venerdì 28 aprile 2017

Paidarion Finlandia Project – “Two Worlds Encounter”




Paidarion Finlandia Project – “Two Worlds Encounter”
50minuti 11 tracce

Un po’ di storia e l’introduzione all’album…

I Paidarion nascono in Finlandia nel 2006. La loro musica attinge dal rock più tradizionale e attraverso trame melodiche abbraccia i temi progressive.
Nell’aprile del 2015 i Paidarion invitano in Finlandia cinque amici musicisti con l’intento di presentarli come ospiti nei loro concerti: i vocalist Jenny Darren e Kev Moore, inglesi, il chitarrista ungherese Bogàti-Bokor Akos e il tastierista finlandese Otso Pakarinen. La soddisfazione è tale che i titolari Jan-Olof Strandberg - bassista - e Kimmo Porsti - batteria -, decidono di trasportare in studio i brani realizzati dal vivo e dare vita ad un nuovo progetto finalizzato al nuovo disco: il Paidarion Finlandia Project. A questi si aggiunge il tastierista inglese Robert Webb.
Trattasi di artisti di lungo corso, molto attivi su diversi fronti, meno conosciuti in Italia, ed è questa l’occasione per scoprire qualcosa di nuovo.
Il risultato della collaborazione è un album uscito nel settembre del 2016 dal titolo “Two Worlds Encounter.

“Volevamo fare un album nello stesso modo in cui un grande scrittore scrive un grande libro, o un regista dirige un grande film, qualcosa che si può godere dall’inizio alla fine senza annoiarsi, qualcosa che tocchi il cuore della gente”.

Il progetto è costituito da musicisti che arrivano da luoghi diversi e appartengono a culture differenti, che si ritrovano per suonare e divertirsi, due mondi che si incontrano, come suggerisci il titolo, due mondi che si fondo grazie alla musica.


IL COMMENTO ALL’ALBUM

Mi sono avvicinato da poco al prog finlandese grazie a… un italiano, quel Marco Bernard conosciuto per i tanti progetti musicali e impegnato con i suoi The Samurai of Prog, band “studio” per effetto dell’utilizzo di una parte cospicua di artisti provenienti da paese lontani, una situazione non facilmente ripetibile sul palco.
I Paidarion hanno alcune cose fondamentali in comune con i TSOP, oltre al paese di provenienza: il batterista Kimmo Porsti (in questo caso, anche, produttore del disco), la mano magica di Ed Unitsky, creatore dell’artwork, e la tendenza a realizzare una squadra ridondante unendo elementi di diverse nazionalità.
In questo caso le logiche si rovesciano, e il disco nasce solo dopo aver testato la validità e l’empatia “on stage”, con l’ovvia conclusione della realizzazione di un album, Two Worlds Encounter, e la trasformazione occasionale da Paidarion a Paidarion Finlandia Project: e due mondi diversi si incontrano!
Il risultato è un lavoro eterogeneo, dove la melodia emerge, così come la “delicatezza delle trame che non sono mai alla ricerca né del virtuosismo estremo, né di ritmiche e giri armonici cervellotici.



La maggior parte dei brani è caratterizzata dalla vocalità educata della vocalist Jenny Darren (“Colin and wendy”, Billy would climb”, “Fragile Bridge”, “Yellow”,Ode to Billie Joe”, “Grand canyon of my dreams”), contrapposta al tono metallico di Kev Moore (“Horsemen to symphinity”,Why oh why” e “Hahmo”), e in questo ventaglio di colori si può pescare l’intimismo che attraversa  vari generi musicali, così come la canzone “leggera” tipica del pop americano.
Due i brani strumentali: “Jungle fever”, nel verbo del dialogo fusion tra il piano elettrico di Robert Webb e i sintetizzatori di Otso Pakarinen, e Cloudberry sky”, il solo di chitarra acustica di Bogàti-Bokor Akos, a dimostrazione delle diverse frequenze dell’album.
Un disco davvero gradevole, adatto ad ogni tipo di fruitore della musica di qualità, dai suoni… internazionali.
Tutto sommato la denominazione “progressiva” risulta essere congrua proprio pensando all’assoluta libertà e alle varianti in gioco, ma esiste un elemento importante che fa pendere l’ago della bilancia, l’incredibile art work di Ed Unitsky.
Come è ben noto al pubblico del prog, certi album hanno assunto importanza anche grazie a realizzazioni visual di spessore e fantasia, e devo dire che attualmente non conosco nessuno come Unitsky che si avvicina ad una certa filosofia grafica nata nei seventies: le sue copertine sono opere d’arte e la cura dei particolari fa sì che i lavori dove lui interviene sono, a mio giudizio, quelli che più riescono a risvegliare il profumo dell’antico vinile.


Ho chiesto proprio a Ed Unitsky qualche informazione sul suo lavoro con i Paidarion (Jan-Olof Strandberg  e Kimmo Porsti), che cosa lo avesse ispirato in questa occasione e che cosa rappresenti per lui questo tipo di collaborazione.

Collaboro con Kimmo Porsti da diversi anni - come ben sai fa anche parte del gruppo di rock progressive "The Samurai of Prog" con cui ho realizzato l’artwork di tre album -, e quindi sono stato molto contento quando mi ha chiesto di curare anche il nuovo progetto dei Paidarion.
Come solitamente accade nel mio lavoro, basato sulla collaborazione con i musicisti, ho ricevuto il titolo del nuovo album - "Two Worlds Encounter" - e il suo concetto guida generale, alcuni testi, la musica, e da tutto questo ho tratto l’ispirazione. Mi piace lavorare così perché è un metodo che mi consente la piena libertà creativa.
Non sempre l’idea base mi è chiara. Con l’album precedente, “Behind the Curtains”, avevo in testa un circo vittoriano: il nostro mondo reale, attuale, moderno, può esserne il suo riflesso in qualche modo. Abbiamo discusso di questo con Kimmo e ho capito che i musicisti, per la cover, preferivano qualcosa che non fosse grottesco e old fashion ma fantasioso.
"Due mondi diversi si incontrano ...", questo mi ha scritto Kimmo in occasione del nuovo disco, ed ecco che la nuova trama ha cominciato a svilupparsi nella mia testa. Non volevo esporre subito la mia idea e ho iniziato a giocare con la mente, immaginando gli oggetti e la loro diversa prospettiva. Amo i simboli e le tracce delle civiltà antiche (vedi, ad esempio, i volti di pietra e di ghiaccio nelle parti in cui si evidenzia il panorama roccioso), e mi piace inserire personaggi e entità nel paesaggio, arricchendo i colori e cercando di dare un’armonia spaziale alle immagini.
In realtà posso disegnare i luoghi nella mia mente, posto in cui queste situazioni sono molto chiare - come se le vivessi realmente -, e riesco quindi a realizzare una fotografia di quello che ho pensato ed elaborato. Così, quando comincio a lavorare su un pezzo, le idee si evolvono mentre le creo.
A questo punto invio il mio lavoro ben definito da utilizzare per la cover e resto in attesa della risposta dei musicisti, e sono molto felice quando dimostrano di amare il risultato quanto me.
Dopo che l'anteprima dell'opera riceve l’approvazione, si va oltre la copertina e si passa a tutti gli altri dettagli che poi completeranno il booklet.  
Sintetizzando… la piena implementazione di un concetto da racchiudere nella grafica di un un album musicale include, sia le mie idee, che il riflesso di tali idee nel “prodotto finito”, partendo dalla cover art sino al booklet, seguendo un disegno comune e la piena condivisione.

E ora non resta che il riassunto sonoro…



mercoledì 26 aprile 2017

Sir Rick Bowman - “A Quiet Life”


Sir Rick Bowman - “A Quiet Life”
New Model Label

A distanza di quattro anni dall’esordio autoprodotto, Shades Of The Queue”, i toscani Sir Rick Bowman propongono l’album della prima maturità, quello che solitamente presenta un elemento di continuità calato sul genere musicale che più si ama legato alla voglia di nuovo, mantenendo fede ai saldi principi, spesso molto rigidi se si è in giovane età. Il titolo del nuovo lavoro è A Quiet Life”.
La vita tranquilla è quella a cui si aspira, spesso, al limite dei 30 anni, quando alcune cose finiscono - l’adolescenza, gli studi, la frivolezza… - e altre ne arrivano, quelle che spaventano, che vedono in prima linea obiettivi e responsabilità, quelle a cui a volte si pensa di non essere preparati. Ma abbiamo degli esempi davanti a noi, degli stereotipi, dei luoghi comuni che prevedono l’esistenza di azioni codificate a seconda dell’ età. Esistono alternative?
I Sir Rick Bowman propongono il loro punto di vista, vivendo l’esperienza in diretta, trasformando idee e pensieri in musica, perché è con la MUSICA che i giovani, da sempre, si raccontano e si ascoltano.
La modalità espressiva dei Sir Rick Bowman prevede l’utilizzo della lingua inglese, perché non esiste niente di meglio quando si vuole aumentare il tono della discussione/affermazione, basta un po’ di slang e gli accordi giusti e si ritorna con la mente alla beat generation - che non è solo ad appannaggio di chi l’ha vissuta in diretta -, arrivando a successive generazione che utilizzano le stesse linee guida, quelle capaci di tracciare un fil rouge tra Who, Oasis, Blur e Slydigs.

Ovviamente l’utilizzo della lingua di Albione ha altre motivazioni, soprattutto legate alla capacità di adattarsi alle parti sonore nel rispetto delle metriche, ma dando un’occhiata alla cornice del dipinto qualche motivazione, a volte inconscia, appare chiara ad occhio esterno.
Quarantacinque minuti di musica che riescono a  catapultare l’ascoltatore attento in un mondo ben preciso, carico di significati, dove l’utilizzo della lettura dei testi aiuta ad entrare nella storia, seria, autobiografica, che i S.R.B. propongono, un contenitore che potremmo definire concept album visto il legame esistente tra i pezzi del mosaico.
A esemplificazione del concetto presento l’official video, la title track, il sunto dei significati racchiusi nell’album.
Le trame sonore e ritmiche sono convincenti, e basta un inizio di ascolto per inquadrare il disco in un preciso genere di riferimento, il britpop, che continua a mantenere originalità e voglia di emulazione.
Tra le undici tracce trovo una piccola perla, apparentemente fuori schema, Seawolf, un momento intimistico di forte impatto.
Un bel disco, maturo nei pensieri, godibile per quanto di musicale sa esprimere.


Biografia tratta dal sito di riferimento
La band nasce nel 2008, quando l’allora nucleo originale formato da  chitarra, basso e batteria inizia a comporre brani in cui da subito emerge la passione della band per la musica inglese, in particolare il britpop. Il gruppo comincia presto ad affacciarsi sui palchi delle province di Prato e Firenze in forma semi-acustica, arruolando progressivamente musicisti (seconda chitarra, piano) in grado di esprimere e dare vita ad un progetto che già dalle prime intenzioni sembra dover acquisire un respiro più ampio. Dopo alcuni EP, le aperture dei concerti per The Niro a Prato nel 2010 e nel 2011, le due partecipazioni al Rock Contest di Controradio, e diverse esperienze live in giro per la Toscana, la band pubblica nel 2013 il primo disco autoprodotto “Shades Of The Queue”, dove partendo dal folk rock di matrice britannica, si passa attraverso atmosfere e sonorità alt rock, fondendo l’elettronica col gusto per la melodia del primo britpop. Conclusa l’esperienza del primo album, i Sir Rick Bowman cambiano batterista e si chiudono in studio per dar vita al secondo disco, in cui compaiono nuove influenze ed una maggiore maturità, “A Quiet Life!

Link:


La Band: 
Riccardo Caliandro – voce, chitarra 
Andrea Fabio Fattori – chitarra 
Francesco Battaglia – basso, cori 
Giacomo Di Filippo – tastiere, cori 
Emanuele Pagliai – batteria
Il disco è stato registrato a metà tra l’El Sop Recording Studio (Sesto Fiorentino – FI) e The Carlos Room (Prato), mixato e masterizzato da Leo Magnolfi e la band sempre presso l’El Sop Recording Studio

martedì 25 aprile 2017

Massimiliano Cremona –" L’Inverno è passato"


Massimiliano Cremona – L’Inverno è passato
(New Model Label)
Questo disco parla soprattutto di persone. A tutte loro e alle loro azioni, positive o negative, un ringraziamento speciale”.
E’ questa la chiosa dell’autore, una dedica che segue i fatti, perché quelle “azioni, positive o negative” hanno determinato un sunto di vita, un tirare le fila, un omaggiare e ricordare, che nel caso del “lavoro” del generico cantautore si traduce nella realizzazione di brani che diventeranno macigni inamovibili, che nessun agente atmosferico potrà rimuovere e nemmeno scalfire.
Ma il cantastorie in questione deve essere bravo, laddove l’aggettivo “bravo” sfugge a ogni tecnicismo e a ogni abilità verbale, perché gli ingredienti devono essere saggiamente miscelati… non per stupire, non per pontificare, ma per dare il senso della bellezza estetica applicata alla quotidianità. 
E nasce “L’Inverno è passato”.
Massimilano Cremona è calato alla perfezione nella realtà, perché è quella che vuole raccontare, che sa raccontare, e non esistono passaggi tra i suoi dieci brani in cui non mi sono a tratti riconosciuto, sorridendo, intristendomi, divertendomi.
Amicizia, amore, affetti familiari, un senso della vita che scorre lasciando rimorsi e rimpianti… un quadro magistrale che tocca nel profondo l’ascoltatore; ma la sensazione di piena condivisione arriva piano piano, con delicatezza, usando educazione piuttosto che la forza prorompente di una scomoda verità.

Anche dal punto di vista meramente musicale l’album risulta particolarmente piacevole, e la base rock di Massimiliano Cremona emerge palesemente, con il ricorso, anche, a strumenti comuni ma inusuali per il genere cantautorale (flauto traverso e banjo), così come risulta evidente nel brano che propongo a seguire - “La spiegazione” -, una sorta di tormentone che, se passato con continuità in radio, diventerebbe una hit sicura.

Da segnalare che il disco è stato in parte registrato a Milano presso lo Jacuzi Studio di Giuliano Dottori, prodotto ed arrangiato da Marco Kiri Chierichetti e masterizzato a Nashville da Steve Corrao.

Un lavoro musicale che consiglio caldamente, a tutti, in modo trasversale.


Tracklist:
1. Aria e acqua
2. La spiegazione
3. Canzone per un amico
4. Con incanto ed ossessione
5. L’inverno è Passato. A Sissi
6. Vuoto
7. Disincanto
8. Sospetti
9. Veloce (feat. Giuliano Dottori)
10. Ninna nanna per Massi e i suoi amici

Biografia tratta dal sito di riferimento

In veste di chitarrista, Massimiliano Cremona ha suonato e suona tuttora in alcune significative formazioni artistiche del Lago Maggiore: Semadama (rock alternativo italiano, un album omonimo), Il Vile (stoner rock, l’album “Insonne” e due minitour in Spagna), Los Borrachos (rock’n’roll, il live “Ubriachezza molesta”, l’album “Verso est” e innumerevoli concerti dal vivo).
Nel 2014 fonda, insieme a Enrico Sempavor Gerosa, gli Animali Acustici, con i quali ha un’intensa attività live (da segnalare un minitour in Germania).
A inizio 2015 esordisce in veste di cantautore pubblicando il disco Canzoni dalla nebbia, presentato a Verbania, Novara e Milano.
Ancora nel 2015 inizia, insieme al produttore Marco Kiri Chierichetti (fonico e musicista verbanese), i lavori per il secondo disco L’inverno è passato, in parte registrato a Milano presso lo Jacuzi Studio del cantautore Giuliano Dottori e masterizzato da Steve Corrao a Nashville (Usa).
La band con cui ha registrato l’album e con cui si esibirà nelle date di presentazione del nuovo lavoro comprende i musicisti Marco Kiri Chierichetti (flauto traverso, armoniche, effetti), Enrico Gerosa (cori), Alberto Fabbris (chitarra elettrica, banjo), Andrea Polidoro (basso elettrico) e Sergio Polidoro (batteria).

Link:

Discografia:
L’Inverno è passato (New Model Label – 2016) / Canzoni dalla nebbia (autoprodotto – 2015)



domenica 23 aprile 2017

Semiramis in concerto a Genova: il racconto della serata




Evento unico quello del 22 aprile a La Claque di Genova, luogo deputato per il ritorno alle scene dei seminali Semiramis, band storica, degna rappresentante  del prog italiano, con l’unico… demerito, quello di aver realizzato un solo album, “Dedicato a Frazz”… roba da collezionisti!
L'organizzazione, come spesso accade, è della Black Widow Records.
La serata è dedicata alla riproposizione dell’intero album, ma la presentazione finale di un nuovo brano fa presupporre che sia in lavorazione un secondo capitolo, a distanza di 44 anni, e che quindi la reunion non sia solo fatto episodico e simbolico ma l’inizio di un nuovo progetto.
A chiudere il cerchio del mio ragionamento/speranza l’annunciato tour in Giappone di prossima realizzazione, assieme ai Delirium.

A preparare l’ambiente ci pensa l’ensemble AcusticA, un quartetto talentuoso capitanato dal “Maestro” Gianni Martini - chitarrista -, di cui fa parte la cantante Chiara Micheli, Matteo Santagata - chitarra acustica e voce - e Giovanni Acquilino, flauto e voce.



Il progetto dovrebbe essere in embrione, ma ciò che hanno proposto - un mix acustico di musica “importante” degli anni ’70 - ha fornito il giusto profumo all'apertura, una performance piacevole, sia per la scelta dei brani che per la capacità di donare un volto delicato a brani decisamente elettrici, come “Light My Fire” dei Doors.
Il loro è un viaggio di una trentina di minuti che tocca la musica d’oltremanica, quella dei Beatles e degli Stones, ma soprattutto quella dei Traffic, come dimostra il filmato che propongo a seguire.

Aspettiamo nuove notizie dagli AcusticA


In attesa del gruppo clou, lo scambio di battute tra i presenti delinea più o meno lo stesso pensiero: curiosità di ascoltare dal vivo una band mai vista, e voglia di testare la tenuta di una musica creata tantissimo tempo fa, “ripassata” nella settimana di avvicinamento al concerto, tanto per rinfrescare la memoria.

I Semiramis presentano tre degli elementi originali: Giampiero Artegiani - nell’occasione narratore e chitarra -, Maurizio Zarillo alle tastiere e Paolo Faenza alla batteria… nomi noti nel circuito musicale!
La formazione, in origine formata da cinque elementi (Michele Zarillo alla voce e chitarra e il bassista Marcello Reddavide), vede ora l’aggiunta di Rino Amato alle tastiere, Ivo Mileto al basso, Vito Ardito alla voce e chitarra 12 corde e il giovane chitarrista elettrico Antonio Trapani.

Dopo la completa presentazione di Artegiani, che riporta al passato e arriva sino ai giorni nostri, va in scena l’intero album (da ricordare l’incredibile copertina realizzata dall’inglese Gordon Faggetter), Dedicato a Frazz (Frazz è l’acronimo dei cognomi dei membri originali della band), un concept in cui si racconta la lotta tra la vita reale e la finzione che tormenta il protagonista della storia, un doppio volto che appare tuttora attualissimo nella sua simbolicità.



Sotto la guida di Artegiani, che detta i tempi come un maestro d’orchestra, emerge tutta la forza della musica dei Semiramis, probabilmente molto più possente e integrata rispetto a quanto avveniva nei live dei seventies, perché la maturità e la tecnologia hanno, ovviamente, peso rilevante. Non si può parlare di enorme esperienza nel caso di Trapani per un semplice fatto anagrafico, ma da quello che ha mostrato sul palco, dal gusto e dalla competenza dimostrata sulla sua Gibson SG, dal contenimento dell’esuberanza giovanile a vantaggio del gioco di squadra, direi che è un perfetto pezzo di un mosaico esaltante.
Sì, esaltante è un aggettivo tra i più gettonati nel post concerto, una performance davvero oltre ogni aspettativa, con il racconto disegnato non solo da musica e parole, ma anche da luci, colori e azioni - il clown impiccato che compare sul palco ne è un esempio -, il tutto corroborato da un sound che colpisce, costituito da ingredienti perfetti, da un fraseggio tastierstico pregevole, da una sezione ritmica in grande evidenza, da una voce sempre puntuale e particolarmente adatta alla proposta.

Si arriva alla fine e, come annunciato da Artegiani, i Semiramis preparano l’antipasto per il futuro album, un brano che, non solo a mio giudizio, è arrivato immediatamente al pubblico, cosa non semplice quando si parla di costruzioni prog.

Riflettendo e commentando a posteriori, una delle cose più sorprendenti, relativamente a quanto realizzato in quel lontano 1973, è il fatto che un album così… efficace, sia stato concepito da minorenni! Sul palco del La Claque i sedicenni non erano contemplati ma la loro musica è rimasta, intatta, più bella che mai…

La realizzazione del futuro DVD, testimonianza della serata, sarà utile per gli amanti del prog, non presenti nell’occasione.





sabato 22 aprile 2017

I Vibravoid al Beer Room di Pontinvrea: il commento con foto e video


La collaborazione tra l’associazione Vincebus Eruptum di Davide Pansolin e il Beer Room di Pontinvrea, nell’entroterra savonese, riporta nelle nostre zone una band decisamente di nicchia ma dal passato importante, un’esperienza musicale che dura da 25 anni, i Vibravoid.
Ho sottolineato un ritorno in Liguria, ma il feeling tra il gruppo tedesco e il pubblico italiano è decisamente consolidato, segnale che si può ad esempio cogliere leggendo la discografia che, nel 2013, evidenzia il titolo di un album nella nostra lingua, “Delirio dei sensi”.
L’attualità è rappresentata dal nuovo disco, Wake up before you die”, ma da quanto ho potuto vedere/ascoltare un loro concerto va vissuto, almeno una volta, indipendentemente dalla tipologia dei brani proposti.
Proviamo ad inquadrarli.
Attivi sin dal 1989, i Vibravoid scelgono una strada che non abbandoneranno più, fatta soprattutto di musica psichedelica,  cioè quella che loro definiscono “… la madre di tutta la musica moderna”.
Ciò che propongono è qualcosa che arriva direttamente dagli anni ’60 e che si ferma nel 1970, un periodo in cui anche l’utilizzo delle droghe era idealizzato e messo al servizio della creatività musicale. Non è un caso che uno dei loro amori psichedelici iniziali, i Pink Floyd, perda interesse nel momento in cui Syd Barrett sparisce dalla scena.
A giudicare dall’assidua produzione e dall’importante attività live si può affermare che la loro coerenza musicale abbia pagato.
Ma perchè questo avvenga in modo compiuto e solido occorre andare oltre la musica e sposare l’ideologia, uno stile di vita che tiene conto di concetti antichi, magari semplici, messi rapidamente nel dimenticatoio con l’etichetta di utopistici. Mi riferisco a quel movimento un tempo chiamato “Peace & Love” così ben incarnato dai Vibravoid, passati e presenti.
E basta dare un ‘occhiata al palco per rendersi conto della loro dimensione di vita e ipotizzare che cosa sta per arrivare, sottoforma di sunto sonoro e visivo.
Strumentazione vintage, colori e fiori, immagini che emettono profumi antichi.

Alle 22.30 il trio inizia un concerto che durerà una paio di ore, ed forse per l’ora tarda che non è andato in scena il rito del bis… ma ciò a cui hanno partecipato i presenti sarà comunque impossibile da dimenticare.
Un esempio che calza a pennello con la loro idea di performance risiede nella mia banale domanda iniziale e nella conseguente risposta, la richiesta di una “scaletta” da inserire nel commento al concerto, ma… non esiste scaletta, si improvvisa!

Il loro repertorio si miscela ad amori universali e conosciuti, e così tra i vari passaggi ritroviamo anche il mito di Barrett e gli Iron Butterfly.
Brani dilatati all’inverosimile, suoni d’altri tempi, virtuosismi solistici, distorsioni lancinanti (la pedaliera del cantante e chitarrista Christian Koch è tanto incisiva quanto bella da guardare)...


… ampli Vox valvolari, e persino un mini theremin che contribuisce a infiammare la scena.
I volumi sono alti - almeno per le mie orecchie - ma anche questo è elemento imprescindibile.

Dario Treese si accolla un grande lavoro tastieristico, recitando anche la parte del basso, impegnato in trame che riportano a Ray Manzarek, mentre Frank Matenaar conduce i ritmi lasciandosi spesso andare in passaggi di largo effetto.
L’idea che rimane è quella che lanciato l'input il resto venga naturale, e probabilmente ogni volta nasce un pezzo unico e mai paragonabile a sé stesso: il medley che propongo a seguire risulterà rappresentativo della serata.

Prima dell’inizio del concerto, a domanda specifica relativa alla qualità del gruppo, Davide Pansolin rispondeva in modo sufficientemente criptico: “… è un’esperienza che bisogna fare!”.
Concordo con Davide, valeva la pena esserci!





giovedì 20 aprile 2017

The Concert for Bangladesh



Nella Hit Parade italiana (Top 100) del 1971, il centesimo posto (miglior piazzamento n.18) va a "The Concert of Bangladesh", di George Harrison.

Ecco come è ricordato il "Concerto per il Bangladesh" (notizie catturate dalla rete)…

Nell'estate del 1971, rispondendo ad un invito di Ravi Shankar, Harrison organizzò in prima persona il celebre Concerto per il Bangladesh, iniziativa benefica a favore delle popolazioni di profughi dalla guerra civile tra India e Pakistan, che portò alla costituzione dello stato del Bangladesh.
L'evento, che sarebbe diventato il suo "fiore all'occhiello", fu la prima iniziativa musicale di beneficenza di ampia portata ed ebbe una risonanza mondiale. Il 1° agosto furono organizzati due spettacoli dal vivo al Madison Square Garden di New York, che fecero registrare il "tutto esaurito" grazie alla presenza di ospiti illustri quali Bob DylanRavi ShankarEric ClaptonLeon Russel e Ringo Starr.
Gli spettacoli furono seguiti da un pubblico di circa 40.000 spettatori. Il secondo concerto fu registrato e pubblicato sul triplo LP live intitolato "The Concert for Bangladesh" (1971), che ottenne un notevole successo in tutto il mondo.


Dall'evento fu ricavato anche un film concerto dallo stesso titolo (1972). George Harrison Ravi Shankar ricevettero poi il premio Child Is The Father of the Man dall'UNICEF, come riconoscimento per gli impegni umanitari, mentre il doppio album ricevette il premio "Album dell'anno" ai Grammy Awards del 1972.
Considerando la portata dell'evento, gli intenti benefici furono tuttavia raggiunti soltanto parzialmente. Nel corso del 1972, i funzionari del Fisco americano sollevarono varie questioni in merito ai proventi raccolti dal concerto e dalle iniziative connesse.
L'album, tra l'altro, non fu considerato una pubblicazione benefica, con la conseguente applicazione sui proventi della normale tassazione per le pubblicazioni standard. Una parte consistente dei fondi raccolti rimase quindi bloccata fino al 1981.
Fu un duro colpo per Harrison, che rimpianse per lungo tempo il fatto di aver organizzato il concerto in fretta (cinque settimane soltanto) e di non aver istituito, causa i tempi ristretti, una fondazione benefica a cui destinare subito e senza problemi tutti i fondi raccolti.

venerdì 14 aprile 2017

Sister Rosetta, la madrina del Rock'n'Roll


Girovagando tra i filmati presenti in rete mi sono imbattuto in una grande musicista del passato la cui storia non avevo mai approfondito: Sister Rosetta.
Il blues e il gospel sono miei amori… collaterali, alimentati dalle mie esperienze americane, luoghi la cui visita mi ha permesso di vivere da vicino esperienze musicali incredibili, immerso in un mondo dove la vera musica la si può trovare nelle strade di Beal Street, a Memphis, così come ad Harlem, nel corso di una qualsiasi funzione domenicale del quartiere newyorchese.
Il filmato a seguire mi ha colpito, affascinato, e riportato ad un mondo in bianco e nero che non esiste più, anche se resta l’essenza di quella musica.

Riporto alcune notizie relative a Rosetta, recuperate da wikipedia:
Rosetta Tharpe (Cotton Plant, 20 marzo 1915  Filadelfia, 9 ottobre 1973) è stata una cantante e chitarrista statunitense, pioniera della musica gospel.
Fu anche compositrice ed ebbe una grande popolarità negli anni trenta e quaranta grazie alla particolare fusione di spiritual e blues presente nei suoi lavori musicali. È considerata la prima grande star del gospel fin dal 1930 ed è famosa come la "original soul sister" della musica su vinile. Ritenuta la primogenitrice del rock and roll, ha influenzato molti musicisti fra cui Chuck Berry, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash e Little Richard.
È conosciuta anche con il nomignolo di "Madrina del Rock'n'Roll".
Nacque, Rosetta Nubin, in una piantagione di cotone, nell'Arkansas; i genitori, Katie Bell Nubin e Willis Atkins, erano raccoglitori di cotone. Suo padre, la cui biografia rimane oscura, era un cantante. Nel 1921, sua madre si separò dal marito per diventare un'evangelista itinerante per la Church of God in Christ (COGIC).
Tharpe iniziò a esibirsi all'età di quattro anni, presentata come "Little Rosetta Nubin, canto e chitarra miracolati", accompagnando la madre che suonava il mandolino e predicava in tutto il sud degli Stati Uniti. La sua famiglia si trasferì a Chicago alla fine del 1920, eseguendo musica gospel in concerti pubblici, suonando anche, in privato, musica jazz e blues.
Nel 1934, sposò il predicatore Thomas Thorpe (da cui "Tharpe", cognome nato da un errore ortografico). Il matrimonio non fu felice, Thorpe venne descritto come "un tiranno" dalla stessa Rosetta. Nel 1938, lasciò il marito, e con la madre si trasferì a New York City. Nel corso della sua vita, sebbene si risposò più volte, mantenne sempre il cognome Tharpe.
Il 31 ottobre 1938, all'età di 23 anni, Tharpe registrò per la prima volta – per la Decca Records – sostenuta dalla "Lucky" Jazz Orchestra di Millinder con il quale aveva firmato un contratto di sette anni. Le sue registrazioni causarono scandalo fra i molti fedeli che restarono scioccati dalla miscela di musica sacra e profana, ma il pubblico laico rimase estasiato.
La presenza all'evento di John Hammond From Spirituals to Swing in quello stesso anno e presso il Cotton Club e il Café Society insieme ad altri grandi nomi come Cab Calloway e Benny Goodman la resero ancora più popolare.
Canzoni come This Train e Rock Me, che coniugavano i temi evangelici con un sound innovativo per i tempi, sono diventati successi tra il pubblico con pochi precedenti nella storia della musica gospel. Il brano è entrato nella Grammy Hall of Fame Award 2016.
Tharpe continuò a registrare durante la seconda guerra mondiale. La sua canzone Strange Things Happening Every Day, registrata nel 1944 con Sammy Price, pianista di boogie woogie di casa alla Decca, mostra il suo virtuosismo come chitarrista e l'originalità dei suoi testi. Fu la prima canzone gospel a entrare nella top ten della Hit Parade di Billboard. La Tharpe ottenne più volte questo risultato durante la sua carriera. Fu in tour per tutto il 1940, sostenuta da vari quartetti gospel.
Dopo il periodo Decca, registrò in coppia con Marie Knight, e la loro più grande hit fu Up Above My Head.
Negli anni sessanta, con la riscoperta del blues, girò l'Europa, accanto a star del calibro di Muddy Waters.
Colpita da un ictus nei primi settanta, dovette ridurre il numero di esibizioni in pubblico. Le fu amputata una gamba, causa complicazioni col diabete.
Morì nel 1973, alla vigilia di una sessione di registrazione da tempo programmata.
Fu sepolta nel cimitero di Northwood a Philadelphia, in Pennsylvania.


mercoledì 12 aprile 2017

ENRICO MERLIN, VALERIO SCRIGNOLI-Maledetti [Area Music]




ENRICO MERLIN, VALERIO SCRIGNOLI
electric guitar duo
Maledetti
[Area Music]
8 tracce | 52:34
Musicamorfosi (distr. Egea)

L’ascolto di Maledetti (Area Music), di Enrico Merlin e Valerio Scrignoli, mi ha condotto al passato, alle origini, perché l’impulso irrefrenabile è stato quello di riascoltare la fonte. Chiarisco, non c’era la necessità di produrre esercizio di paragone, ma il materiale genericamente stimolante - e quindi non solo la musica - spinge spesso verso un effetto domino che porta a ricerche non necessariamente includenti un obiettivo chiaro.
Aggiungo: pesare la musica degli AREA di Demetrio Stratos - il vocalist per eccellenza - cercando poi connessioni con un duo strumentale, parrebbe un ossimoro.
Eppure il legame c’è, voce o non voce.
Chiunque abbia conosciuto la musica degli AREA - e chiunque abbia ben chiaro chi sia stato Stratos - sa bene che la libertà, la sperimentazione e il coraggio siano stati elementi imprescindibili all’interno del loro credo musicale, tanto che è sempre risultato difficile dare una collocazione alla band - ammesso che sia utile e intelligente -, che per comodità è sempre stata inserita nel filone prog - tendente al jazz -, un genere che ha sempre permesso di racchiudere e miscelare le varie forme musicali esistenti.
Ed ecco il fil rouge che unisce due progetti temporalmente molto lontani tra loro: l’esagerazione sperimentale di una band seminale, uguale a nessun altra, e un’altrettanta ridondanza musicale, aiutata dai tempi moderni, dalla tecnologia, ma uguale nello spirito.
Mi ha colpito la chiosa di Max Carbone inserita nell’art work: “No celebrazioni sterili, basta dialoghi con gli assenti…”.
I “dialoghi con gli assenti” sono quelli che emergono ad ogni angolo quando si parla, soprattutto, di Demetrio, descrivendolo come l’esempio positivo, il mito, l’irraggiungibile: fatto comprensibile, spontaneo e dovuto.
Ma quello che il duo di chitarristi propone in questo album non è celebrazione, non è tributo, non è coverizzazione, ma piuttosto la presa in carico di materiale di estrema qualità, avendo come obiettivo la manipolazione dei suoni originali con l’intento di dare nuova anima, meglio dire una seconda anima, fornendo così un altro punto di vista, perché la musica regala sempre nuove possibilità.

Enrico Merlin e Valerio Scrignoli sono musicisti talentuosi, virtuosi dello strumento, ma non è esercizio di bravura quello che propongono, piuttosto una… nuova esposizione!
La scelta degli otto brani è dettata certamente dal cuore - pezzi che hanno lasciato il segno - ma anche dalla predisposizione degli stessi ad essere plasmati e rivisitati.
Gli album da cui si attinge sono quindi di epoche diverse tra loro, e a sottolineare l’assoluta voglia di distacco dal passato il fatto che tre tracce provengano dall’album “1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano! (Hommage à Violette Nozières, Vodka Cola e Il bandito del deserto), del 1978, realizzato senza Paolo Tofani e la sua storica chitarra, strumento con cui Meriln e Scrignoli, al contrario, costruiscono questo album.
Due brani sono tratti da Crac! (La mela di Odessa e L’elefante bianco), disco del 1975, uno da Maledetti (maudits), del ‘76 - l’iniziale Evaporazione - mentre appare d’obbligo l’esposizione con “trattamento” di Cometa Rossa - da  Caution Radiation Area, del ’74 - e Luglio, agosto, settembre (nero), dal primo lavoro, Arbeit macht frei, del 1973.

Tutto questo solo per la cronaca, perché l’ascolto del disco regala continue sorprese che penso possano arrivare ad un pubblico sufficientemente traversale: quello intellettualoide, affascinato dalla musica contemporanea, ma soprattutto quello che ama essere attraversato da nuovi suoni e dalla loro bellezza; non mancheranno poi gli attenti lettori della relatività musicale, quel teorema, forse non scritto, che permette a chi crea di fornire particolari e differenti chiavi di lettura ad ogni successivo passaggio, stato che può tranquillamente valere anche per il mero fruitore di tale musica, una situazione di piena osmosi ritmico-sonora che appaga un po’ tutti gli attori, chi realizza e chi ascolta.

Un disco non facile Maledetti (Area Music),  bisognoso di ascolti successivi per una piena assimilazione, ma una chicca musicale da consigliare a chi cerca un nuovo lato di una figura geometrica solo apparentemente conosciuta.


Maledetti
[Area Music]:

1. Evaporazione
2. La Mela di Odessa [1920]
3. Cometa Rossa
4. Hommage à Violette Nozières
5. L'Elefante Bianco
6. Luglio, agosto, settembre (nero)
7. Vodka Cola
8. Il Bandito del deserto

Enrico Merlin, Valerio Scrignoli: electric guitars



Un po’ di bio…

Enrico Merlin (1964) è una delle figure più poliedriche del panorama chitarristico internazionale. Strumentista, scrittore, divulgatore, docente e direttore artistico, è noto per lo spirito non convenzionale dei suoi progetti (dalle produzioni soliste a collettivi come Molester sMiles e Frank Sinapsi), dei suoi saggi (in particolare Miles Davis), dei suoi lavori per il teatro.

Valerio Scrignoli (1960) è attivo dagli anni '80: chitarrista di estrazione jazz ma partecipe e appassionato in progetti "di confine", dagli anni '90 è una personalità presente nei principali festival jazz italiani ed europei. Tra le sue collaborazioni, spiccano quelle con Giulio Martino, Carlo Nicita e soprattutto Giovanni Falzone, con il quale ha lavorato in Around JimiLed Zeppelin SuiteRequiem Around Requiem e Rossini Barbiere.


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