martedì 17 aprile 2018

Giuseppe Scaravilli: “Jethro Tull, 1968-1978” The Golden Years


Giuseppe Scaravilli: “Jethro Tull, 1968-1978”
The Golden Years

La prima - e unica - volta che ho avuto la possibilità di vedere di persona Giuseppe Scaravilli aveva tra le mani un flauto traverso, si muoveva su di un palco un po’ improvvisato e stava proponendo la musica dei Jethro Tull in forma acustica, assieme ad Andrea Vercesi, altro amante e propositore del genere.
L’occasione era solenne, una Convention dei Tull, nell’occasione a Novi Ligure. Era il 2006.
Gli anni sono passati e uno dei maggiori protagonisti di quell’evento - Glenn Cornick - non è più tra noi, e anche Scaravilli ha avuto qualche importante problema fisico personale, che non cela ma, al contrario, racconta come una delle possibili “cose della vita”, negative, che toccano e che fortificano mentre le si combattono, e che spesso si riescono a superare, grazie anche alle passioni, qualunque esse siano.
Questo per dire che la musica aiuta, a vivere e a ricordare, e gli amori originari, spesso irrazionali, non ci abbandoneranno più.
Ed è tale l’amore di Giuseppe per i Jethro Tull che, tra i mille impegni (musicali con i suoi Malibran e professionali), trova il tempo per mettere su carta ciò che avrebbe voluto trovare in qualche libreria e, vista la lacuna, si mette in azione personalmente, approfittandone per raccontare quel mondo secondo il suo pensiero.

Il titolo del libro è: “Jethro Tull, 1968-1978”, il sottotitolo è “The Golden Years”: una precisazione temporale la prima, che indica di quale periodo si tratterà nel book, accompagnata da una sorta di giudizio storico sull’opera di una delle band più longeve della storia del rock.
Concordo sul fatto che quello sia stato il periodo d’oro, magari non solo per Ian Anderson e soci, ma per tutto quel movimento che, a posteriori, è stato definito “Prog”.
A distanza di diversi lustri la musica dei J.T. gira ancora sui palchi di tutto il mondo, grazie ad Anderson, il “padrone” del brand, e occorre sottolineare come, tra difficoltà vocali e indubbie skills, da quel decennio magico si attinga ancora oggi a mani basse.
Ciò che Scaravilli ci racconta nel suo libro è un misto di passione, ricerca documentale, nalisi musicale e sottolineatura dei dettagli, quei particolari che creano l’atmosfera e permettono di rivivere in modo differente aneddoti, storie e filmati già metabolizzati, ma che possono essere arricchiti da questa lettura.
Che cosa accadde l’11 gennaio a Montreux quando fu presentato in anteprima “War Child”? Che look avevano i componenti del momento?
Perchè Mick Abrahams “sparì” dopo “This Was”? E Cornick? Eppure era un bravo musicista!

Ogni capitolo si occupa di un anno di vita e del relativo album rilasciato in quel periodo. Partendo dal titolo del disco si arriva alla/e tournèe di riferimento, alle scalette dei concerti, all’evolversi delle line up e agli aspetti di contorno, quelli che piacciono molto ai fan di tutto il mondo.
Racconta Scaravilli di un feedback che evidenzia una lettura molto rapida, del tipo… “quando inizi a leggere non ti fermi più!”. Personalmente ci ho messo molto più tempo, perché una delle peculiarità di questo lavoro è, a mio giudizio, la capacità di spingere ad un ascolto parallelo alla lettura, per provare a sintonizzare musiche conosciute con aspetti decisamente nuovi - e sarei curioso di sapere dove sono state trovate tutte queste informazioni, Giuseppe! -; e così tra lo scorrere delle pagine e i Cd che girano ci si rituffa facilmente nel mondo di appartenenza. Sì, di appartenenze, perché Jethro Tull, 1968-1978” è soprattutto adatto agli “introdotti”, quegli affamati musicali che non saranno mai sazi di notizie e musiche di Anderson e soci, ma si pensa sempre che la curiosità possa spingere anche i giovani verso qualcosa che, probabilmente, è completamente sconosciuto.

Un libro davvero scritto bene, esaustivo di un certo periodo e stimolatore di nuovi/vecchi ascolti.
Fantastica anche la sezione fotografica, con immagini restaurate per l’occasione.

L’ultima parte, l’appendice, costruisce il bridge con la musica dei Jethro Tull del 2018, ma la speranza è quella che Giuseppe Scaravilli trovi la voglia e il tempo di proporre l’analisi capillare di altri 10 anni di storia, gliene saremmo immensamente grati!
Imperdibile!

domenica 15 aprile 2018

E' uscito "Era", dei Nathan: intervista agli autori...




E’ appena uscito il nuovo album dei Nathan“Era” e, in attesa di fornire un commento preciso, pubblico lo scambio di battute con parte della band, utile a scoprire dettagli significativi, alla comprensione dei contenuti e all'iter realizzativo.




Intervista a Piergiorgio Abba e Bruno Lugaro

Dopo la lunga incubazione dell’esordio discografico del 2016, “Nebulosa”, ritornate con grande rapidità ad un secondo capitolo che vedrà a breve la luce: viene naturale chiedervi che cosa è cambiato rispetto al passato, tenendo conto che la vostra storia è quella di una band di lungo corso, che ha dedicato gran parte della vita alla proposizione di tributi, e che ora sguazza a piacimento nel mondo della creazione personale…

BL: Guarda, i pezzi sono nati con una facilità estrema, come fossero lì ad aspettarci. Ne abbiamo dovuti scartare una mezza dozzina. Credo che questa facilità nella composizione sia dovuta ad una ormai consolidata sintonia tra Pier e me. Tendenzialmente lui crea il manichino, il modello, e io lo vesto, gli cucio addosso l’abito
PA: Praticamente è dal 2007 che scriviamo, molto spesso separatamente, e poi curiamo le idee che ci sembrano più promettenti; i Nathan si dedicano a musica propria appunto dal 2007, e per questo ho messo a disposizione la mia esperienza prima con gli Armalite (prog classico anni ‘80, un CD autoprodotto) e poi con i Projecto (power-metal sinfonico, con caratteristiche progressive, 2 CD prodotti dalla Underground Symphony).
Spunti, riff, appunti sonori memorizzati nel cassetto sono lì, pronti per uscire.

Ora avete un’identità precisa che sarà bene sviscerare, ma chiedo a voi di dipingere l’autoritratto del momento.

BL: Siamo meno “spaziali” (riferimento a “Nebulosa”) e più “terreni”. Se il primo era un album di aria, questo è più cattivo, nervoso: un album di terra e polvere.
PA: Per quanto riguarda “l’autoritratto”, personalmente non lo riferirei al momento; credo che sia una fusione di tutte le esperienza musicali personali, sia da autore, sia da ascoltatore (a cominciare dagli anni ‘70!); inoltre sarà interessante vedere come il nostro nuovo chitarrista contribuirà al sound del gruppo.

”Nebulosa” è un gran disco e, al di là del mio giudizio, devo sottolineare come chiunque lo abbia ascoltato sia rimasto piacevolmente sorpreso: potete tirare un pò di somme a distanza di due anni dall’uscita?

BL: “Nebulosa” è il primogenito, un’esperienza unica e faticosa da realizzare. Con “Nebulosa” ci siamo detti: “Sì, siamo capaci di scrivere cose nostre…”, e abbiamo avuto riscontri eccezionali di critica, ben oltre i confini nazionali. Resta un album speciale.
PA: I brani di “Nebulosa” mi suonano sempre convincenti e, quando li proponiamo dal vivo, certe sezioni sono riarrangiate rispetto alla versione su Cd, per cercare, per quanto mi riguarda, di adattare opportunamente le parti tastieristiche alla resa live (che non è necessariamente la stessa che su Cd).

Il disco nuovo si chiamerà “Era”: trattasi ancora di un concept o avete scelto un’altra strada?

BL: No, non è un album concept, ogni traccia vive di luce propria, non c’è un filo conduttore ma piuttosto un’atmosfera unica, come ti dicevo prima.

Quali sono i temi trattati e quali le eventuali novità meramente musicali?

BL: Il tradimento, il coraggio, il fratricidio, la mania che abbiamo di mascherare i nostri sentimenti, persino il dolore di un cane abbandonato. Sotto il profilo musicale, una chitarra più nervosa, un violino elettrico (in una sola canzone) fuori di testa, molto crimsoniano, parti vocali più presenti e curate rispetto a “Nebulosa”, e un grande lavoro di tastiere.

Dal punto di vista della costruzione dei brani - dall’idea sino alla soluzione finale -, avete cambiato qualcosa?

BL: Come ti dicevo, scriviamo in due. Pier mette in piedi il brano, la struttura, l’idea base, e io la melodia del cantato e il testo. Chiaramente con interazioni continue.

Che cosa unisce “Era” a  “Nebulosa”?

BL/PA:  Beh, crediamo che  il sound cominci ad avere una propria identità: il gusto per le melodie “aperte”, le tastiere stile prog anni Ottanta, gli ampi spazi per sezioni strumentali, il sette quarti!



E’ appena uscito il nuovo album dei Nathan, “Era” e, in attesa di fornire un commento preciso, pubblico lo scambio di battute con parte della band, utile a scoprire dettagli significativi e alla comprensione dei contenuti.

Una delle caratteristiche principali dei due lavori è fornita dalla chitarra di Daniele Ferro che però non è più presente nell’attuale formazione: mi dite qualcosa della new entry in un ruolo che appare fondamentale nella vostra produzione?

BL/PA: Quella da Daniele è stata una separazione dolorosa, decisa da lui per dedicare più tempo ai suoi progetti. Ci ha lasciato, però, delle vere “perle” su “Era”. Il nuovo chitarrista, il genovese Andrea Laurino, ha lo stile simile, ottima tecnica ed è subito entrato in sintonia con il gruppo, grazie alla sua simpatia e disponibilità. La prima volta che ci siamo visti ha portato tre pezzi di “Nebulosa” eseguiti esattamente come Daniele. Siamo stati fortunati. E’ stato lui a contattarci leggendo il nostro annuncio su un sito per musicisti.

Riassumiamo quindi la line up?

BL/PA: Piergiorgio Abba, tastiere; Bruno Lugaro, voce; Mauro Brunzu, basso; Fabio Sanfilippo, batteria; Andrea Laurino, chitarre; e, dal vivo, Monica Giovannini, cori.

Cosa mi dite dell’ospite?

BL/PA: Manuel Rosso, 28 anni, è un violinista che Robert Fripp avrebbe reclutato immediatamente. Fa urlare lo strumento, lo distorce, ne dilata il suono. Ci ha fornito il suo supporto in un solo brano - “Invisibile” -, per soli 30 secondi, ma sono attimi originali e perfettamente inseriti nel brano, e in ogni caso… da brivido.
Il dibattito è avvenuto sul suono… più pulito o carico di effetti? Alla fine abbiamo messo entrambe le tracce, con un opportuno bilanciamento.

Proseguiamo con le curiosità: l’etichetta… ancora AMS, come all’esordio…

BL/PA: Con Ams è stato naturale proseguire il rapporto dopo la felice esperienza di “Nebulosa”. E’ una label estremamente seria e professionale e abbiamo trovato l’accordo in pochi minuti. Mathias Sheller ha grande sensibilità per il prog e questo è naturalmente un vantaggio.

Un commento sull’artwork?

BL/PA: La copertina deriva da un quadro di Federica Pigmei, un’artista romagnola scoperta girovagando sul web. Avevamo una vaga idea di cosa fosse la cosa migliore per l’album e cercavamo un’immagine suggestiva di un falco in volo, e alla fine abbiamo trovato il dipinto di Federica - entusiasta della possibilità - che a nostro avviso ha grande forza: unisce l’energia di un falco a quella delle onde del mare.

Soffermiamoci un attimo sulla costruzione “fisica” del disco…

B.L./PA: Il grosso del lavoro - le parti strumentali - lo abbiamo fatto nei nostri home studio (Abba, Lugaro e Ferro). Siamo partiti dalla base ritmica, scritta da Pier ed eseguita da Fabio Sanfilippo alla batteria e da Mauro Brunzu al basso. Con Monica abbiamo registrato le voci dal bravissimo Giulio Farinellli - lo stesso che aveva curato le voci di “Nebulosa” - mentre mixaggio e masterizzazione - punto più delicato di tutta la catena di produzione - sono stati realizzati da un vero maestro, Giovanni “Ragnar” Nebbia, all’Ithil World Studio di Imperia. Anche Giovanni, così come Giulio, si è rivelato una persona affidabile ed ha lavorato con molta cura e professionalità.

Recentemente vi ho ascoltato dal vivo, al Teatro Don Bosco di Savona (con Il Cerchio D’Oro) e in quell’occasione avete proposto un paio di tracce di “Era”: qual è stato il vostro feeling in occasione della performance nella vostra città, e in particolare come giudicate la resa live dei nuovi pezzi.

BL: E’ stata una bella serata, ricca fra l’altro di richiami al passato, perché su quel palco vidi suonare alcune band prog. E nel 1977 io feci ai Salesiani forse il mio primo concerto, cantando e suonando al basso “The Knife” e “The Musical Box”. C’era un buon feeling in sala e siamo complessivamente soddisfatti della nostra esibizione. Andrea ci ha sturato le orecchie!
PA: Ottima serata: anch’io l’ho trovato un flashback davvero emozionante, per il luogo (nel ‘75 era in programmazione il film “Yessongs”), ma soprattutto per il pubblico, a mio avviso presente per assaporare ancora il gusto del progressive. I nuovi brani vanno ancora rodati per la resa live, comunque direi più che soddisfacente.

In realtà i concerti sono stati due, ravvicinati, perché avete proposto la stessa scaletta  (sempre in compagnia de Il Cerchio) in uno studio di registrazione, senza pubblico, come atto di amicizia verso Yoshiko, presente in Italia in quei giorni: come descrivereste l’esperienza?

PA: Anche il “concerto ad invito” ha rappresentato un’esperienza interessante (vissuta dall’altra parte quando vidi i Marillion dopo l’uscita di Brave: li ho ascoltati in una sala-discoteca di Milano praticamente con il mento sulla tastiere di Mark Kelly!)
In realtà il pubblico c’era, ed era molto... selezionato!
Oltretutto, dalle registrazioni effettuate, i brani mi sono sembrati più equilibrati rispetto al Teatro Don Bosco!

So che avete già materiale per il futuro, ma il futuro ora è rappresentato da “Era”, e il secondo album rappresenta solitamente una conferma degli intenti o il cambio di rotta: che cosa vi siete prefissati nel medio termine?

BL: Ora godiamoci “Era”. Ne siamo davvero orgogliosi, personalmente credo sia un balzo in avanti rispetto a “Nebulosa”. Da settembre penseremo al nuovo materiale. C’è roba notevole.
PA: beh, settembre è un riferimento “provvisorio”, nel senso che il lavoro sui brani del prossimo album è già in corso (direi perennemente in corso), intervallato dalle prove per eventi live a cui dovremmo partecipare.

Un’ultima cosa, rispetto a due anni fa avete inserito una novità per quanto riguarda il lancio promozionale, curando gli aspetti visual che appaiono ormai indispensabili come biglietto da visita: mi spiegate la scelta del brano - “Esistono ore perfette” -  e qualche curiosità sul video?

BL: E’ forse il brano dal testo più “scenografico”, ispirato alla storia di Caino e Abele. Andrea Vescovi e Stefano Baldini hanno realizzato un video intenso e artistico. Giorgio Zinola un ottimo interprete.
PA: Per il video promo (che uscirà in anteprima), creato dopo varie insistenze di Bruno, ci siamo messi a tagliare e ricucire i brani (già nella versione definitiva), una specie di trailer cinematografico, dove compariamo nella veste di musicisti, video sempre realizzato da Andrea e Stefano.





venerdì 13 aprile 2018

Intervista a Nik Turner


Intervista a Nik Turner (gennaio 2018)
Articolo già apparso su MAT2020

Il Porto Antico Prog Fest, realizzato a Genova dalla Black Widow Records lo scorso luglio, mi ha permesso di conoscere da vicino Nik Turner, membro degli Hawkwind dal 1970 al 1976, band con cui ha inciso sei album in studio e uno dal vivo. Successivamente ha formato i Nick Turner's Sphinx, con i quali ha militato fino alla fine del secolo scorso.
Non è più un ragazzino il buon Nik, ma parlare con lui e, soprattutto, assistere alla sua performance, mi ha dato l’idea che i suoi quasi 78 anni siano solo puro dato statistico, e che la musica - e più in generale una passione - possa essere fonte infinita di energia.
A distanza di qualche mese gli ho posto alcune domande a cui lui ha gentilmente risposto.
Ecco il nostro scambio di battute.

Parto dalla performance di pochi mesi fa a Genova: che ricordo ti è rimasto del Festival prog realizzato dalla Black Widow?
Devo dire che ho apprezzato molto il Prog Festival di Genova a cui ho preso parte, sono stato molto contento per l’opportunità musicale e sono grato agli organizzatori, Massimo,  Pino e Alberto e a tutti i loro amici, appassionati ed entusiasti. È stato un evento molto ben organizzato e piacevole, con un'atmosfera molto rilassata e stimolante.

L’impressione che personalmente ho avuto nel vederti sul palco è che la tua motivazione sia sempre alta, così come la tua forma fisica: come si fa a non perdere gli stimoli dopo una carriera lunga come la tua?
Beh, ho avuto la fortuna di esercitare una professione che coincide con la mia passione, la musica, questo mi fornisce l’opportunità di incontrare persone molto diverse e, nel caso specifico, molto piacevoli, accomodanti, disponibili, eccitanti e… formidabili, e questo dà la carica!

A proposito di Genova, ti è piaciuto suonare con gli Arabs in Aspic?
Sì, The Arabs in Aspic sono una band Space-Rock scandinava molto eccitante, ragazzi divertenti e davvero fantastici, musicalmente parlando.

La tua band, gli Space Ritual, è ancora in attività? State registrando nuovo materiale?
Sì, gli Space Ritual sono ancora al lavoro, e oltre a partecipare a grandi concerti, dove propongono sempre molto del mio repertorio registrato, stanno lavorando e scrivendo nuovo materiale per il futuro.

Mi racconti qualcosa del concept “Annunaki” con i Chromium Hawk Machine?
L'album "Anunnaki" è un concept suggerito da Massimo Gasperini, come progetto in comune tra me, il mio vecchio amico chitarrista e cantante Helios Creed, (della band Chrome) e il tastierista e produttore Jay Tausig. L'ispirazione nasce dalla musica e dall'atteggiamento di Sun Ra. Il retroscena si basa su alcune teorie di Zaccaria Sitchin - basate su aspetti storici, mitologici, metafisici, teoretici - e sulle idee del teorico scientifico Michael Tellinger, che espone il suo credo molto avvincente, interessante e convincente, in diverse conferenze fruibili su youtube. L'idea è che migliaia di anni fa, a causa di un'esplosione avvenuta nel sistema solare, il pianeta Tiamat esplose, causando la creazione del pianeta Nibiru, il pianeta Plutone, il pianeta Terra e la Luna. Poi, 285.000 anni fa, i giganti chiamarono gli Anunnaki, venuti sulla Terra dal pianeta Nibiru, per estrarre l'oro di cui avevano bisogno per la loro avanzata tecnologia. Crearono delle miniere, che continuarono a lavorare per qualche tempo, in gran parte in Africa, ma anche in altre parti della Terra, dovunque fossero disponibili le risorse. Poi si stancarono di quel lavoro e decisero di creare uno schiavo che lavorasse per loro. Questo doveva essere "L'Adamo", programmato geneticamente per fare ciò che era necessario per la sua sopravvivenza, abbastanza intelligente da far funzionare un meccanismo, e con una “Eva” al suo fianco, capace di riprodursi, il tutto vivendo per un periodo limitato, senza avere ricordi duraturi.

Da dove hai tratto suggerimento per i testi? Pensi davvero che la vita sia stata portata sulla terra dagli alieni?
Le idee per i testi delle canzoni sono state influenzate dagli scritti di Michael Tellinger e dalle idee di Zachariah Sitchin. Sento che la vita umana potrebbe essere stata portata sulla Terra da extraterrestri. Perchè no?

Che giudizio dai dell’album?
È stato un lavoro davvero affascinante, molto sfaccettato e, a tratti, sconvolgente.

Gli Hawkwind sono sempre stato un esempio di famiglia, di fratellanza cosmica, e tutto ciò ha portato alla creazione di capolavori musicali: come sono ora i tuoi rapporti con Dave Brock, dopo i vecchi problemi legati all’utilizzo del nome della band?
Beh, non ho alcun problema con Dave Brock; lui ha sicuramente bisogno di guardare oltre se stesso e comprendere che tutti noi abbiamo la necessità di aiutarci l'un l'altro, per spingere la nave spaziale a piani e dimensioni della realtà diversi e infinitamente variabili.

Mi dici un tuo pensiero sul tuo amico Lemmy, scomparso un paio di anni fa, e uno su Dik Mik, anch’esso mancato recentemente?
Il mio amico Lemmy, dopo una lunga vita di sperimentazioni fisiche e metafisiche è finalmente entrato in una dimensione completamente diversa, tra “reale e surreale”, e questo vale anche per il mio buon amico Dik Mik.

Cosa c’è nel futuro di Nik Turner?
Il mio futuro prevede il suonare la musica in un contesto di benessere e innalzamento della coscienza, creando consapevolezza e diffondendo felicità.

Ti rivedremo in Italia?
Lo spero sinceramente, con la mia band o solo come Nik Turner, in qualsiasi progetto mi stimoli e mi ispiri. Sarà quella l’occasione per vedere il pubblico italiano, là fuori, con grande piacere.

Immagini di repertorio...





martedì 10 aprile 2018

David Cross & David Jackson - Commento all'album “Another Day" e intervista a D.J.


David Cross & David Jackson
 “Another Day" (marzo 2018)
Cherry Red Records

I King Crimson incontrano i Van der Graaf Generator

Da un pò di tempo osservavo da lontano l’attività di David Jackson e David Cross nella speranza di vedere un loro prodotto concreto, al di là della spettacolarità che è propria dei live che li ha visti assieme on stage. Jackson ama particolarmente l’Italia, la sua musica e gli artisti di riferimento per il prog, e sono molte le occasioni in cui si è… messo a disposizione, dagli Osanna agli OAK passando per i Garybaldi. Ma per chi come me lo ha visto da adolescente - con lui avvenne il mio battesimo live - il marchio VdGG è qualcosa di incancellabile.
Della mia tenera età fa parte pure David Cross, che vidi nel pieno dello splendore assieme ai King Crimson.
E poi mi capitò di trovare entrambi in un momento di relax, a Roma, nell’occasione delle prima Prog Exhibition, nel 2010, un tempo in cui probabilmente vennero gettate le basi per questo “Another Day”, un disco non certo facile da assimilare ma, ascolto dopo ascolto, capace di diventare penetrante, anche se è possibile che la mia oggettività venga minata dalla storia, dal mio vissuto, da sonorità che riescono ad attivare una contaminazione dei sensi stimolando la mia memoria.



Roma, novembre 2010-Prog Exhibition

E poi la denominazione ufficiale, “I King Crimson incontrano i Van der Graaf Generator”, è allettante per chi ama certa musica!

Sono oltre 52 minuti di musica (divisi su 12 i brani), raccontati nei dettagli da Jackson nell’intervista a seguire, chiacchierata in cui si può capire tutto della genesi, della costruzione e degli aspetti tecnici che caratterizzano il disco.
L’album è strumentale e non poteva essere diversamente, ma esiste una certa concettualità a cui si farebbe fatica ad arrivare se non ci fosse il racconto di uno dei due “creatori”.
Dice l'ex VdGG: “Quando suoniamo da soli e liberamente, ci sono due solisti che lavorano l'uno attorno all'altro e la sezione ritmica che lascia molto spazio e dà il giusto supporto”.
Ecco la strana sensazione che deriva dall’ascolto… il bilanciamento tra la necessità dell’assoluta libertà esecutiva - basata sull’improvvisazione iniziale - e la compattezza di una band solida che nulla lascia al caso. Siamo al cospetto di due enormi solisti che ci ricordano, allo scoccare della prima nota di sax e al primo tocco di violino, chi loro siano, chi siano stati e quale sia l'eredità lasciata alle generazioni a venire.
La base potente che li accompagna - la sezione ritmica - è quella della David Cross Band, ovvero il bassista Mick Paul e il drummer Craig Blundell, preparati e collaudati, capaci di regalare ai due David la possibilità di spaziare a piacimento.
Ci sono attimi da brivido, come nella toccante “Breaking Bad”, supportata da un ritmo vorticoso e coinvolgente, o nella più intimistica “Mr. Morose”, dove il mood cupo avvolge e coinvolge guidando gli stati d’animo e promuovendo immagini e sentimenti contrastanti.
Ecco… ogni singolo brano appare capace di condizionare lo stato d’animo, una azione che forse solo il connubio tra violino e sax è in grado di promuovere con tale efficacia.
I due David mi appaiono mostruosi in questa nuova avventura artistica che, tenuto conto dei tempi, mi sembra sostenuta adeguatamente dal punto di vista promozionale, il che dimostra che i signori fanno sul serio! E poi il “Duo” può funzionare in tanti modi differenti, Cross e Jackson non hanno bisogno di molto per dare sfogo alla loro arte… qualche metro di palco e i loro strumenti, ciò è quanto basta per unire cuori e cervelli di chi ama pensare che il tanto tempo che è ormai alle spalle non sia passato invano.


L’INTERVISTA


L'incontro tra te e David Cross risale a molti anni fa: perché è nato solo ora un progetto comune?

Il "progetto" è nato poco dopo il nostro primo incontro nel 2010. Eravamo entrambi ospiti al Club il Giardino nel contesto del Verona Prog Festival. Dovevo suonare con i N.y.X., ma per qualche motivo dovettero rinunciare. Anche l'altro ospite di N.y.X, Trey Gunn (ex King Crimson,) non riuscì ad essere presente e quindi entrarono in gioco gli Arti & Mestieri, con cui collaborava l’ex King Crimson David Cross. Io e Cross, provenienti dalla stessa terra, ci siamo incontrati al desk della Ryanair e siamo diventati amici molto rapidamente. C'era un “buco” nello spettacolo di quella sera, così decidemmo di improvvisare, diventando così... una coppia spontanea. Il tutto è stato molto divertente e anche estremamente soddisfacente, soprattutto per l’evidente gradimento del pubblico.
Dopo poco ci siamo ritrovati a Londra e abbiamo iniziato a lavorare registrando improvvisazioni e cercando di scrivere nuova musica insieme. Quando ci siamo rivisti, nel novembre dello stesso anno alla Prog Exhibition di Roma - e tu eri presente! - avevamo nel cassetto già diversi pezzi importanti e  improvvisazioni stupefacenti.
Tuttavia David Cross era anche nel bel mezzo della realizzazione di "Sign of the Crow", un grande album rilasciato con la sua band, oltre ad essere preso da diversi altri progetti. Era estremamente impegnato, così come lo ero io, quindi abbiamo deciso di prenderci il nostro tempo e lasciare che i nostri scritti e la creatività prendessero il loro tempo per maturare.

"King Crimson Meets Van der Graaf Generator" appare come un richiamo molto forte per tutti gli appassionati di musica progressiva: quali sono le caratteristiche principali di "Another Day"?

Penso che la caratteristica principale sia quella che l'album non suona come nessun altro! C'è un grande ensemble su cui risalta un modo di suonare individuale e la presenza di grandi melodie. Penso che sia un nuovo tipo di sound-set che nessuno ha mai visto prima e un nuovo modello di creatività collaborativa. Quando suoniamo da soli e liberamente, ci sono due solisti che lavorano l'uno attorno all'altro e la sezione ritmica che lascia molto spazio e dà il giusto supporto. Da aggiungere che il violino può fare doppi stop, il che significa armonia costruttiva; i due Sax suonati all’unisono (Double Horns) danno lo stesso risultato. Entrambi i “solisti” possono quindi suonare potenti e duri riff. Sia io che Cross siamo tastieristi, scrittori e arrangiatori, quindi ci sono alcuni brani divertenti e corali. Abbiamo poi deciso di chiudere il cerchio inserendo una sezione ritmica straordinaria che ha lavorato insieme per diversi anni.

Qual è il tema di fondo dell'album? Riesci a considerarlo concettuale nonostante sia un lavoro strumentale?

Durante il nostro primo incontro del 2010 al Club il Giardino abbiamo scherzato sui personaggi di “Vladimir ed Estragon” protagonisti del dramma “Aspettando Godot”, di Samuel Beckett. Ci sono voluti otto anni per finire l’album perché, come ti dicevo, eravamo molto impegnati in molteplici progetti. Ciononostante abbiamo continuato a tornare verso questo tema disincantato dei vecchi uomini e probabilmente abbiamo inserito riferimenti religiosi, filosofici, classici, biografici e persino legati alla guerra, tutte cose che emergono nella scelta del materiale, nei titoli dei brani e persino negli arrangiamenti. Un esempio potrebbe essere l'inclusione del Big Ben da The Houses of Parliament in "Millennium Toll". Altri potrebbero essere "Going Nowhere" e "Mr. Morose”. Lo considererei quindi un concept album e non solo una raccolta di brani musicali.
Ulteriori indizi si possono trovare nella brillante copertina dell'album di Michael Inns. Prossimamente Cross e io riveleremo un'altra sorpresa e una dimensione pubblica di "Another Day", ma per il momento è un segreto. Ma renderà l'idea di concept molto più chiara.

Quanto è importante la tecnologia in un album come "Another Day"?

STRUMENTAZIONE: David Cross ha una meravigliosa serie di pedali FX e Loopers di cui ha il dominio totale e che hanno fatto parte del suo set up per molti anni. E’ materiale progettato per  chitarristi ma si adatta perfettamente al suo violino elettrico. In questo modo ha creato una vasta serie di toni e colori che si abbinano alla sua gamma di espressioni basate sulla flessibilità. Anche io ho molte unità FX e Loopers, ma su questo album e in questa particolare situazione ho sentito che era giusto suonare usando tutti i suoni naturali, unendo solo grandi riverberi ed echi occasionali. Nel disco suono fischietti, flauti, sax (sopranino, soprano, sassofono e tenore), e uso ottimi microfoni per ottenere un'espressione molto più ampia dalle mie trombe.

REGISTRAZIONE: la tecnica di registrazione ha sempre modellato il processo creativo in studio. Per fortuna sono passati i giorni delle macchine a nastro e della strana alchimia legata al “suono su suono”! Sia io che Cross usiamo al momento  Logic X, sebbene avessimo avviato il processo di questo album su Logic 9. La potenza di questo sistema è legata alla facile registrazione, di alto livello, e da potenti tecniche di editing. Aggiungiamo a tutto ciò l'accesso immediato a grandi FX, e meravigliosi strumenti armonici e sezioni ritmiche attraverso il MIDI. Quando abbiamo iniziato, siamo stati in grado da subito di improvvisare e sperimentare: scrivere, organizzare e spedire idee avanti e indietro via Internet, così da poter lavorare insieme e separatamente.
Quando improvvisavamo con la band, registrare con una separazione totale permetteva a Cross e a me di modificare brani come "Trane to Kiev", "Breaking Bad", "Mr. Morose” e “Time Gentlemen, Please”, fornendo alla tracce nuove forme eccitanti.

PRODUZIONE: L'altro ruolo vitale che la tecnologia ora gioca è nel mixaggio e nella produzione. Siamo stati fortunati nella realizzazione di "Another Day" anche per la presenza di mio figlio Jake, ovviamente felice di lavorare con noi. Ha vinto due premi (Breakthrough Engineer 2010 e miglior Live Recording 2012) e si adopera in tutte le aree della musica registrata. Lavorare in due studi diversi ci ha causato problemi nel creare suoni di batteria coerenti. Mick Paul e Jake sono arrivati ​​alla fine per una grande e risolutiva giornata agli Air Studios! Jake lavora molto per Nick Cave, il che significa anche suonare con il violinista Warren Ellis. Naturalmente anche il sax e i flauti sono stati prodotti magnificamente. Il master del processo finale ottenuto da Jake e il misterioso mondo dei plug-in ha fatto sì che la tecnologia ci abbia aiutato a produrre il miglior suono che avessimo mai registrato finora!

MASTERING: Jake ha scelto Jon Webber per completare il suono masterizzato in "Another Day". Questa modalità ci ha portato verso piccoli viaggi a ritroso per rimuovere i dettagli sonori errati che nessuno aveva notato prima, ma il risultato finale è meraviglioso.

Cosa puoi dire degli altri due elementi che compongono la squadra, Mick Paul e Craig Blundell?

La nostra sezione ritmica, Mick Paul e Craig Blundell, proviene dalla David Cross Band. Lavorano insieme da molti anni e hanno una comprensione reciproca unica e grande. Sono una squadra meravigliosa pronta a imparare e registrare rapidamente arrangiamenti complessi - o improvvisare senza una parola! Mick Paul è famoso per la sua potenza e delicatezza del basso a 6 corde Fretless e per la sua sensibilità armonica individuale. Craig Blundell ha la padronanza di complessi drum kit e ha un suono e un approccio caratteristico. È un batterista famoso in tutto il mondo in ambito Prog Rock, molto richiesto e considerato un top tra i drummers.
Molti dei pezzi di questo album provengono da improvvisazioni "cieche" in un piccolo studio. Il 'Blind' sta a significare che eravamo tutti in stanze diverse - essenziali per la separazione - e solo uniti da cuffie - con una traccia casuale per segnare il tempo. I soli pezzi dell'album che provengono da improvvisazioni di gruppo sono "Trane to Kiev", "Breaking Bad", "Mr. Morose” e “Time Gentlemen, Please”. Un credito equo va a Mick e Craig nell'identità di queste tracce!

È possibile definire la tua musica per alcuni giovani che difficilmente conoscono il prog degli anni '70?

Probabilmente no! Ecco perché abbiamo bisogno di giornalisti e analisti musicali.
Il disco è ben eseguito e ha un suono eccezionale, e fa riferimento alla musica che ci ha preceduto e ci ha influenzato tutti, ma realizza un suono - e forse una nuova voce - tutto suo. Può essere feroce e può essere sublime; può essere edificante e può essere inquietante. Riflette il tempo in cui ci troviamo ora, proprio come il Prog degli anni '70 rifletteva quel tempo e quel sentimento.

Avete pianificato un tour per promuovere l’album? Verrete in Italia?

David Cross e io ci godiamo la libertà e la spontaneità di suonare come un Duo e abbiamo già suonato così in UK, Olanda e Italia. Questo è quanto è stato pensato per "Another Day". Dal vivo usiamo copiose quantità di tecnologia, sia in FX che in Loop, e creiamo versioni di diverse tracce dell'album. Includiamo anche alcuni brani dei “nostri” King Crimson e Van der Graaf Generator. Ci piace coinvolgere il pubblico!
Quindi siamo pronti e disposti a promuovere l'album comunque e ovunque ci sia un pubblico. Potremmo anche creare una band per riprodurre l'album così com'è, ma richiede molto investimento a tutto tondo, ma non vogliamo escludere questa idea!
O come Cross e Jackson Duo, o Cross & Jackson Band, ovviamente vogliamo venire a suonare l'Italia! Per favore aiutaci a trovare la strada!



Track list:

1. PREDATOR
2. BUSHIDO
3. LAST RIDE
4. GOING NOWHERE
5. TRANE TO KIEV
6. MILLENNIUM TOLL
7. ARRIVAL
8. COME AGAIN
9. BREAKING BAD
10. MR. MOROSE
11. ANTHEM FOR ANOTHER DAY
12. TIME GENTLEMEN, PLEASE

INFO:
David Cross & David Jackson Official website: www.crossandjackson.com
David Cross:
Twitter: @DavidCrossMusic

David Jackson:
Official website: http://www.jaxontonewall.com
Twitter: @jaxontonewall
Per acquistare "Another Day" di David Cross e David Jackson:
Acquisto CD e ulteriori informazioni: www.crossmusic.co.uk