viene rilasciato Karmic in cd e vinile, con Pressure Free come bonus track.
Il 12 ottobre 2007, tramite il loro sito Myspace ufficiale, il gruppo annuncia l'uscita del nuovo disco Luky per febbraio 2008 e posta un nuovo pezzo, "See These Bones", scaricabile gratuitamente.

Ascoltiamoli.

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Citazione del giorno:

"La delusione della maturità segue l'illusione della gioventù." (Benjamin Disraeli)

giovedì 18 dicembre 2008

Porcupine Tree


Porcupine Tree sono una band britannica di rock progressivo.

L’origine del gruppo risale ai primi anni '80, quando il cantante e chitarrista Steven Wilson partì con il suo progetto da solo, suonando tutti gli strumenti e cantando.
Il primo periodo ha mostrato chiaramente l'influenza del rock progressivo degli anni ’70 e in particolar modo dei Pink Floid.
Con l'evolversi del progetto, la band è cresciuta nei suoi componenti ed è attualmente composta da: Steven Wilson (chitarra e voce), Richard Barbieri (tastiere),Colin Edwin (basso) e Gavin Harrison (batteria), che ha sostituito nel 2002 il batterista precedente, Chris Maitland.
Noto per essere un lavoratore indefesso, Wilson è stato coinvolto sia come ingegnere del suono che come musicista in un gran numero di progetti.
Alcuni lo hanno visto coinvolto in prima persona e altri lo hanno visto collaborare dall'esterno, dimostrando di possedere una vasta collezione di talenti.

Origine del nome "Porcupine Tree"

Rifiutandosi di dare una risposta, Steven Wilson ha fatto nascere una controversia riguardo all'origine del nome della band. Esistono un certo numero di teorie, comprese le seguenti:
Una leggenda degli Indiani d'America racconta di un porcospino che riesce ad ingannare gli altri animali piantando un albero sotto di sé, in modo da poter lanciare verso il basso i suoi aculei per ucciderli.

Nel libro di Douglas Hofstader, dal titolo “Metamagical Themas, si parla di computer, frattali, e ricorsione - conosciuta nel gergo informatico come "struttura ad albero".
Questo libro a pag. 409 contiene una immagine di un albero infinito di porcospini per illustrare i frattali. Steven Wilson è conosciuto come un ex programmatore e potrebbe essere stato influenzato da questo libro.

Grande gruppo, buona musica.

mercoledì 17 dicembre 2008

Kate Nash


Kate Marie Nash è una musicista inglese, poco più che ventenne, cresciuta a North Harrow, in Inghilterra.
Nash viene a contatto con la musica in tenera etá, imparando a suonare il piano.
Il suo primo amore è la recitazione e fa la sua prima mossa in quel mondo presentadosi ad un audizione a Bristol, presso la Old Vic Theatre School ,viene rifiutata.
Qualche giorno dopo l’audizione cade dalle scale e si rompe un piede. Durante il ricovero Nash, non potendo muoversi, trova conforto nello scrivere canzoni.
Decide di scriverne di nuove , di finire quelle vecchie e di presentarsi su un palco presso un bar locale, pensando così seriamente alla carriera di cantante.
Dopo pochi piccoli concerti, Nash prova a mettere la sua musica in rete, su MySpace.
In breve tempo raccoglie un largo consenso dalla comunità di utenti, trovandosi così un manager e procedendo alla ricerca di un produttore per la sua musica.
Il debutto di Nash è stato un doppio A-side pubblicato da un’etichetta indipendente, la Moshi Moshi, nel febbraio 2007.
La pubblicazione fu di solo 1000 copie e solo su vinile. "Caroline's a Victim" è una canzone dalle sonorità sintetiche dedicata ad un amica, Caroline.
Fu prodotto anche un videoclip, proposto su MTV2.
Nel marzo 2007 firma con la Fiction Records.
Il secondo singolo di Nash, il primo sotto la Fiction Records, «Foundations», è pubblicato il 25 giugno 2007 e arriva al numero 2 della Classifica Ufficiale Inglese, nonostante quasi l’intero panorama radiofonico abbia snobbato inizialmente il singolo ; solo Radio 1 e Radio 2 della BBC aggiungono il brano nelle loro playlist, al momento della pubblicazione.
Colta dal rapido e (quasi) inaspettato successo di «Foundations» la Fiction annuncia la pubblicazione del primo album di Kate Nash il 6 agosto 2007, dal titolo Made of Bricks.


Nel settembre 2007, oltre all’uscita di «Mouthwash» come secondo singolo in Inghilterra, esce negli Stati Uniti un Ep contenente «Foundations» e altre tracce. L'immissione di «Foundations» negli Stati Uniti coincide con l’arrivo della musica di Nash in Europa.
Nel dicembre dello stesso anno in Inghilterra arriva "Pumpkin Soup", il terzo singolo estratto da Made of Bricks.
Prima della fine dell’anno viene utilizzato il brano "Merry Happy" come colonna sonora di un episodio di Grey’s Anatomy, che entra nella classifica dei downolad digitali. Il febbraio 2008 è per Kate Nash il mese delle conferme; nel giro di due settimane riesce infatti a conquistare due premi molto ambiti nell’ambito musicale: miglior artista femminile ai Brit Awards, e miglior artista solista agli NME Shock Awards. Kate Nash ha annunciato in un’intervista a NME che sta lavorando alla stesura di un libro, una raccolta di piccole storie, che sarà forse pubblicato sotto pseudonimo.


Foundations



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lunedì 15 dicembre 2008

Melissa McClelland e Luke Doucet



Circa un mese fa, nel locale savonese ...

che è ormai sempre presente in questo blog, il RAINDOGS, ho ascoltato in preserata due giovanissimi artisti, marito e moglie: Melissa McClelland e Luke Doucet.
Il preserata sta ad indicare che hanno eseguito per il pubblico presente, appositamente formato da bambini, un mini spettacolo costituito da alcune canzoni, inframezzate da domande del pubblico.
Luke era senza voce e quindi ha condotto il gioco Melissa.
Alla fine ho scambiato quattro parole con lei e ho scoperto che è dello stesso paese canadase in cui sono stato da poco.
Ho poi acquistato i loro dischi che, per mancanza di tempo, non sono riuscito a sentire sino a pochi giorni fa.
La voce di Melissa è incredibile e i brani proposti mi fanno pensare ad un'artista destinata ad un futuro luminosissimo sulla scena internazionale.
E pensare che avere davanti quei due ragazzini faceva quasi tenerezza!!!

Qualche nota biografica raccolta dal sito “Pomodori Music”, organizzatori di eventi musicali.


Melissa McClelland

Giovane e talentuosa cantautrice nata a Chicago, ma cresciuta artisticamente in Ontario presenta uno show profondamente intimo a base di chitarra e voce, nel quale ripercorre la sua carriera solista , ripescando parecchio dal suo ultimo lavoro “Stranded In Suburbia”(Orange Record Label/Universal - 2004).
E’ considerata una nuova stella del firmamento country rock, e alcuni critici già l’affiancano a Lucinda Williams ed Emmylou Harris.
www.melissamcclelland.com
www.myspace.com/melissamccleland


Luke Doucet

Nato ad Halifax in Canada, leader dei Veal sul finire dei ’90, chitarrista di Sarah McLachan poi, inizia la sua carriera solista nel 2001 con l’ottimo album “Aloha, Manitoba”, seguito nel 2001 da “Outlaws”, un live con alcuni inediti.
Un cantautore atipico, originale, che certo non può essere inserito nel ricchissimo pentolone del roots americano.
Pur conservando alcuni strumenti della tradizione, dal banjo alla pedal steel, il sound è ricco ed efficace.
Doucet ha gusto per la melodia, capacità di amalgamare bene i suoni e lo dimostra in ogni canzone dosando alla perfezione gli ingredienti della sua musica. Se a ciò aggiungiamo che ha pure una bella voce, gradevole e misurata anche quando si cimenta in pezzi solo per chitarra e voce, la convinzione di trovarsi di fronte ad un artista veramente dotato diventa ancora più rotonda.
È però nella dimensione “suonata”, che Doucet mostra le doti migliori .
Pop immerso nel jazz, atmosfere che troverebbero terreno fertile nella Big Apple, sembrano alla fine la cifra stilistica cavalcata da Doucet con maggior convinzione. “
www.lukedoucet.com
www.myspace.com/lukedoucet


Ascoltiamo uno stralcio dall'esebizione del RAINDOGS e a seguire "You Know I love you Baby"

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Citazione del giorno:
"Non penso mai al futuro. Arriva così presto!" (Albert Einstein)

venerdì 12 dicembre 2008

Little Stevens

Steven Van Zandt, Little Stevens, è nato nel 1951, ed è cresciuto musicalmente nella scena del New Jersey, in compagnia di Bruce Springsteen e Southside Johnny. Ha fatto parte degli Still Mills di Springsteen tra il 1969 e il 1970, e poi della Bruce Springsteen Band nel 1971.
Dopo aver lavorato per un periodo con Southside Johnny è tornato alla corte di Springsteen nel 1975, entrando a far parte della E Street Band: sono seguiti anni di intenso lavoro, e Little Steven ha coprodotto album del Boss come “The river” e “Born in the U.S.A.”.
Nel 1982 nasce il suo gruppo, Little Steven & The Disciples of Soul, con cui pubblica l’album MEN WITHOUT WOMEN prima di lasciare la E Street band nel 1984.
Il 1985 è l’anno di “Sun city”, brano e progetto che puntano lap ropria attenzione sul problema dell’apartheid sudafricano.

Dopo l’album del 1989, “REVOLUTION, Little Steven si allontana dalla musica per una decina d’anni. Nel 1998 torna alla ribalta come attore in una serie televisiva di grande successo negli USA, “The Soprano’s”, mentre pochi mesi dopo torna a far parte della E Street Band. Sul finire del 1999 pubblica il suo album “Born again savage”, uscito dopo essere stato tenuto nel cassetto praticamente per dieci anni.


Sun City
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giovedì 11 dicembre 2008

Shout Out Louds


Gli Shout Out Louds sono una band indie di Stoccolma.

Il nome originario del gruppo era Luca Brasi(2001) ma fu cambiato nell’attuale essendo già presente nel campo musicale.

Tutti i membri sono amici da quando erano adolescenti.
Sono in cinque: Adam (voce e chitarra), Carl (chitarra), Ted (basso), Bebban ( tastiera e backing vocals) e Eric (batteria).

Dopo la solita trafila , svariate esibizioni dal vivo e contratto in arrivo, ecco il debutto: “Howl howl gaff gaff”.


La band ha poi girato l’Europa in occasione del tour promozionale per l’ album citato.

Il loro secondo lavoro (“Our Ill Wills”) è entrato nel mercato del Nord America l’11 settembre 2007.

Curiosità: Rolling Stone ha inserito gli Shout Out Louds nelle band emergenti da tenere particolarmente d’occhio.

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mercoledì 10 dicembre 2008

Fiction Plane



Ho appena scoperto i Fiction Plane.
Da subito ho pensato ad un ritorno dei Police, e andando più a fondo ho capito il perché.
Nella band troviamo il cantante e bassista 
Joe Sumner (che è il figlio di Sting, ex leader dei Police).
Il nocciolo del gruppo si forma nel 1999, col nome iniziale Santa's Boyfriend.
Nel 2001 registrano il loro primo demo Swings and Roundabouts, con il quale iniziano a farsi conoscere in Gran Bretagna.
Subito dopo cambiano il loro nome nell'attuale Fiction Plane.
Nel 2003 registrano il loro primo album, Everything Will Never Be Ok.
Con questo album iniziano a farsi conoscere meglio anche al di fuori dell'Inghilterra.
Nel 2005 registrano il secondo album, Bitter Forces and Lame Race Horses.
Si sono esibiti anche in Italia, a Milano e Napoli, nel giugno del 2006, con un discreto riscontro da parte del pubblico.
Nel 2007 è uscito il terzo album, "Left side of the brain".
I punti di contatto dei Fiction Plane con i Police sono piuttosto evidenti: la band è un trio, Joe suona il basso e canta come il papà, il sound presenta più di un riferimento.
Si può, come esempio, ascoltare gratuitamente il brano "Two sisters" che apre la loro area su MySpace:


pare, a momenti, il reggae-rock bianco dei primi due album dei Police. Il pezzo, peraltro, è il primo estratto dal CD.
I Fiction Plane, saranno supporter del ritrovato gruppo del papà di Joe per tutte le loro date nordamericane.
Il fatto che Summer sia figlio di Sting, avrebbe potuto avvantaggiare la band, ma i Fiction Plane non hanno sfruttato questa opportunità. Summer ha imparato a suonare la chitarra all'età di 12 anni, anche se a lui, a quel tempo, la musica non piaceva molto. La passione per la musica cresce in lui verso l'età di 14 anni.




A tutt' oggi i Fiction Plane aprono i concerti del tour dei Police.


Two Sisters

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martedì 9 dicembre 2008

churl


Il musicista di cui vi parlo oggi ha svolto un lavoro sorprendente , soprattuto se comparato alla giovane età.

Francesco Ciurlo, in arte Churl, ha realizzato " Dry Leaves".


Churl è nato nel 1987, e ha suonato maggiormente come batterista nei gruppi dei quali ha fatto parte, però se la cava bene anche chitarra, tastiere, piano e la war guitar, detta anche Megatar.


"Dry Leaves" è il suo primo EP.
I discorsi che ho captato, provenienti da Francesco e il suo gruppo di amici (che lo hanno aiutato nel portare a termine il lavoro) sono davvero "maturi" e la loro cultura musicale non presenta i "paletti" che normalmente i giovani mettono con estremo piacere.
Sentirli parlare di Frank Zappa, tanto per citare un esempio, mi pare cosa anomala, perchè normalmente è solo la maturità che regala la possibilità di spaziare senza pregiudizi tra i vari generi.
Churl ha realizzato qualcosa che prescinde dai soliti tre accordi, con cui normalmente si possono costruire mille canzoni.
E' musica complicata, raffinata , presentata però con una certa semplicità.
Se avessi ascoltato i brani senza aver prima letto un pò di storia, avrei pensato ad un gruppo ben amalgamato, alle ..."seconde armi"... promotore di un prog in gran spolvero.
E invece churl è una specie di one man band , coadiuvato dalla tecnica e da qualche amico/collaboratore.
Ho provato a far ascoltare ad un amico musicista "Dry Leaves", tanto per avere un gudizio da esperto, e la qualità del lavoro è stata confermata.
Al contempo è stata evidenziata l'immaturità generale del EP , ma credo che di questo fosse consapevole anche Francesco.
E' un bell'inizio ....una promettente partenza, ed io spero sia solo la prima puntata di una nuova storia musicale, che non necessariamente deve portare sull'olimpo, ma a 20 anni , con simile bagaglio e voglia di fare, si può puntare ad una vita di soddisfazioni musicali.

A seguire propongo due brani (evidenziati in rosso)

Tracklist

1- Dry Leaves (5:33)
2 - Aphtha (4:02)
3 - Lady in Blue (6:07)
4 - Destruction (3:55)
5 - Desire (4:08)
6 - Organic Revolution (6:18)

Tutti i pezzi sono di Francesco Ciurlo, tranne "Organic Revolution" il cui testo è stato scritto da Giovanni Bernini

Credits:

Churl: Keyboards, Guitars, Megatar, Drums, Voice
Jacopo Muneratti: editing, mixing, effects support
FJB: secret messages and queer suggestions.
Giovanni Bernini: lyrics on "Organic Revolution"
Brizz: brizzolution
Artwork by Gian Paolo Ciurlo and Mak.


www.myspace.com/rlociu


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Citazione d'autore:

"Tu puoi dirmi che sono un sognatore, ma non sono il solo" (John Lennon)

sabato 6 dicembre 2008

Willard Grant Conspiracy


Anche questa settimana il Raindogs di Savona riesce a stupirci.

Domenica 7 sarà di scena…..

Willard Grant Conspiracy

Un giorno, durante una periodo di pausa della loro band, il cantante Robert Fisher e il chitarrista Paul Austin, di Boston, Massachussets, ricevettero una telefonata da una loro collaboratrice che diceva di avere appena installato uno studio di registrazione a casa e di volerlo provare. I due prepararono così una manciata di canzoni, presero l’amico Sean O’Brien e andarono dall’amica Dana Hollowell. Così nacque “3 AM Sunday at Fortune Otto’s”, l’album di debutto della Willard Grant Conspiracy, che riunì negli anni seguenti intorno al duo musicisti occasionali e amici.



Intervista di Lino Brunetti.

Robert Fisher è un narratore di storie; lo è da più di dieci anni coi suoi Willard Grant Conspiracy, una delle più emozionanti e capaci band del panorama folk-rock statunitense, e lo è stato durante l’ora abbondante in cui ho chiacchierato con lui in un albergo milanese, in un assolato pomeriggio primaverile. E’ un fiume in piena quando parla, sempre appassionato e infinitamente profondo e gentile, un conversatore di quelli che ben raramente si incontrano. Stare ad ascoltarlo e discorrere con lui è stato davvero un piacere enorme.

Dopo sette album e più di dodici anni di carriera, si può ben dire che siete in giro da un bel po’! Ti aspettavi di arrivare così lontano quando avete iniziato? Non ne avevo nessuna idea, ci speravo più che altro. Vedi, ho iniziato negli anni Ottanta a suonare, e prima che qualcuno si accorgesse di quello che facevo, molti anni e anche diverse band erano andate. In qualche modo, l’approccio è sempre stato diverso da quello di altre formazioni; non ho mai pensato in termini di "ora mi cerco un contratto, faccio un disco, poi andiamo in tour". Fin dall’inizio era una sorta di forza interiore .
Una cospirazione alt-countryche mi spingeva a fare musica, era ed è qualcosa che ho dentro e che deve uscire fuori. Quando facciamo un disco, spero sempre che alla gente piaccia, ma non c’è nulla di strutturato dietro e io, comunque, continuerei a suonare anche senza un contratto.

E’ un qualcosa che ha più a che fare con la tua vita che non con una carriera… Sì! E poi non la definirei neppure una carriera. Io vivo facendo un altro lavoro, quello che si guadagna col gruppo viene sempre reinvestito nel gruppo stesso, spesso sono più le spese che gli introiti. L’idea stessa di carriera è un po’ limitante per me. E’ davvero un onore essere conosciuti sia in patria che all’estero, poter girare il mondo portando la propria musica a persone che sai che ti seguono e l’ascoltano. Come musicista, tutto ciò ti fa sentire una grossa responsabilità nei confronti del pubblico e anche della musica stessa.

Con "Pilgrim Road" avete abbandonato le atmosfere elettriche di "Let It Rolll" per riconnettervi piuttosto a un disco come "Regard The End". Mi puoi dire come è nato quest’ultimo disco? La tua è una giusta osservazione. Mentre "Let It Roll" era un album con un feeling da live band, "Pilgrim Road" ha le stesse radici e parte dalle stesse idee di "Regard The End". Già quando registrammo quel disco, sapevo che in futuro sarei tornato su quelle idee per elaborarle ulteriormente e spingerci oltre. Proprio durante il tour di "RTE" ci trovavamo a Glasgow, al 13th Note, per uno show; fu uno di quei concerti in cui tutto va male fin dall’inizio, con un sacco di problemi tecnici e una serie d’intoppi assortiti. Al termine del concerto, che portammo a termine facendo del nostro meglio, venne a parlarmi sto tizio molto timido che parlava a voce bassissima. Si presentò come compositore classico e mi offrì di collaborare con noi. All’inizio ero piuttosto scettico, nei nostri dischi avevamo già usato archi, fiati, piano, e come ti dicevo prima, non pianifico mai nulla con largo anticipo. Quel tizio era Malcolm Lindsay che ha co-scritto con me l’intero "Pilgrim Road".

Il nuovo disco espone nuove influenze rispetto al solito; ha sempre le radici nel suono americana ma poi va a toccare lidi cameristici e qualche sfumatura jazzata… Non credo ci sia del jazz.. Io lo vedo come una combinazione di diversi elementi. Malcolm è un musicista classico, ma ha anche suonato la chitarra in gruppi rock, è un conoscitore della musica folk. Abbiamo un background simile. Quando collabori con qualcuno, porti con te tutte le tue esperienze precedenti. Per questo disco ci siamo messi a scrivere e a registrare tutto nello stesso tempo, con molto istinto e poco ragionamento. Volevamo evitare di fare come quelle band che scrivono il pezzo e poi chiamano un arrangiatore ad appiccicargli gli archi sopra, io volevo che quelle parti fossero parte integrante della struttura stessa delle canzoni, una loro significativa voce emozionale. Volevo usare le viole, i violini, il violoncello o il vibrafono in modo inusuale e non convenzionale e inserirli in strutture anch’esse non classiche. Un pezzo come Painter Blue, ad esempio, non ha il ritornello. O meglio, esso è rappresentato da una partitura musicale, come in un movimento sinfonico. Poi, ovviamente, ci sono anche pezzi più tradizionali, che puoi canticchiare facilmente, canzoni dall’appeal pop inserite in un contesto un po’ diverso. Un’altra cosa a cui abbiamo prestato attenzione è stata quella di mantenere un approccio minimale, evitando di suonare pomposi e magniloquenti. Abbiamo ragionato secondo il motto jazz less is more.

Quando prima dicevo jazz, lo intendevo infatti come mood… Sì, "Jerusalem Bells" ha un mood jazz senza esserlo, così come anche "Water And Roses". "The Great Deceiver" ha, per contro, un mood blues pur essendo strutturalmente una folk-song.

Chi è la ragazza che canta in "The Great Deceveir"? Brava, eh? Si chiama Iona MacDonald, è parte di un duo, formato col suo ragazzo che suona la slide guitar; si chiamano Dog House Roses, sono di Glasgow e tra un paio di mesi dovrebbe uscire un loro disco. Ci eravamo conosciuti attraverso My Space e così, mentre ero a Glasgow a registrare il disco, ho notato che suonavano e sono andato a vederli. Da lì a proporgli di collaborare al disco, il passo è stato breve.

C'è una gran cura per gli arrangiamenti in "Pilgrim Road" . Io e Malcolm ci abbiamo lavorato intensamente per dieci giorni, senza essere inutilmente puntigliosi ma dandoci la possibilità di lavorare a fondo su di essi e di essere il più possibile articolati. Stavolta, poi, ho voluto essere un po’ meno passivo del solito con gli altri musicisti: ho consegnato loro delle parti strumentali da eseguire precise e definite, specificando che avrei accettato dei suggerimenti, ma sempre partendo dalle parti che gli avevo presentato.

Mi sembra che un po’ tutte le canzoni di "Pilgrim Road" affrontino il tema della spiritualità. Diresti che c’è una connessione evidente fra le varie canzoni che compongono l’album? Non particolarmente. Non tutte le canzoni affrontano lo stesso tema e anche quando lo fanno, hanno punti di vista differenti. In "The Great Deceveir" il protagonista della canzone chiede che gli sia mostrato il diavolo per poter riconoscere Dio, il che ne fa una sorta di inno rovesciato e la rende diversissima da "The Pugilist", dove al centro della scena c’è un lottatore che si batte per realizzare i propri desideri, pur tentando di conservare dentro di sé la propria spiritualità. Forse sono argomenti inconsueti ma, se ci pensi bene, temi come quello della fede sono molto dibattuti oggigiorno nel mondo. Comunque, non ho scritto premeditamente di queste cose, in qualche modo, alla fine della realizzazione del disco, io stesso me ne sono meravigliato. Ho solo tentato di scrivere nel modo più onesto possibile, senza curarmi troppo del risultato finale e dell’affresco che poi ne sarebbe venuto fuori.

Ci sono alcune parole che ricorrono spessissimo nelle recensioni dei vostri dischi: triste, malinconico, gotico. Che ne pensi? Ti dà fastidio la cosa? Penso sia una scappatoia molto facile metterla giù in questo modo, dire: è triste! Malinconico è un termine che invece ritengo appropriato: molta musica, film, libri, specie degli anni 50 e 60 è malinconica, termine che porta dentro di sé una certa dose di dolcezza, anche se oggi viene usato quasi esclusivamente in un’accezione negativa, cosa che ritengo sbagliata. E’ un termine che in realtà sottende una qualche forma di riflessione; la gente spesso non ha tempo e voglia di riflettere sulle cose che non funzionano, pensa solo a trovare una soluzione veloce ai problemi, non meditando a fondo su cose come la perdita, il dolore. Giù una pillola e tutto è risolto. Invece attraverso queste cose c’è molto da imparare su se stessi, sulla vita. Alla fine, la gente, leggendo quelle parole in una recensione, finisce per associarli a cose come la noia o la tristezza fine a se stessa, cosa che ovviamente non è.

Probabilmente molti di quei termini vengono usati anche come sininimo di intenso, emotivo... E’ un po’ lo stesso problema di quando si mettono le etichette ai dischi. Come quando dici a qualcuno che odia il country che quello è un disco country e questo basta a indurlo a non approfondirne la conoscenza, magari precludendosi la possibilità di scoprire qualcosa che potrebbe esser anche per lui significativo. Io preferirei che non si dicesse di cosa parlano le mie canzoni, lascerei al pubblico la possibilità di interpretarsele da solo e di metterci dentro qualcosa di loro stessi.

Molto spesso hai registrato i tuoi dischi in Europa; cosa ti lega al Vecchio Continente in questo senso? Il posto in cui registro, in realtà, è dettato solo da motivi di comodità legata agli impegni del momento. Ho registrato un po’ ovunque, Glasgow, Boston, la Slovenia, l’Olanda. Registrare in giro per il mondo, molto spesso mentre sono in tour, ti apre possibilità che non ti aspetteresti, un po’ come per il caso dei Dog House Roses che ti dicevo prima. Ultimamente ho registrato la mia voce per un pezzo di Cesare Basile mentre ero in Olanda, mentre lui era in studio con John Parish chissà dove. E’ stata una cosa completamente improvvisata e quasi accidentale ma bellissima se ci pensi. La moderna tecnologia ti permette queste cose ed è una vera conquista, fantastica da usare. Anche Jackie Leven aveva una canzone che assolutamente voleva cantassi io; così ce ne siamo andati in Galles, in un cottage in mezzo alla neve, a registrare. Sono tutte grandi avventure e belle esperienze, che danno forma a una sorta di community, di grande famiglia. "Pilgrim Road" è stato registrato a Glasgow perché Malcolm vive lì e io ero in tour in Europa. Dove si registra non ha molta importanza, ci si affida a una sorta di geografia mentale, anche se l’atmosfera particolare, grigia e piovosa, di Glasgow un po’ ha influito sul risultato finale.

Trovi differenze tra il pubblico americano ed europeo Cambia molto da paese a paese; in posti come l’Irlanda o l’Olanda la gente continua imperterrita a parlare durante i concerti, in Germania sono tutti molto tranquilli. Io sono uno storyteller e quindi, in paesi come la Spagna o l’Italia, mi devo un po’ limitare perché so che non tutti parlano inglese. Io però, più che alle differenze, preferisco pensare all’universalità del linguaggio musicale e a come questo possa essere recepito in maniera sostanzialmente simile, a prescindere dai contesti culturali, dalla lingua parlata, dalla storia di quel paese. E’ tutta una questione di onestà della presentazione, d’intensità emotiva, di qualità tecniche ovviamente. Recentemente sono stato in Portogallo e mi sono appassionato al fado, pur non comprendendo una sola parola di quello che viene detto nelle canzoni. In questo senso, generalmente, gli americani tendono a rifiutare la musica non in inglese, la cosa li spiazza, non fanno molta fatica. Nel resto del mondo ci sono paesi che hanno conservato le proprie radici musicali, come l’Italia dove puoi ascoltare ottima musica cantata in italiano e dove avete una tradizione culturale ricchissima, e altri dove invece la propria tradizione musicale è stata abbandonata a favore dei modelli globali dominanti.

Sei interessato all’aspetto politico delle canzoni? Bella domanda! Io, generalmente, tendo a scrivere canzoni svincolate da un aspetto temporale. Credo che i testi debbano poter fluttuare nel tempo in modo che anche fra cent’anni o in qualsiasi altro momento possano risultare freschi e attuali. Non scrivo mai di politica in maniera specifica; quando affronto argomenti politici lo faccio senza entrare nell’attualità, senza specificare date o avvenimenti precisi, tentando di affrontare la cosa in maniera più universale.

C’è qualche produttore con cui ti piacerebbe lavorare? Non saprei rispondere. Io stesso lo sono e, secondo me, il ruolo del produttore è quello di facilitare e sviluppare ciò che c’è nella mente del gruppo, spingendoli oltre i loro confini, verso territori inesplorati. E’ una vera e propria sfida! Ora, se questo è quello che cerco in un produttore non saprei chi scegliere, perché dovrei conoscerli personalmente per sapere se possono fare qualcosa per me. Non sono affatto interessato al nome del produttore di grido, a quello che ha quello specifico suono che farebbe suonare il mio disco in quella precisa maniera. Io, piuttosto, cerco una sorta di purezza, di suono naturale degli strumenti.

E invece, gli artisti di qualsiasi disciplina che sono stati importanti per te? Oh, la lista potrebbe essere lunghissima, lungo un asse che va da Robert Rauschenberg fino a mio nonno (che era un suonatore di contrabbasso e fino a due anni fa neanche lo sapevo!), che mi ha influenzato come persona, non come musicista. Devi sempre avere dei modelli alti; quello a cui servono gli eroi, a prescindere dal talento che hai, è lo spingerti a fare sempre meglio e andare oltre le tue capacità. Loro mi spingono ad avere il loro stesso coraggio e la loro stessa ambizione, senza imitarne il suono però, ma attingendo piuttosto dalla loro attitudine e acquisendo il loro coraggio di sperimentare. Molte band fanno l’errore di voler imitare il suono della musica che amano, evitando di andare invece a cercare la propria vera voce.

Credo che nella musica dei Willard Grant Conspiracy ci sia una forte componente cinematica. Mai pensato di scrivere una colonna sonora? Sarebbe molto divertente farlo. Spero sempre che qualcuno prima o poi me lo chieda. La musica ha una componente visiva molto forte e mi piace molto l’idea che essa possa creare spazi e tempi nella mente dell’ascoltatore e che una sola canzone lo possa fare in miriadi di modi diversi a seconda dello stesso.

Un pezzo come "Vespers" ti fa sentire come se stessi mettendo piede dentro una cattedrale! E’ una canzone molto strana quella, solo due viole e quella specie di austero coro maschile russo con dentro Jackie Leven. La parte musicale è un estratto dalla musica per un balletto che Malcolm aveva scritto in Scozia e su cui vedeva benissimo la mia voce. Dal momento in cui mi propose la cosa alla sua realizzazione non passarono che poche ore: i versi li scrissi tutti di getto come in una specie di trance e registrammo la voce la sera stessa sulla partitura di viole. Tutto è andato alla perfezione, una sorta di dono dal cielo. E’ una canzone che amo molto, intensa, oscura, non facile. A volte un po’ mi spaventa, come un po’ tutto il disco.. Mi chiedo: "Non avrò esagerato?". Pezzi come "Jerusalem Bells" o "Water And Roses", a risentirli, mi domando come abbia fatto ad arrivarci. Verra capito? Spero di sì!

Scrivere ti viene facile oppure no, generalmente? E’ essenziale tenersi ricettivo verso qualsiasi fonte d’ispirazione. La nostra vita è programmata molto intensamente e quindi quando questa arriva, non è detto che tu abbia il tempo di recepirla e agire su di essa. Spesso non si ha neppure la possibilità di riconoscerla perché si è concentrati su altro; in qualità di songwriter, pur avendo la stessa vita complicata di qualsiasi altro, cerco di lasciare degli spazi per riconoscere e agire sull’ispirazione. Bisogna essere abbastanza onesti anche da capirne la qualità: quello che un giorno ti sembra fantastico, il giorno dopo potrebbe rivelarsi pura spazzatura. Sembra facile ma non lo è.

Come vedi il music business oggi e dove si collocano i Willard Grant Conspiracy all’interno di esso? Se fosse un palazzo, probabilmente in cantina. Non credo che il music business sia particolarmente diverso dagli altri tempi oggi: c’è un sacco di merda ma anche un sacco di roba ispirata, come sempre, con una predominanza della prima sulla seconda (fanno eccezione gli anni 60 e l’era punk, ma quelli erano tempi fuori dal comune). Quello che è realmente cambiato è il contesto culturale: la gente non sa più riconoscere la qualità perché è stata abituata a degli standard molto bassi, come se si trattasse di fast food. I discografici cercano di vendere il più possibile e nel più breve tempo immaginabile, fregandosene del coltivare artisti a lungo termine ma cercando di sfruttare al massimo il momento immediato; per fare questo hanno livellato la qualità su standard bassissimi, attraverso prodotti vuoti e incosistenti ma il più largamente possibile vendibili e comprensibili.

Per finire, mi devi proprio togliere una curiosità: come mai "Malpensa" si intitola così, come l’aeroporto internazionale di Milano? Bé, è una storia divertente.. Dovevo andare da Zurigo a Malta ed ero stato costretto a fare scalo a Malpensa dove avevo un’attesa di più di quattro ore, prima di potermi imbarcare. Il mio bagaglio era già stato spedito, il libro che stavo leggendo l’avevo finito e stavo sentendo musica nel mio i-Pod mentre guardavo fuori dalle vetrate il paesaggio e gli altri passeggeri intorno a me. E poi, bang, di colpo, mi viene in mente una melodia! Accidenti, mi dico, questa è una canzone! Non avevo con me né carta né penna, né alcun modo per registrarla o fissarla da qualche parte. Sono andato avanti per le cinque ore successive, fino a che non sono giunto in albergo e ho potuto metter mano al registratore, a canticchiarmela fra me e me, ininterrottamente. Quando raccontai questa storia a Malcolm, mi suggerì di chiamare la canzone così, in onore di quella che, in tutto e per tutto, era stata la madre della canzone, Malpensa! E per una canzone che parla di lasciarsi le cose alle spalle, il nome di un aeroporto mi sembra proprio azzeccato! Di tutti i problemi riguardanti l’abbandono dei voli di Alitalia e di tutti gli aspetti politici della faccenda so poco e nulla. Non era questo il tema della canzone!


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